La vita è una e trina. Le virtù raccontate al cinema. Buon Natale!

Pubblicato: 21 dicembre 2013 in cinema
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I Sogni Segreti di Walter Mitty di e con Ben Stiller

I Sogni Segreti di Walter Mitty di e con Ben Stiller

Negli stessi giorni in cui gli scienziati ci dicono di aver trovato una ricetta per far vivere l’uomo fino a 400 anni, potrebbe essere utile domandare al cinema (la nuova letteratura della contemporaneità) uno spunto o una riflessione in più sul significato antropologico che il concetto stesso di vita ha ormai per la moderna umanità. L’idea è di mettere a confronto tre film molto diversi fra di loro (anche per età): “I sogni segreti di Walter Mitty” di e con Ben Stiller (esce nelle sale italiane il 19 dicembre), “Vogliamo vivere”, il capolavoro di  Ernst Lubitsch del 1942, che è stato distribuito di nuovo nei nostri cinema la scorsa primavera (con ottimi risultati di botteghino), e “La vita è meravigliosa”, il gioiello del cinema di Frank Capra del 1946 (che sarà forse facile rivedere in tv durante le feste natalizie). Ben Stiller prende spunto da un raccontino di James Thurber, uno scrittore molto popolare negli Usa (ma assolutamente sconosciuto da noi), per raccontare le vicissitudini di un uomo comune costretto a passare da una grigia esistenza perennemente dietro le quinte alla ribalta di un’azione adrenalica e sotto i riflettori. Lavora come impiegato nell’archivio fotografico della rivista “Life”. Sogna di essere diverso, un eroe, e di riuscire a vivere in prima persona le avventure che vede ogni giorno nelle foto dei reporter. In realtà non ha il coraggio di fare le cose che sogna. Fino a quando la sua vita cambia in modo inaspettato e diventa improvvisamente così simile a quella che lui aveva sempre sognato. Un film gradevole che ripete, sottovoce, un’affermazione che i musulmani conoscono bene. Se vuoi far ridere il Signore, dicono, raccontagli i tuoi progetti. Per dirla con la cultura ebraica: il destino è il Signore che agisce in incognito. La vita insomma, ed è questa la prima riflessione, è sempre sorprendente. Difficile immaginare cosa ci riservi il domani. Anche quando crediamo che tutto cospiri per spingerci in una direzione, la vita ci prende per mano e, spesso con delicatezza, con un tocco appena percettibile, ci porta in un altrove che avevamo solo immaginato. Come succede all’impiegato interpretato da Ben Stiller che si ritrova a giocare a pallone sulle cime dell’Himalaya con il suo fotoreporter preferito, dopo essersi tuffato in mare da un elicottero e dopo essere riuscito a fuggire per un pelo dalla violenta eruzione di un vulcano. Si tratta di una svolta atipica del pragmatismo americano che troppo spesso ha affidato esclusivamente alla volontà del singolo ogni possibile “turning point” della vita (e non solo delle sceneggiature dei film). Interessante. “Vogliamo vivere”, nel 1942 raccontò in chiave di commedia, il dramma della persecuzione nazista contro gli ebrei polacchi. La regia impeccabile e la recitazione luminosa (fra gli altri, una bellissima Carole Lombard) fecero da cornice ad un copione magistrale. “Buongiorno cara”, dice il produttore. “Ti piace il mio vestito?”, dice lei. “Vuoi star vestita così in un campo di concentramento?”. “Tu credi che stonerei?”. “Tremendamente”. “Ah be’, io invece penso che farà un bel contrasto: quelli mi frustano al buio, io grido s’accende la luce, e il pubblico mi vede a terra con questa magnifica toilette…”. Uno scambio di battute fulminante come quello fra il colonnello nazista e l’attore polacco Joseph Tura (interpretato da Jack Benny) in uno dei suoi tanti travestimenti. “Come si chiama la signora?”, domanda il nazista convinto di parlare con una spia. “Maria Tura. Suo marito è il grande, grande attore polacco Joseph Tura. Ne avrà inteso parlare”. “Ah sì… L’ho anche sentito recitare una volta, qui a Varsavia, prima della guerra”. “Davvero?”. “Sì: trattava Shakespeare come noi la Polonia”. Il salvataggio disperato e rocambolesco di una piccola comunità di ebrei che la scalcinata compagnia teatrale dei Tura riesce a “mettere in scena” non è solo una critica spietata dell’insensatezza delle persecuzioni naziste ma è anche e soprattutto un vero apologo della carità. Ci sono poche persone egocentriche e aride come gli attori, dice Lubitsch. Ma, aggiunge, se anche i più grandi egoisti dell’umanità si commuovono per le sorti delle vittime del nazismo, allora significa che perfino nelle situazioni più estreme c’è sempre spazio per la generosità. Il titolo originale era “To be or not to be”, dal famoso verso di Skakespeare. Essere o non essere veri uomini è la scelta cruciale di una intera vita, chiosa Lubitsch. La terza riflessione è incastonata nel gioiello cinematografico di uno dei più grandi registi del dopoguerra, Frank Capra. “La vita è meravigliosa”, un film sul miracolo del Natale. Quando tutto sembra cospirare per spingere George Bailey, un uomo buono e giusto, nel pozzo nero e senza uscita della disperazione, avviene un miracolo. Il suo angelo custode, Clarence, un attimo prima che succeda l’irreparabile, gli mostra come sarebbe stato il mondo se George  (un bravissimo James Stewart) non fosse mai nato. “Strano, vero? La vita di un uomo è legata a tante altre vite. E quando quest’uomo non esiste, lascia un vuoto”, dice Clarence a George. Un miracolo moderno. Frank Capra, a distanza di un oceano, era infatti in piena sintonia con alcuni sceneggiatori italiani (De Sica, Zavattini e altri) che solo un anno prima avevano scritto e realizzato “La porta del Cielo”, un film prodotto da Orbis per il Centro Cattolico Cinematografico dove, con uno spirito contemporaneo, si diceva chiaramente che il vero miracolo è quello della Conversione. Si tratta proprio dello stesso miracolo che avviene nella vita di George Bailey. Rinuncia al proposito suicida e si “salva” nel momento in cui riceve la “Grazia” e solo dopo che lui avrà ritrovato questo sorriso interiore arriveranno anche le soluzioni ai problemi più prosaici e “terreni”. Ecco. Sono tre modi diversi di parlare della “vita”. La “Speranza” di Walter Mitty, un sognatore che scopre con gioia di non aver “sognato” invano. La “Carità” dei simpatici attori di Lubitsch che riescono a distogliere lo sguardo dal proprio ombelico per guardare negli occhi la sofferenza del fratello. La “Fede” che salva il disperato George Bailey proprio nel momento in cui la notte sembra più scura e più fredda. La “Vita” veramente non è sola. Si può dire, con l’aiuto del cinema, che è almeno trina. La “Vita” è infatti “Speranza”, “Carità” e “Fede”, come le tre virtù teologali che sono da sempre così amorevoli con la confusa e vorticante umanità dell’era moderna.

Pubblicato sulla newsletter di Scienza e Vita il 20 dicembre 2013

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