#Venezia70. Il Walesa di Wajda sembra un cartoon. Il casting furbo di Sacro Gra. La noia di Garrel

Pubblicato: 5 settembre 2013 in cinema
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La frase del giorno:   «Walesa mi sembra Pancho Villa», Oriana Fallaci dopo la sua intervista a Lech Walesa.

La frase del giorno: «Walesa mi sembra Pancho Villa», Oriana Fallaci dopo la sua intervista a Lech Walesa.

WALESA. MAN OF HOPE, polacco, fuori concorso. Del maestro Andrzej Wajda. La cornice del film è data dall’intervista che Oriana Fallaci realizzò nel 1981. Il ritratto che ne fa Wajda però è quasi intimista, ben lontano dalla prosa aggressiva della Fallaci. La moglie, devota ma non succube, i sei figli rumorosi, la cronica mancanza di soldi, le tante volte in carcere. Assenti, nella sceneggiatura, i rapporti con il Vaticano, con gli Usa e con una parte non secondaria della storia di quegli anni. L’attore, bravo, è Robert Wieckiewicz. Peccato però per le scelte di sceneggiatura e per il trucco molto pesante (i baffi sembrano di cartone). Costretto a muoversi in modo esagerato e a gesticolare fuori misura, il suo Walesa, alla fine, sembra il personaggio caricaturale di un cartone animato.
SACRO GRA, italiano, in concorso. Documentario molto ben girato di Gianfranco Rosi, con l’umanità dolente che vive ai margini del Grande Raccordo Anulare di Roma, “la più grande autostrada urbana in Italia”, spiega un cartello all’inizio del film. Prostitute anziane, infermieri di autoambulanza, transessuali, pescatori di anguille sul Tevere, attori di fotoromanzi di serie C. Sono loro i protagonisti del film. Una furbata, hanno detto alcuni critici all’uscita. Una operazione di casting impeccabile, una regia accorta e attenta a “prendere le distanze”, una fotografia magnetica, soprattutto nella notte o al crepuscolo. Siamo a Roma ma avremmo potuto essere dovunque nel mondo, in una qualsiasi periferia metropolitana del mondo cosiddetto civilizzato.

LA JALOUSIE, francese, in concorso. Di Philippe Garrel. Amori e sentimenti nella confusione post sessantottina parigina. Attori, per lo più disoccupati, preoccupati di inciampare in un lavoro normale che possa ingabbiare la loro creatività, coppie che si dividono, figli che cercano, anche con una sola battuta di spirito e con l’incoscienza infantile, di capire o di sdrammatizzare. Tutto qui. Dura solo 77 minuti ma sembra secoli. Girato rigorosamente in bianco e nero, è straordinariamente noioso. Anche il colpo di scena finale, si svolge, praticamente, in un’altra stanza e lo spettatore, costretto a guardare continuamente l’orologio, si sente un intruso.

Pubblicato su L’intraprendente del 5 settembre

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