Il cinguettio del Papa su Twitter. Una strategia ideata ai tempi dei fratelli Lumière.

Pubblicato: 8 luglio 2011 in media
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Il Papa su Twitter, una novità per i social media, un disegno che parte da lontano

“Cari Amici, Ho appena dato l’avvio a www.news.va. Sia lodato Gesù Cristo! Con le mie preghiere e la mia benedizione, Benedictus XVI”. Con queste parole Benedetto XVI è entrato anche nella storia dei social media e del web 2.0. Sulla superficie hitech di un tablet (i computer di nuova generazione, tutto schermo e senza tastiera visibile) il Papa ha “cinquettato” il suo messaggio per uno dei social network più diffusi nel mondo, “Twitter” (sono circa trecento milioni di utenti che inviano ogni giorno, “cinquettano”, più di duecento milioni di messaggi). La parola inglese “Twitter” significa appunto “coloro che cinquettano”. Gli utenti possono inviare solo messaggi molto brevi, una foto o un breve video. Possono però rimandare ad altre pagine sul web tradizionale o sugli altri social network. Anche il Papa lo ha fatto e ha lanciato con il suo primo “cinguettio” il portale “all news” della Santa Sede. All’indirizzo www.news.va i lettori possono trovare dal 29 giugno tutte le notizie che riguardano l’attività della Chiesa nel mondo. Si tratta di un servizio che molti addetti ai lavori aspettavano da tempo (la galassia dei media cattolici su Internet è molto vasta ed è facile perdere l’orientamento) ma che è stato pensato e costruito anche per il lettore occasionale. “Le nuove tecnologie non stanno cambiando solo il modo di comunicare, ma la comunicazione in se stessa, per cui si può affermare che si è di fronte ad una vasta trasformazione culturale”, ha detto Benedetto XVI. L’attenzione della Chiesa nei confronti dei moderni strumenti della comunicazione però non è recente e la strategia pastorale è stata costruita con cura nello spazio di un secolo intero, a partire da un lontano pomeriggio  del 1896 quando, nei giardini del Vaticano, il primo operatore italiano dei fratelli Lumière, il torinese Vittorio Calcina, sistemò il treppiedi della sua rudimentale e traballante macchina da presa. Il protagonista di quella storica ripresa, durata solo una manciata di minuti, era Papa Leone XIII. Una sorta di “cinguettio” ante litteram. Come farà Benedetto XVI un secolo più tardi, anche Leone XIII utilizzò il nuovo sistema di comunicazione (il cinema era stato inventato da Lumière l’anno prima, nel 1895) per impartire una benedizione apostolica non solo all’operatore o al mezzo ma, tramite loro, anche a tutto il pubblico che avrebbe visto quel breve filmatino. “Nel mondo digitale, trasmettere informazioni significa sempre più spesso immetterle in una rete sociale, dove la conoscenza viene condivisa nell’ambito di scambi personali. La chiara distinzione tra il produttore e il consumatore dell’informazione viene relativizzata e la comunicazione vorrebbe essere non solo uno scambio di dati, ma sempre più anche condivisione”, ha detto Benedetto XVI nel suo messaggio per la 45ma Giornata delle Comunicazioni Sociali. “La Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, l’unica celebrazione mondiale voluta dal Concilio Vaticano II (Inter mirifica, 1963), da quasi mezzo secolo è celebrata in quasi tutti i Paesi, per decisione dei Vescovi del mondo, la domenica che precede la Pentecoste”, spiega Mons. Claudio Maria Celli, Presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, il dicastero della Santa Sede che gestisce, fra l’altro, l’unica sala cinematografica del Vaticano. Si tratta di una piccola saletta dentro Palazzo San Carlo, a pochi passi dall’Arco delle Campane, restaurata nel 2005 per iniziativa dell’allora Ministro Urbani e dei vertici di Cinecittà e dell’Istituto Luce. È la stessa sala dove Giovanni Paolo II incontrò anche Roberto Benigni in occasione di una proiezione speciale de “La vita è bella”. “Cristo ha comandato agli apostoli e ai loro successori di ammaestrare “tutti i popoli” di essere “luce del mondo” di proclamare il Vangelo senza confini di tempo e di luogo. Come Cristo stesso, nella sua vita terrena, ci ha dato la dimostrazione di essere il perfetto “Comunicatore”, e come gli apostoli hanno usato le tecniche di comunicazione che avevano a disposizione, così anche oggi l’azione pastorale richiede che si sappiano utilizzare le possibilità e gli strumenti più recenti. Non sarà quindi obbediente al comando di Cristo chi non sfrutta convenientemente le possibilità offerte da questi strumenti per estendere al maggior numero di uomini il raggio di diffusione del Vangelo. Perciò il Concilio Vaticano II esorta i cattolici ad usare “gli strumenti della comunicazione sociale, senza indugio e con ogni impegno, nelle varie forme di apostolato”, si legge al punto 126 dell’Istruzione Pastorale “Communio Et Progressio sugli strumenti della Comunicazione Sociale”, forse il documento più studiato del Concilio Ecumenico Vaticano II svoltosi a Roma dal 1962 al 1965, sotto i pontificati di Giovanni XXIII e Paolo VI. Quella della comunicazione della Chiesa è quindi una strategia antica che si confronta però oggi con nuove preoccupazioni. La dinamica digitale, secondo Benedetto XVI “ha contribuito ad una rinnovata valutazione del comunicare, considerato anzitutto come dialogo, scambio, solidarietà e creazione di relazioni positive. D’altro canto, ciò si scontra con alcuni limiti tipici della comunicazione digitale: la parzialità dell’interazione, la tendenza a comunicare solo alcune parti del proprio mondo interiore, il rischio di cadere in una sorta di costruzione dell’immagine di sé, che può indulgere all’autocompiacimento”. Gli ha fatto eco da Genova, dove era andato a celebrare la festività di San Giovanni Battista, il Cardinale Mauro Piacenza, Prefetto della Congregazione del Clero. Il messaggio per la 45ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali era indirizzato proprio ai sacerdoti di tutto il mondo. “La cultura nella quale oggi la Chiesa è chiamata a vivere e ad annunciare coraggiosamente il Vangelo, è incapace di stupore perché svuotata di attesa. Se l’orizzonte personale e sociale è ridotto ad un generico benessere fisico e terreno, se i diritti sono arbitrariamente fissati dalle leggi – intese come umana convenzione – e non dalla Giustizia, che deriva dalla Legge naturale, e quindi da Dio, inevitabilmente viene ridotta ogni prospettiva di attesa e, con essa, la reale capacità di stupore”, ha detto Piacenza. “Ma Dio non teme la distrazione degli uomini né la loro deriva relativista, materialista ed edonista – ha aggiunto -. Dio è capace di agire con potenza”. Anche con un “cinguettio”.

Pubblicato su La Padania l’8 luglio 2011

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