Marco Muller al festival di Roma. Cosa abbiamo imparato

Pubblicato: 19 marzo 2012 in la giusta distanza
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Marco Muller. Vittima o carnefice? Non lo sappiamo. Un errore però lo ha commesso: ha pensato che la politica potesse essere una scorciatoia.

Come nel film dei Coen, “Burn after reading”, chissà se i protagonisti delle polemiche legate alla nomina del nuovo direttore del festival di Roma avranno, alla fine, almeno la forza autoironica di esclamare: “Cosa abbiamo imparato da questa storia?…niente! Bè almeno abbiamo imparato a non rifarlo più…ma non abbiamo fatto niente!…Che ca**o di casino!”. Indipendentemente dalle scelte romane, il nome di Marco Muller però resterà legato per sempre al fallimento di un’utopia, quella di un cinema senza la politica. Non che gli addetti ai lavori non possano avere idee politiche proprie, ci mancherebbe anche questa. Ma quello che abbiamo capito noi, nei giorni convulsi e ghiacciati delle trattative romane, è che il cinema italiano ha trescato troppo con la politica di palazzo e che, per questo motivo, adesso rischia di autodistruggersi.  Muller non è stato il primo e, temiamo, non sarà neanche l’ultimo. Si tratta di un ottimo professionista che ha dato molto al festival di Venezia. Ma è stato prima bloccato e poi molto bistrattato sulla soglia di un incarico, quello di Roma, che avrebbe potuto avere senza neanche scomodarsi a chiederlo. Vittima o carnefice? Non lo sappiamo. Un errore però lo ha commesso: ha pensato che la politica potesse essere una scorciatoia. Non è il solo, è vero. Ce ne sono molti. Persone per bene, innamorate del cinema, competenti e appassionate, colte e preparate. Veri e propri addetti ai lavori. Che però, alla fine, hanno una sbandata per il palazzo. Ne rimangono affascinati e scioccati. Perdono la ragione. Alcuni, per un periodo di tempo limitato. Altri, invece, per sempre. Ce ne vengono in mente tanti. Ma sarebbe ingeneroso farne i nomi oggi. Alcuni di loro infatti, come forse sta accadendo a Muller, poi rimpiangono quella sbandata. Altri invece non ne sono mai pienamente consapevoli, fino a quando siedono sui loro alti scranni.  Si tratta di una malattia diffusa. Colpisce, paradossalmente, anche i politici. Pensiamo alla sincera e appassionata Assessore Fabiana Santini della Regione Lazio, stranamente silenziosa sull’affaire Muller. Pensiamo al dinamico e simpatico collega della Santini al Comune di Roma, l’Assessore Dino Gasperini. Entrambi sono stati tirati dentro una questione complessa che, purtroppo, niente aveva a che fare con la loro competenza stretta: le attività culturali. Gli addetti ai lavori e gli artisti producono perfomances migliori se vengono lasciati liberi di esprimere le loro potenzialità. I festival, senza il peso della politica politicante, sarebbero più belli e più attraenti, anche per gli stranieri. La politica, che eventualmente decidesse di sostenerli, ne potrebbe così ricavare un vero vantaggio per la comunità, che poi è il fine ultimo di ogni azione politica. Ma invece le “menti pericolose” degli addetti ai lavori vengono invischiate e torchiate nei meccanismi di palazzo. Il risultato è il fallimento di una utopia. Rimane così solo un sogno: la visione di un’arte e di una politica che siano connesse solo dal desiderio di perseguire il bene, il vero e il bello. Un sogno, un’utopia, appunto. Peccato. “Che ca**o di casino”.

Pubblicato su BoxOffice del 1 marzo del 2012

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