La Biennale, un mandato per sempre. Per riscoprire l’antico rapporto con il territorio. Il dilemma di Galan.

Pubblicato: 13 settembre 2011 in cinema
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Paolo Baratta e Marco Muller sono arrivati a scadenza mandato ai vertici della Biennale e della Mostra del Cinema. Potrebbero essere rinnovati.

Se durasse per sempre il mandato di Presidente della Biennale e, perchè no, anche quello del direttore della Mostra, non ci sarebbe nulla di male. La 68ma edizione della Mostra d’arte cinematografica si chiude con questo sentimento molto diffuso fra gli addetti ai lavori anche se nessuno osa esprimerlo ad alta voce. Non c’è infatti nessuna legge scritta che impedisca al Ministro dei Beni Culturali Giancarlo Galan (nelle cui competenze rientra la nomina del presidente dell’Ente veneziano) di confermare l’attuale presidente della Biennale, Paolo Baratta, per un altro mandato. Anzi, ci sono precedenti illustri. A Cannes lo storico presidente Gilles Jacob fa coppia fissa con il direttore Thierry Frémaux da talmente tanto tempo che è difficile ricordare un festival senza i loro volti sorridenti in cima alla famosa scalinata del Palais sulla Croisette. Per non parlare dell’importantissimo Sundance Film Festival fondato e diretto da sempre dall’attore Robert Redford. L’altro tema, non banale, che spinge a riflettere per una doppia riconferma è che le due poltrone sono tanto ambite quanto scomode. Per vari motivi. Intanto quelli più facili da immaginare e da dire. L’attuale direttore, Marco Muller, storico dell’architettura, esperto di cinema internazionale con una predilezione per il lontano Oriente, parla molte lingue ed è conosciuto e apprezzato a Hollywood come a Pechino o a Bollywood, in India. E’ veramente difficile immaginare un profilo professionale più adeguato del suo per quel ruolo così come è veramente difficile scovare qualcuno in grado di competere. Almeno in Italia. Si dovrebbe cercare fuori ma che figura ci farebbe il Ministro se dovesse chiamare uno straniero a guidare il fiore all’occhiello del cinema italiano? Sarebbe una debacle che macchierebbe per sempre il curriculum politico di Galan, da sempre così attento alle radici e al territorio. Un famoso giornalista e documentarista italiano, Antonello Sarno, in uno dei suoi servizi da Venezia è arrivato a dire: “Venezia 68 e il mandato del direttore Muller ormai sono agli sgoccioli. E pensare che qualcuno sta già lottando per diventare il direttore di Venezia Sessantanove fa molto ridere”. Già. Il tema legato all’eventuale rinnovo del mandato del Presidente Paolo Baratta è invece molto più complesso e rappresenta un bel dilemma per Galan. Si confronteranno infatti non due posizioni politiche o personali diverse (Baratta e Galan si conoscono da anni e sono decisamente compatibili) ma piuttosto due strategie che al momento sembrano distanti e difficili da conciliare. Per le altalene della politica, Galan, veneto doc e innamorato della sua terra, si ritrova in quella “Roma padrona”, così lontana, a gestire, come ministro, il più importante finanziamento della Biennale e della Mostra. Senza quei soldi “romani” la Mostra morirebbe ma con quei soldi il potere politico (imprenditoriale, ecc.) romano fa sentire forte la propria voce ed è arrivato a snaturare il rapporto antico che la Mostra e la Biennale hanno sempre avuto con il proprio territorio. ““Sono contro l’idea di una corazzata piazzata nel mezzo del Lido con il vuoto intorno”, ha detto Paolo Baratta nella consueta colazione di lavoro con i giornalisti a fine mostra. Il progetto del nuovo Palazzo del Cinema imposto dalla politica centrale e poi abortito per la scoperta di una notevole quantità di amianto nello scavo delle fondamenta, secondo il pacato ragionamento di Baratta, avrebbe distratto risorse e attenzione. “La soluzione dei problemi strutturali della Mostra (la storica carenza di sale, la mancanza di spazi di accoglienza per il grande pubblico e l’impossibilità di strutturare dei luoghi da dedicare al mercato) è qui intorno a noi – spiega Baratta -. Ci sono tanti edifici che possono essere riadattati per le nostre esigenze, c’è ancora tanto da fare nella ristrutturazione del vecchio palazzo dopo le prime cose già fatte quest’anno. Nei palazzi che corrono sul lungomare fra il Palazzo e l’Excelsior adesso dormono i dipendenti dell’albergo. Ma una volta erano adibiti ad esposizioni d’arte. Hanno una storia che potremmo recuperare con investimenti contenuti. Ma soprattutto hanno una storia che ci riguarda e che ci appartiene. Facciamo parlare questi luoghi e restituiamo alla Mostra le sue radici”. Baratta sembra convinto. Dice anche, con un sospiro, a chi gli chiede conto della scadenza del suo mandato (finisce fra poche settimane): “Chiunque assuma la responsabilità di un’istituzione come questa non può pensare di dare all’istituzione i tempi della propria scadenza di mandato. Si danno i tempi che i problemi impongono. Bisogna operare sempre come se si dovesse stare qui in eterno. E’ solo con un orizzonte a medio-lungo termine che si identificano i passi da compiere nell’immediato”. Sarà un bel problema per Galan. Lo abbiamo già scritto durante la Mostra. L’orgoglio veneziano, che Baratta è riuscito così brillantemente a cogliere e ad interpretare, prevede una rivoluzione radicale anche nei rapporti di forza con gli enti locali. D’altra parte sono ormai le Regioni il nuovo motore del cinema italiano. Basta guardare, per esempio, alla grande quantità di denaro che nel Lazio la Polverini e il suo assessore Fabiana Santini stanno investendo nell’audiovisivo o al crescente successo del loro festival “RomaFicitionFest”. Il ministro, veneto per eccellenza, ma attualmente collocato a Roma, dovrà decidere quindi da che parte stare. Non sarà facile. Intanto gli enti locali del Veneto, Regione, Comune e Provincia, aspettano. I soldi, ovviamente, non ci sono e i vari Zaia (Regione), Orsoni (Comune) e Zaccariotto (Provincia) si sono fatti vedere poco al Lido durante la Mostra. Tutti sono consapevoli della distanza siderale che separa ormai la Mostra dalla gente e dalle imprese del Veneto. Durante il prossimo mandato, la Biennale non potrà più evitare di affrontare il problema. Il sogno di Baratta, “facciamo parlare questi edifici, questi luoghi”, nel frattempo lo ha gratificato di un commento che, certo, non si aspettava. “Baratta, lei è un poeta”, ha strillacchiato la Natalia Aspesi durante il pranzo con i giornalisti. Ci vorrà anche un po’ di poesia per salvare Venezia?

Ap

Pubblicato su La Padania il 13 settembre 2011

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