Al cinema! Al cinema!

Illustrazione di Stefano Navarrini

“Al cinema, al cinema!”. Un urlo concitato, ritmato, come in un sogno. Mi scossi dal mio torpore. Un tizio enorme, grasso e sudato, correva affannosamente in mezzo alla strada. “Al cinema, al cinema!”, gridava.

Due turisti giapponesi, con una piccola telecamera, si volsero a guardare: il grassone aveva rovinato l’inquadratura.

Nella piazzetta non c’era molta gente: qualche spaesato straniero, un paio di ragazze molto carine al tavolino di un bar. Io ero seduto all’ombra di un austero palazzo. Roma sembrava come sospesa. Dalle finestre aperte arrivava, soporifera, la voce monocorde del commentatore tv. La nazionale di calcio stava perdendo.

“Al cinema”, rantolò il ciccione. Era vestito in modo bizzarro. Una anacronistica paglietta sui capelli tinti e appiccicati per il sudore, una giacchettina a righe gialle, un papillon rosso vermiglio, pantaloni larghi, chiari e svolazzanti intorno alle cosce carnose, scarpe di vernice nera, con ghette bianche. Si accasciò sulla panchina di pietra, accanto a me. Si tolse il cappello e con un enorme fazzoletto si asciugò la fronte.

“Al cinema, sapesse…”, cominciò voltandosi verso di me. Lo guardai con fastidio. “Non vado al cinema da quando ero bambino. Non credo che mi interessi sapere cosa succede al cinema, oggi”, dissi. Con aria antipatica. L’altro fece una faccia delusa. Un accenno di broncio quasi infantile, una piccola bocca affogata nelle enormi guance. Poi volse lo sguardo verso la piazza. Sembrò improvvisamente stanco. Stanchissimo. Si rimise la paglietta con un gesto svogliato. “Quand’è così…”, disse. E si alzò con uno sbuffo.

Si stirò lentamente alzando il volto in alto, con gli occhi chiusi. Allargò le braccia. C’erano ampie macchie di umidità sotto le ascelle. Si guardò intorno e inalò aria rumorosamente. Poi, improvvisamente, gridò selvaggiamente. “Al cinema, al cinema!”. Fu come uno schiaffo. E riprese a correre. In modo disordinato, con passi pesanti. Lasciò la piazza. “Al cinema, al cinema!” si udì ancora una volta.

Tornò il silenzio. Le ragazze continuavano, a bassa voce, a confidarsi i loro segreti di adolescenti. I turisti vennero sostituiti da altri turisti. Dalle finestre aperte, la voce monocorde del commentatore tv tradiva una intima tristezza. La nazionale di calcio stava perdendo.

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