Il futuro del cinema italiano è laziale. La tv e il cinema sono sempre più interconnessi e il Lazio è il primo posto al mondo dove questa convivenza si stia trasformando in un vero e proprio matrimonio. È l’intuizione della Fondazione Rossellini, nata un paio di anni fa grazie al mandato della giunta regionale di Piero Marrazzo. Adesso tocca al nuovo governatore, Renata Polverini, capire subito da che parte stare. Secondo alcune fonti, l’80% delle industrie del settore hanno la propria sede e la propria attività principale proprio nella regione che ora è governata dalla Polverini. Si parla di un settore che nel 2014 potrebbe generare un giro di affari in crescita per oltre 10 miliardi di Euro, rispetto agli 8 miliardi e mezzo del 2008. Di questi, almeno i tre quarti gravitano e sempre di più graviteranno nel Lazio. Sarebbe un errore quindi se si arrivasse alla conclusione che l’audiovisivo è marginale rispetto all’universo delle priorità regionali. Allo sviluppo dell’audiovisivo infatti non è affidato solo il destino di 80 mila professionalità considerate fra le migliori del mondo. Al distretto laziale dell’audiovisivo è assegnato soprattutto il compito di aiutare lo sviluppo complessivo dell’intera produzione nazionale. Non sembri esagerato ma l’efficacia della promozione e del marketing che un uso accorto dell’audiovisivo può generare è direttamente proporzionale allo sviluppo del territorio. Lo sanno bene in Piemonte dove la crescita della Film Commission è stata seguita e coccolata con cura. Lo sanno bene in Puglia dove la nuova giunta ha già fatto sapere di voler dedicare risorse allo sviluppo della cinematografia locale. Sarebbe paradossale che i nuovi governanti del Lazio sottovalutassero di essere capitati nel luogo giusto e, soprattutto, nel momento giusto. L’intenso lavoro svolto in questi anni ha permesso la nascita di veri e propri gioielli come il Festival del cinema di Roma (grandemente finanziato proprio dalla Regione Lazio), il Roma Fiction Fest (nato e cresciuto interamente dentro alla Regione) e la Fondazione Rossellini. Ci sono le iniziative di formazione che Cinecittà Luce, grazie ai finanziamenti della Regione, ha avviato con successo in Marocco. C’è anche il progetto di un parco a tema cinematografico che Cinecittà Studios guidata da Luigi Abete vuole realizzare dalle parti di Pomezia. Sono dati parziali ma sufficienti per capire che una delle partite importanti della prossima giunta si giocherà proprio sul tema dell’audiovisivo anche grazie a questa formula inedita che abbatte gli steccati fra industria cinematografica e televisiva. Alcune settimane fa se ne è andata prematuramente una grande dell’audiovisivo italiano, Alessandra Zingales. Uno dei suoi amici, Tom Mokridge, l’aveva soprannominata channel doctor, per la sua capacità e il suo talento editoriale e organizzativo. Era stata anche a capo di Telemontecarlo, è stata fra i fondatori e gli animatori del Roma Fiction Fest e, da alcuni anni, gestiva una propria società di produzione, la Polivideo. Al suo funerale erano in molti ad avere gli occhi lucidi. Guardandosi intorno però si aveva la sensazione di essere capitati nel gruppo giusto. In questi anni di attività la Zingales ha avuto la capacità di focalizzare il meglio del cinema e della tv italiani. Le persone al suo funerale erano quelle che hanno fatto e che, probabilmente, continueranno a fare la differenza per l’audiovisivo di qualità del nostro paese. Ecco, se c’è un augurio da fare alla Polverini, è proprio questo: di riuscire ad utilizzare il ruolo strategico della Regione Lazio per continuare a far crescere quel polo di eccellenza mondiale che è rappresentato dal cinema e dalla televisione del nostro paese. Ci starebbe bene anche l’istituzione di un premio per i manager dell’audiovisivo di qualità, senza steccati fra cinema e tv, dedicato proprio alla memoria della Zingales. Magari porta fortuna.
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Cinema laziale?
Pubblicato: 10 giugno 2010 in la giusta distanzaTag:alessandra zingales, Cinecittà, fabiana santini, regione lazio, renata polverini, tom mokridge
Ma quale crisi del cinema!
Pubblicato: 5 Maggio 2010 in la giusta distanzaTag:alessandro d'avenia, Boxoffice, cinema italiano, David di Donatello, Giuseppe Tornatore, luiss, lux vide, mondadori, Valentina Cervi
Alla fine Giuseppe Tornatore s’è anche arrabbiato. Gli avevo domandato qualcosa a proposito della crisi del cinema italiano. «Se fossimo così bravi a vendere i nostri film all’estero così come siamo bravi a parlare della crisi del cinema italiano, la nostra cinematografia sarebbe la più forte del mondo», ha detto, cercando di smussare con un’iperbole e con un sorriso il proprio nervosismo. Aveva ragione. Era la domanda sbagliata. Ma, soprattutto, erano il momento e il luogo sbagliati. L’incontro, un seminario su “La scrittura creativa. Dalla parola all’immagine”, era stato organizzato dal Master in Gestione della Produzione Cinematografica e Televisiva della Luiss Business School Guido Carli con la collaborazione della Lux Vide. Al tavolo, accanto a Tornatore, c’era Alessandro D’Avenia, insegnante di lettere in un liceo di Milano, sceneggiatore e romanziere. Era proprio la presentazione del suo romanzo d’esordio, Bianca come il latte, rossa come il sangue (Mondadori), il motivo dell’incontro. Si stanno svolgendo in questi giorni le trattative per la riduzione cinematografica del libro. D’Avenia racconta un’intensa storia d’amore fra adolescenti, con un carattere forte e con una sincerità di sentimenti (e di linguaggio) ai quali non siamo più abituati. «I genitori dei Moccia o dei Muccino – ha detto D’Avenia – sono degli adulti che cercano di tornare adolescenti e si comportano come tali. Non deve stupirci quindi che i veri adolescenti possano rifiutarsi di crescere, di diventare adulti. Con un tale esempio, è legittimo chiedersi: ma chi me lo fare di crescere se poi l’unico desiderio che riesco a guadagnare è quello di tornare indietro”. C’era anche Monica Zappelli, la sceneggiatrice che vinse il David di Donatello per il film Cento passi. E c’erano due attori, Valentina Cervi e Alessandro Preziosi, per la lettura di alcuni brani del libro di D’Avenia. «Mi sono commossa leggendo le pagine del libro che mi avevano mandato. Questo mi ha molto sorpreso», ha detto Valentina Cervi. «Ma non voglio parlare del film che sarà» ha detto D’Avenia un po’ per prudenza. Le trattative sono ancora in corso. Un po’ perché non so ancora come sarà il film. Sarà diverso dal libro. Sarà interessante per me scoprirlo». La sala era piena zeppa di studenti, non solo del master. C’erano infatti alcuni studenti del liceo dove insegna D’Avenia. «Grazie per avermi fatto scoprire il piacere della lettura», gli ha detto uno di loro. Tornatore, in mezzo agli studenti, sembrava a proprio agio. «Non dico mai di no quando si tratta di parlare a dei giovani che vogliono imparare», ha detto. I ragazzi, nella sala, pendevano dalle sue labbra. «Come si fa a riconoscere il capolavoro sul quale investire?», hanno chiesto a Tornatore. «Non lo so» ha risposto. «Non c’è un trucco o una regola da seguire. Una cosa però la so. I produttori di una volta conoscevano il cinema. Mi accompagnavano nella sala di montaggio. Erano in grado di capire i problemi di chi girava. Conoscevano la tecnica ed erano anche uomini di cultura. Pieni di interessi. E poi, soprattutto, leggevano tanto, leggevano tutto. Non solo le sceneggiature (che mi tornavano piene di appunti) ma anche la letteratura contemporanea e classica. Grazie a questo insieme di straordinarie caratteristiche riuscivano a fare cinema. I produttori di oggi, invece, sembrano interessati solo ai conti. Non tutti, certo. Io finora sono stato fortunato con i miei produttori. Ma altri invece sembrano aver perduto lo spirito. È un peccato. Se diventerete produttori, fate questo lavoro con vera passione e vera cultura. Soprattutto, non smettete mai di leggere». I ragazzi, raggianti, lo hanno applaudito a lungo. D’Avenia li guardava con una luce negli occhi. Alla fine ha augurato ai suoi studenti di «essere ribelli per le sole tre cose che contano: verità, bellezza e bene». Aveva ragione Tornatore. Parlare di “crisi del cinema” in un simile contesto era una bestialità.
Born to be wild, il futuro dei cine festival
Pubblicato: 7 febbraio 2010 in la giusta distanzaTag:biennale, Emma Thompson, festival cinema roma, Kenneth Branagh, mostra cinema venezia, Philip Seymour Hoffman, Radio Rock, Richard Curtis, Robert Redford
Nati per essere selvaggi, i festival cinematografici hanno tradito la loro missione e sono diventati noiosi. Il cinema è ancora oggi il principale driver delle scelte delle giovani generazioni in tutto il mondo ma le macchine festivaliere si sono imbolsite. Hanno perso il gusto per l’avventura e per la scoperta. Siamo in attesa di andare nella fredda Berlino a vedere “Metropolis” in versione integrale (una novità nientemeno del 1927, sbadiglio) e abbiamo archiviato le edizioni 2009 di Venezia (perennemente corrucciata per l’assenza del mercato), Roma (con le botte di orgoglio politicante di Bettini che dice Il festival è ancora mio nonostante Alemanno e il centrodestra, tiè) e Torino (molto strillato nella versione autorale di Amelio dopo Moretti ma decisamente poco selvaggio). Ci scappa così il tempo per immaginare il festival che vorremmo. Nel sogno, come spesso accade, le location, Venezia Roma e Torino, si confondono e si mischiano con le fattezze impettite dei vari Muller, De Tassis, Amelio, ecc. Ci siamo divertiti a sognare una cerimonia dove il direttore dice soltanto Benvenuti ed ecco aperta la mostra. E basta. Un posto insomma dove la politica e il protagonismo dei vertici lascino lo spazio all’unico oggetto sociale dei festival: lo stupore del film che non ti aspetti. Per il gala, al posto degli speech, aiuterebbe un po’ di musica. Sarebbero perfetti, per esempio, Rodrigo y Gabriela, due simpatici messicani, mostri di bravura, che hanno trasferito gli standard musicali dell’heavy metal nel mondo della chitarra acustica. “Crazy version, I hope you like it”, ha detto ridendo Gabriela prima di un concerto a Manchester. I loro pezzi (con due chitarre e basta) sono un fuoco di artificio di ritmo e di sorpresa ad ogni nota. Nella cerimonia di una qualsiasi sala grande, fra smoking e improbabili abiti lunghi, ci starebbe bene una cascata scoppiettante di suoni come quella proposta dalla loro musica. Ascoltate per credere alcuni cavalli di battaglia come Juan loco, One o le cover Orion dei Metallica e Stairway To Heaven dei Led Zeppelin. Per svegliarci dalla noia burocratica che ha ormai colpito i festival cinematografici di casa nostra (interminabili, per esempio, tutte le conferenza stampa e ormai insopportabili i sermoncini in politichese di registi e attori di casa nostra in ogni festival) bisognerebbe proprio dare retta a Gavin, il re dei dj del Regno Unito negli anni sessanta. “La cosa che dà un senso a questo mondo folle è il rock and roll. E io sono stato folle a pensare che avrei mai potuto abbandonarlo” dice nel film “I love Radio Rock” di Richard Curtis con Kenneth Branagh, Philip Seymour Hoffman e Emma Thompson, un film che, secondo la Tornabuoni, propone “grazia e divertimento fuori del comune”. Che è appunto ciò che manca ai nostri festival. Le cine-gare nacquero per portare un po’ di pubblico fuori stagione in alcuni grandi alberghi balneari, a Venezia con il Conte Volpi e, subito dopo, a Cannes. È stato un periodo divertente. Smoking bianchi e paparazzate fino a tarda notte. Ma già allora si poteva capire che il futuro dei festival sarebbe stato “selvaggio” o non sarebbe stato affatto. Lo sa bene Robert Redford con la fortunatissima formula del “Sundance”. Lo avevano ben capito a Venezia qualche anno fa due pionieri come la Cattani e Ferzetti quando inventarono la “Finestra sulle immagini”. We were born, born to be wild. Noi eravamo nati per essere selvaggi, cantavano gli Steppenwolf una quarantina di anni fa nella colonna sonora di Easy rider. E aggiungevano: Head out on the highway. Lookin’ for adventure. And whatever comes our way. Yeah Darlin’ go make it happen. Guida fuori dalla strada maestra. Cerca l’avventura e qualsiasi cosa accada, ti prego, fa che accada. Una formula perfetta per cercare di recuperare l’attenzione del grande pubblico cinematografico delle giovani generazioni, il pubblico cioè che decreta i successi dei blockbuster e che è l’unico, quindi, che interessa ancora a chi fa il cinema veramente.
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