Per un giornalismo più Pio

Pubblicato: 6 novembre 2017 in La materia dei segni
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Pio D'Emilia

Pio D’Emilia

Ma che giornalismo è?!?! Guarda in camera, sorride, ti dice che non ha capito quello che è successo. Poi volta le spalle agli spettatori stupefatti e comincia a camminare (e a parlare nel microfono) mentre si fa largo  in mezzo a file di profughi o fra le camionette della polizia. Pio D’Emilia, un viso sorprendentemente vecchio e bolso nel palinsesto degli eternamente giovani di Sky Tg 24, sembra la contraddizione e la pietra d’inciampo di ogni moderna forma di giornalismo televisivo.

I suoi reportage dalle più diverse latitudini del mondo sono immediatamente riconoscibili e fanno sembrare vacui e ingessati i servizi della maggior parte dei suoi colleghi. Scrittore e iamatologo (esperto delle cose del Giappone), Pio D’Emilia entra nelle case degli italiani con un volto sorridente, la barba bianca e gli occhialetti rossi d’ordinanza. Rispetto alle migliaia di contributi degli inviati o dei corrispondenti da Londra in standing davanti al simbolo rotante di Scotland Yard o da New York di fronte all’ingresso del palazzo di vetro dell’Onu, le immagini ruspanti e così sgrammaticate di D’Emilia sono una fonte inesauribile di freschezza. Ha la barba bianca, è vero, e non è più un giovanotto, ma il suo lavoro ricorda da vicino gli esperimenti narrativi del nuovo (nuovissimo) giornalismo tv come quello di Vice e del nuovo (nuovissimo) giornalismo di approfondimento come quello di News Deeply. Un linguaggio moderno e antico nello stesso tempo che restituisce agli spettatori il gusto esotico della narrazione dell’altrove. Il birignao giornalistico che ci assedia invece è sempre più ingessato. Nonostante il proliferare dei social e la miniaturizzazione delle tecnologie di ripresa, i giornalisti tv (a parte le lodevoli eccezioni come D’Emilia) sembrano più interessati al parrucchiere o al chirurgo plastico che al loro mestiere. Lo spettatore è diventato più distratto e, nello stesso tempo, più esigente. Si annoia davanti all’egocentrismo autoreferenziale e insipido di alcuni anchor. Si eccita e partecipa invece quando il mediatore della notizia è in grado di scuoterlo dal torpore. Pio D’Emilia (e quelli come lui) hanno un dono. Sarà anche vero che Pio qualche volta non capisce (lo ha scritto lui stesso nella sua breve autobiografia) ma è sempre in grado di suscitare domande e riflessioni su quello che racconta. In Italia invece molti (troppi) giornalisti tv sembrano poco consapevoli delle potenzialità (e responsabilità) del mezzo. Il giornalismo tv sta cambiando sempre più in fretta ed è importante capire la complessità delle nuove sfide che vengono poste sul fronte della deontologia professionale. In un paese dove nessuno legge più i giornali di carta e con buona pace di Facebook, la tv è l’unica fonte di informazione per milioni di cittadini. Un giornalismo tv più Pio (un brutto gioco di parole, lo so e chiedo scusa ma tant’è…) potrebbe alimentare la speranza di poter restituire all’informazione un ruolo attivo nella vita democratica della nazione.

Andrea Piersanti

Pubblicato su Tivù di Novembre 2017

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