Archivio per la categoria ‘la giusta distanza’

Il cinema e la politica

«Per il cinema non dobbiamo parlare di crisi ma di sviluppo sostenibile», ha detto Paolo Del Brocco, amministratore delegato di Rai Cinema, durante gli screenings organizzati dalla direzione commerciale della Rai (Luigi De Siervo) a Firenze nella settimana dopo Pasqua. Si tratta di una tesi (altro…)

Piero Tortolina, l'uomo che amava il cinema

Piero Tortolina, l’uomo che amava il cinema

Fra i tanti documentari, molto belli, che sono stati prodotti nel 2012 in Italia, uno in particolare potrebbe aiutarci a riflettere meglio sul nostro cinema. Si tratta di “L’uomo che amava il cinema” di Marco Segato ed è dedicato alla vita e alle opere straordinarie di uno dei primi “pirati” del cinema italiano, Piero Tortolina. «Bucaniere di una generazione che non (altro…)

Claudia Gerini al Torino Film Festival

Claudia Gerini al Torino Film Festival

Fotografi impazziti alla cerimonia di inaugurazione della trentesima edizione del Torino Film Festival. Sul palco del Lingotto Claudia Gerini con un vestito pieno di strass e una scollatura al contrario, stretta sotto il collo e larga in vita. Una metafora del marketing cinematografico. (altro…)

Costanza Quatriglio

Costanza Quatriglio

Il cinema italiano non è mai stato così nervoso. Tutti contro tutti, dall’arena dei festival a quella dei giornali, dai Cda delle società pubbliche alle associazioni di categoria. Aveva proprio ragione il bravo Pedro Armocida su Il Giornale di qualche giorno fa. “Ormai basta un nonnulla, gli animi si scaldano e partono le polemiche”, (altro…)

Marco Muller. Vittima o carnefice? Non lo sappiamo. Un errore però lo ha commesso: ha pensato che la politica potesse essere una scorciatoia.

Come nel film dei Coen, “Burn after reading”, chissà se i protagonisti delle polemiche legate alla nomina del nuovo direttore del festival di Roma avranno, alla fine, almeno la forza autoironica di esclamare: “Cosa abbiamo imparato da questa storia?…niente! Bè almeno abbiamo imparato a (altro…)

E' morto John Patrick Foley, per anni Presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali. Il cinema italiano dovrebbe veramente inventarsi qualcosa per ricordarlo come merita e, soprattutto, per ringraziarlo. Foley costruì un solido ponte per il dialogo fra la Curia e il mondo della comunicazione e dell’entertainment. Sarebbe un peccato disperdere questa eredità.

John Patrick Foley, Cardinale e già Presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, è morto lo scorso 11 dicembre. Per più di venti anni era stato accanto al cinema italiano. Contribuì alla (altro…)

Il dibattito ha assunto in qualche sporadica occasione anche i toni della farsa. Come nel caso di Tinto Brass. Femministe e comunisti duri e puri furono costretti, loro malgrado, a scendere in campo per rivendicare la qualità artistica del primo piano sul sedere nudo di Stefania Sandrelli ("La chiave" del 1983)

Parlare di censura in Italia è difficile. Non solo per colpa dei cattolici, ovviamente. L’argomento è stato usato sempre in chiave politica. Per rivendicare il primato di una (altro…)

 

Ultradirettore: Marco Muller. La guerra fra gli ultrafestival è sbagliata.

La guerra fra gli ultrafestival nazionali è sbagliata. La guerra, quella vera, è collocata fuori dai confini nazionali dove spadroneggiano palazzi del cinema sempre più sfarzosi ed efficienti, mercati competitivi, affari miliardari, scoperta (e promozione) dei nuovi autori. Sono temi sui quali anche noi, nonostante la guerra di cortile, dovremo prima o poi (altro…)

“Blowing in the web”, il nuovo libro di Gianni Celata è stato pubblicato da Key4biz di Raffaele Barberio

Sfido chiunque a spiegare quali danni può provocare all’industria dell’entertainment il “buco analogico”, o “analog hole”. Battute facili a parte, lo spiega Gianni Celata, docente di economia dei media (altro…)

Il sistema cinematografico piemontese è un laboratorio

Rubini, Soldini, Volo, Genovese, Vanzina, Ponti, Calopresti, Emmer, Manuli, Avati, Bruni Tedeschi, Martinelli, Ferrara, Lizzani, Gaglianone, Bonivento, Zaccaro,  Montaldo, Sorrentino, Base, Torrini, Infascelli, Patierno, Ferrario, Capotondi, Grimaldi, Capitani, Marino, Argento, Capuano, Molaioli, Faenza, Venier, Bonivento, Carpi, Lucini, De Seta, Archibugi, Giordana, Tognazzi, Amurri, Lucchetti, Segre, Martone, Chiambretti, Samperi, Chiesa, Pozzessere, Corsicato, Comencini, Haber, Chiambretti e ovviamente Mazzacurati (da cui il titolo di questa rubrica) (altro…)

La prossima sfida per il sistema festivaliero romano è quella di tramutarsi nel primo laboratorio politico bipartisan del cinema italiano. Il vero problema a Roma, come altrove, è infatti la mancanza di dialogo. Alcuni esempi? (altro…)

 

Virzì e Guadagnino litigano mentre sono in Usa per Oscar e Golden Globe. La D’Amico incassa con fair play, ma con faccia scura, l’epiteto di “collaborazionista” che il suo predecessore alla direzione della Casa del Cinema di Roma, Felice Laudadio, le lancia da un’affollata conferenza stampa. Nel frattempo gli autori cinematografici mandano a dire (altro…)

Director’s cut, ovvero Cut The Director, uccidi il direttore. Finita la prima stagione politica di Muller a Venezia e della De Tassis a Roma, è partita la corsa per il nuovo vertice dei due festival cinematografici più importanti d’Italia. Uno stipendiuccio malcontato di circa 100 mila Euro l’anno più viaggi e benefit e una visibilità da rock star. Chi vincerà? Ecco i candidati, salvo sorprese.

Marco Muller, il numero uno per succedere a sé stesso a Venezia o per andare a dirigere invece il festival di Roma. È molto corteggiato per un super incarico di coordinamento cinematografico della capitale (in chiave anti De Tassis) ma lui si schernisce dicendo che vuole tornare a fare il produttore. Anche se non ha esitato a sollecitare e animare incontri con i maggiorenti capitolini mentre impazzava il festival romano.

Piera De Tassis, la numero uno per succedere a sé stessa a Roma o per andare a dirigere invece il festival di Venezia; ha amici illustri fra i registi italiani e, sul fronte delle presenze americane, ha fatto vedere più di un sorcio verde anche a Muller. Inoltre, con furbizia strumentale, ha aperto il suo tappeto rosso alla protesta del cinema italiano contro Bondi. Però è anche la direttora di Ciak, mensile di cinema della Mondadori. Il Presidente del Festival, Rondi, ne ha sempre parlato benissimo. In pubblico.

Giorgio Gosetti, un superaddetto ai lavori navigato e di vecchia scuola, conosce bene (un amore ricambiato) il cinema indipendente italiano e internazionale. Quest’anno ha scelto, per le sue Giornate degli Autori, gli unici film italiani premiati a Venezia 67, mentre infuriavano le polemiche sulle decisioni della giuria guidata da Tarantino. Anche se è in contrasto con il centrodestra fin dai tempi di Urbani, è comunque il concorrente che Muller teme di più.

Mario Sesti, autore di documentari indimenticabili su Fellini e Germi (anche se è più famoso per il suo pessimo carattere). Sembra il vincitore morale del recente Festival di Roma. Decine di articoli hanno celebrato la sua rassegna “Extra”. Di conseguenza lui ha pensato bene di litigare con gli altri colleghi della direzione artistica di Roma. Ha una tendenza per il cinema eccessivo, porno incluso. È il concorrente che la De Tassis teme di più.

Andrea Purgatori, sarà anche poco simpatico a Bondi ma, con “Tuttiacasa”, ha monopolizzato per giorni tutti i media italiani, oscurando il fascino latino di Eva Mendes, finendo da Santoro e costringendo i politici locali, Zingaretti e Croppi in testa, a rincorrerlo sul telefonino. Un talento raro che potrebbe tramutarlo nella carta segreta dei “100autori” per un candidatura di sinistra e antigovernativa.

Maria Rosa Mancuso, la piccola e tosta critica de “Il foglio”, potrebbe essere invece l’arma segreta di una candidatura dei salotti della destra liberale. Ma reagisce con fastidio se qualcuno le parla di una direzione festival. Scuote la testa e borbotta: “Troppe rogne”.

Diamara Parodi, candidatura tecnica per i numeri in crescita della sua “Business Street”. Alemanno e la Polverini, insieme con il nuovo assessore culturale del Lazio, Fabiana Santini, dicono infatti che il festival ormai ha senso solo come supporto al mercato.

Lucia Milazzotto, è meno conosciuta della Parodi ma con il suo “New Cinema Network” ospita a Roma ogni anno i migliori produttori indipendenti d’Europa. Una rete di rapporti che garantirebbe l’identità autoriale che il festival romano non ha ancora trovato.

Pascal Vicedomini, il suo nome arrotonda già le prime conversazioni informali fra alcuni dei politici che si stanno cominciando ad occupare delle nomine e che, negli anni scorsi, sono stati suoi ospiti (molto, forse troppo, coccolati) alla manifestazione “Capri ad Hollywood”.

Luciano Sovena, preferisce fare il produttore ma, vista la mala parata dei finanziamenti pubblici a Cinecittà, pensa da tempo di cambiare casacca e, forte dell’esempio di Muller che non ha mai veramente interrotto la propria attività, comincia a guardare alla guida di Venezia come ad una soluzione.

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Difficile scrivere una cosa così ma è necessario guardare in faccia la realtà. Il cinema non è un mestiere per vecchi. Viviamo in un momento di trasformazioni che sembrano solo tecnologiche ma che invece sono anche culturali e che quindi hanno conseguenze di tipo sociologico. “360°”, la nuova parola d’ordine di produttori e autori per contenuti rigorosamente crossmediali e multipiattaforma, impone di muovere la testa in modo acrobatico ed elastico. Un’attitudine difficile per coloro che hanno problemi di cervicale e di artrosi. La generazione dei padri e dei nonni deve fare un passo indietro. Come disse una volta un caro amico, padre di molti figli: «Il nostro primo dovere è di togliere le mani. Di lasciare che le cose accadano». E la prima delle “cose” che devono accadere è proprio il ricambio generazionale. Non se la prendano amici e colleghi che lavorano nel mondo del cinema ma è ora di alzarsi da tavola. Nelle proteste che si levano periodicamente per i tagli ai finanziamenti pubblici al cinema, c’è un dato che fa sempre una certa impressione: l’età dei registi che firmano le petizioni o gli editoriali sui quotidiani. Difficile trovarne uno che abbia meno di sessant’anni. I vecchi sono conservativi per istinto. La vita corre via e ogni mattina ti guardi allo specchio e speri che il tempo si fermi. Per i giovani, invece, le cose devono succedere. Hanno fretta di crescere e di sperimentare. Soprattutto hanno voglia di cambiare. I vecchi parlano di morte del cinema. Dicono che il linguaggio è cambiato e che il cinema non esiste più. Un odioso desiderio di portarsi l’arte nella tomba. Sto leggendo le bozze del romanzo di un ventinovenne aspirante filmaker, Paolo Boriani. Ogni capitolo è dedicato a un film. Le immagini evocate si intersecano in modo inestricabile alla quotidianità di tipo autobiografico di questo giovane milanese fra genitori, musica, amici, mostre di design e performance di nuovi artisti. Interessante. Magnetico. I giovani fanno così: si avvicinano al cinema con lo stupore della “prima volta”. Si mettono in fila davanti alle sale e discutono di come fare il cinema del prossimo secolo. Fra poco inizieranno le battaglie per il rinnovo delle cariche sociali ai vertici dei principali festival italiani, Roma e Venezia, e, subito dopo, di Cinecittà. Si tratterà di vere e proprie lotte senza esclusioni di colpi. Il tema vero però rimarrà sullo sfondo. I contendenti infatti viaggiano allegramente verso i sessanta, i settanta e, qualcuno, anche verso gli ottanta. Ad una conferenza stampa per happy few a Venezia, uno degli sponsor aveva pensato bene di regalare una confezione di pomata antiage. Contro le zampe di gallina e le occhiaie. Come dargli torto. In una sala cinematografica per un’anteprima riservata ai giornalisti, mentre i ragazzini e le ragazzine dei magazine online e i giovani parvenu della critica cinematografica vociavano allegramente di un regista o di un film, uno dei vecchi soloni del cinema è sbottato: «Ma chi si credono di essere questi sbarbatelli!». Non credono di essere, verrebbe voglia di rispondere, ma essi sono, sono veramente il futuro del cinema. Al recente Mipcom di Cannes c’era uno che di cinema se ne intende, Jon Feltheimer, il capo indiscusso del successo di Lionsgate (centinaia di milioni di spettatori ovunque, dieci Oscar negli ultimi dieci anni e serie tv di successo planetario come Mad Men). «La mia visione per il futuro di cinema e tv ha una sola parola d’ordine» – ha detto a mille addetti ai lavori provenienti da tutto il mondo -: «Il futuro è cambiare». Cambiare. Il cinema di oggi non è un mestiere per vecchi. Ma forse non lo è mai stato. Chi si ricorda quanti anni aveva Fellini quando vinse la Palma d’Oro con La dolce vita e quanti anni aveva Rossellini quando girò Roma città aperta? Avevano entrambi solo 40 anni (e allora sembravano già molti). Citizen Kane, il più bel film della storia del cinema, venne girato da Orson Welles quando questi aveva 25 anni.


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Buon Natale

Pubblicato: 8 dicembre 2010 in la giusta distanza

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A Venezia 67 si è parlato anche del rapporto che Mr. Titanus, al secolo Goffredo Lombardo, ebbe con la Chiesa. Uno strano festival quello di quest’anno. Il presidente della Biennale l’ha definita la Mostra del “Buco”.
L’ultimo Gattopardo 
Gustavo Lombardo fu il pioniere del sistema cinematografico italiano. A soli 19 anni, nel 1904, costituì la sua prima società di noleggio. Sposò l’attrice italiana più bella del periodo del muto, Leda Gys e, nel 1928, fondò la Titanus, la società di produzione e distribuzione destinata a segnare tutta la storia del cinema italiano. Il figlio, Goffredo Lombardo, non voleva fare il cinema, racconta il premio Oscar Giuseppe Tornatore nel documentario L’ultimo gattopardo, prodotto da Medusa e presentato in anteprima a Venezia. Però, alla fine, ne rimase coinvolto e divenne il produttore cinematografico più importante della storia del cinema italiano del dopoguerra. Amante della vita e della pesca sportiva in mare aperto, una volta rischiò addirittura di essere ucciso da uno squalo. Ebbe due figli dall’amata moglie Carla. Il più giovane, Giulio, morì proprio in mare, durante un’immersione. Il documentario che Tornatore gli ha dedicato è molto bello. Le interviste alle persone che hanno lavorato con Goffredo Lombardo sono montate in una successione rapida e alternata, fino a costruire una storia unica e polifonica. Fra le voci, la più commovente è quella di Cesarina, la fedele segretaria, molto applaudita a Venezia. Sullo sfondo le immagini dei più bei film della storia italiana. È un esempio di come andrebbe raccontato il cinema italiano. Nel potente ritratto montato da Tornatore si parla anche del rapporto di Lombardo con la fede. Dice Tornatore che Goffredo si riavvicinò all’altare dopo la morte del figlio. E non dice altro. Ma non fu solo questo. Passato attraverso il trauma della bancarotta causata dal furioso extrabudget de Il gattopardo e dal fallimento al botteghino di Sodoma e Gomorra di Aldrich, Lombardo si era messo a fare televisione, con la stessa passione impiegata nel cinema. Produsse la prima soap italiana, Edera interpretata da Agnese Nano. Prima del Grande Giubileo del Duemila realizzò una fiction dedicata alla Madonna, Maria figlia del suo figlio, con l’attrice israeliana Yaël Abecassis. Quando ne parlava, gli brillavano gli occhi. «È dedicata a mia madre», diceva agli amici. Leda Gys, infatti, aveva interpretato Maria in una storica Passione del cinema muto diretta da Giulio Antamoro. Nel Duemila volle pagare di tasca propria le spese della Giornata degli artisti organizzata dal Vaticano per il Grande Giubileo del Duemila. Quando Monsignor Enrique Planas, direttore della Filmoteca Vaticana, gli chiese cosa volesse come ricompensa, Lombardo chiese una foto del Papa con una dedica. Solo una semplice foto. Negli ultimi anni della sua vita, quella foto campeggiò solitaria nel grande scaffale dove erano stati ospitati trofei e targhe della sua attività cinematografica. Quando gli chiedevano che fine avessero fatto tutti quei riconoscimenti professionali, lui sorrideva e alzava le spalle. Il suo funerale si svolse nella cosiddetta “chiesa degli artisti”, nel centro storico di Roma, a pochi metri da casa sua. Era la stessa chiesa dove Goffredo Lombardo, tutte le mattine, andava a seguire la messa e a servire il prete nella liturgia. Con la stessa umiltà di un ragazzo. Con lo stesso sorriso.
Il cratere del Lido
Paolo Baratta, con un’intuizione, alla fine l’ha definita “La Mostra del Buco”. Il “buco”, ovviamente, è quello del cantiere abbandonato del nuovo Palazzo del Cinema che troneggiava nel bel mezzo delle strutture della 67ª edizione del festival veneziano. La definizione però si presta ad una lettura più articolata. Il “buco”, infatti, è anche quello del rapporto fra Baratta e il ministro Bondi (che infatti non è andato alla Mostra). Il “buco” è quello dei finanziamenti che dovrebbero garantire la vitalità del festival ma che continuano ad essere tragicamente inferiori a quelli del concorrente Festival di Roma. Il “buco”, infine, è quello delle incertezze del totonomine. I vertici sono in scadenza. Chi sarà il nuovo direttore della Mostra? Chi il nuovo presidente? Un “buco” nero, appunto.


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Il “Supercinemadigitale” ha ucciso le “windows” di sfruttamento e ha cancellato il confine fra cinema e tv. Il cinema ormai vive “anytime, everywhere, anyhow”, “in ogni momento, dovunque, in tutti i modi”. Solo così, dice Aldo Grasso, si può spiegare la decisione della Disney di abbattere le finestre geografiche di sfruttamento per il finale di stagione di Lost, uno spettacolo che è stato mandato in onda in diretta, praticamente senza pubblicità, in una decina di paesi diversi. «La spinta decisiva viene dagli spettatori» dice Grasso. «L’accorciamento dei tempi distributivi è un tentativo delle emittenti di combattere la pirateria che vive sul downloading e sullo streaming». Qualche sera fa, in un grande cinema romano, il proiezionista ha sbagliato rullo. Un film al posto di un altro. Dopo qualche lungo minuto di concitazione, finalmente arrivano i titoli di testa di quello giusto. Un cartello di Sky Cinema ha però suscitato qualche ilarità. Compare sullo schermo la domanda: «Voglia di cinema?». «Magari», mormora qualcuno. Risatine fra il pubblico. Poi la risposta, grande e colorata. «Sky Cinema». «Era meglio stare a casa, quindi», dice una ragazza mentre la sala esplode in una risata omerica. A rappresentare le dinamiche del rapporto fra i nuovi pubblici digitali e le major dei contenuti, ci ha pensato uno spot di una nota bibita analcolica. Prodotto per i mondiali di calcio, lo spot mostra tre campioni impegnati in una sfida improbabile contro alcuni ragazzini africani. La partita è improvvisata per strada, nella polvere della savana. I limiti del campo e lo spazio delle porte sono segnati dalla moltitudine ridente e colorata che assiste al match. Quando i campioni, palla al piede, tentano di raggiungere la porta avversaria, il campo però si muove con loro rendendo impossibile il goal. Alla fine uno dei tre tenta un pallonetto. Il pallone vola alto ma il campo, velocemente, si gira. Ed è autogol. È una feroce rappresentazione della debolezza delle grandi major di fronte al cambiamento. Per quanti sforzi si facciano, alla fine, è il mercato a decidere dove, quando e come consumare cinema. Se in sala, in tv, sul web o sul telefonino. «Chi si illude di poter gestire il nuovo contesto secondo le logiche e le convenzioni che hanno governato i successi del passato, è un ingenuo sognatore destinato a svegliarsi, incompreso, ai margini del nuovo mondo ove i contenuti sono ormai proprietà deperibili e le decisioni sono assunte in tempo reale», dice Enrico Valdani, docente della Bocconi e presidente della Società Italiana Marketing, nella prefazione di “Marketing Televisivo. Strumenti e modelli di business per competere nel nuovo mercato digitale” curato da Carlo Nardello e Carlo Alberto Pratesi. Il libro è edito dal Sole 24 Ore con la collaborazione di Rai Zone. Secondo Valdani «il vecchio mondo è stato spazzato via da almeno tre tsunami: la forza perenne di un consumatore in continua evoluzione, sempre più sofisticato, critico, autocosciente e posto al centro di stimoli emozionali sempre più numerosi e accattivanti; la forza inesorabile del cambiamento tecnologico, un’onda in grado di abbattere qualunque barriera industriale e istituzionale che favorisce la fruizione dei contenuti anytime, everywhere, anyhow, on demand, free e pay per view; la conseguente forza della concorrenza, che si allarga a livello geografico, intrasettoriale e intersettoriale, nel meta-mercato globale delle comunicazioni e dell’intrattenimento digitale». Al prossimo Roma Fiction Fest, Marco Spagnoli modererà un dibattito su “Cinema è televisione”. Massimo Bernardini, invece, coordinerà, fra gli altri, un convegno su “Senza la tv, per una nuova narrazione crossmediale” organizzato dai cinefili dei “100autori”. Mentre il più togato premio degli sceneggiatori cinematografici, il “Solinas”, presenta un concorso inedito per pilot di serie tv. Le windows sono proprio morte. Viva il nuovo “Supercinemadigitale”. «Anytime, everywhere, anyhow».

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