A metà festival arriva il film di Todd Solondz. Dark Horse. Cavallo sul quale scommettere. Anche per un Leone?

Pubblicato: 6 settembre 2011 in cinema
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"Dark Horse" di Todd Solondz, un cavallo dato per perdente sul quale potrebbe essere utile scommettere. La storia di una vita. Da Leone.

La prima settimana si è conclusa a Venezia 68, e sono i piccoli nomi, non i grandi nomi, a proporsi per i Leoni.

Ma a spaccare la prima e la seconda settimana è Todd Solondz con Dark Horse.

La “black comedy” si apre a un matrimonio. La cinepresa passa dall’allegria di chi balla alla tristezza di chi non balla, i protagonisti seduti a un tavolo, lei trentenne bellissima e depressa (Selma Blair, Hellboy), lui trentenne XL (Jordan Gelber, apparso in Boardwalk Empire di Martin Scorsese), che vive con mamma e papà, e che le chiede il numero di telefono. In una storia normale lui, Abe, non avrebbe mai il numero di lei. Ma in una storia di Solondz sì. Ma non è una commedia, è una commedia nera. E Solondz è un regista durissimo con la società e i suoi miti e falsi miti, e durissimo anche con il cinema hollywoodiano.

Lei è depressa e stonata dai farmaci, ex scrittrice e tossica con l’epatite C che è ritornata a vivere a casa con mamma e papà. Abe è il “loser” di tutti i film americani, il cavallo del titolo, il cavallo su cui non si scommette, obeso che beve Diet Coke per dirsi che non è obeso e adolescente non più adolescente che colleziona giocattoli.

L’incontro tra lui e lei a casa di lei è comico. E così Abe che le chiede di sposarsi. E così Abe che le dà il primo bacio. E così l’incontro con l’ex di lei. E così l’incontro tra i “mostri”, la famiglia di lui e la famiglia di lei.

La critica alla famiglia non è nera, è più che nera. Ma lo scontro centrale è tra Abe e il padre (Christopher Walken), che lo licenzierà dall’azienda di famiglia perché è inetto.

La realtà che Abe costruisce con la ragazza è surreale e intervallata da visioni a occhi aperti, visioni della madre e visioni della segretaria dell’azienda di famiglia su una Ferrari, visioni che intralciano Abe, come un Super-Io che si intromette tra Abe e la realizzazione del suo sogno.

Ma quando il padre lo licenzia, lui si schianta in macchina. Ed è qui che le visioni a occhi aperti diventeranno visioni a occhi chiusi, sogni. Ed è qui che il film diventa nero e dalla forma indefinita.

Dark Horse è un film importante, forse il primo film che chiede di essere visto e ri-visto a Venezia 68, un film d’autore con la A maiuscola, totale, e con un finale alla Solondz, d’oro, da Leone d’oro. Non si sa se ridere o se piangere.

Di Gerry; per La Padania del 6 settembre 2011

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