Cinecittà è una metafora commovente delle contraddizioni della cultura italiana

Pubblicato: 30 settembre 2014 in cinema
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C'era una volta Cinecittà

C’era una volta Cinecittà, su Area

Cinecittà è veramente la metafora più grande, e anche la più commovente, delle contraddizioni della cultura italiana. Costruita sugli stessi terreni della discarica del Quadraro (era il posto dove veniva bruciata la “monnezza” dei romani, molti anni prima di Malagrotta), la città del cinema è stata per anni il calderone dove sono confluite le speranze e le delusioni del cinema italiano. Nel periodo dell’occupazione nazista i teatri di posa furono usati come campi di internamento. Poi, dopo la liberazione, divennero il rifugio delle molte famiglie che avevano perso la casa durante i bombardamenti degli alleati. Per riscaldarsi e cuocere le loro povere minestre gli sfollati usarono i documenti degli archivi cinematografici e i pezzi delle scenografie dei vecchi film. Una metafora, appunto. Triste, però. La strategia visionaria di Mussolini e del futurista Luigi Freddi, i due uomini che inventarono Cinecittà e l’Istituto Luce, non è mai più stata eguagliata in seguito dai governi dell’Italia repubblicana e democratica. Quei miseri falò dentro le baracche costruite nei teatri di posa furono così l’inizio della fine. Lo aveva ben capito Giulio Andreotti. Nel dopoguerra, con scuole ospedali e ponti da ricostruire, il giovane sottosegretario democristiano con gli occhiali riuscì a convincere sindacati e partiti di opposizione a stanziare un po’ di soldi per preservare almeno le pellicole dell’archivio del Luce insieme con le mura di Cinecittà. Momenti di grandezza strategica e visionaria. Poi è successo di tutto. Dal neorealismo a Fellini, dai “peplum” della “dolce vita” al “Grande Fratello” di Mediaset.  Cinecittà oggi è ancora lì. Per fortuna. Resiste indomita anche se provata dagli anni e dai ripetuti attacchi. Galleggia come gli occhi spalancati della Medusa usata da Fellini nel suo “Casanova” nel 1976 che ora emergono sognanti nel prato all’ingresso dei teatri di posa. La battuta più fulminante su Cinecittà resta legata ad un film del 1991, “Il portaborse” di Daniele Luchetti. «Volevamo mandarti a Cinecittà – dice il ministro Botero interpretato da Nanni Moretti – ma mi dicono che il cinema non conta più un cazzo». Ai tempi di Veltroni nacque una sorta di mostro parastatale. L’attività vera e propria degli Studios venne appaltata ad un gruppo di imprenditori guidati da Luigi Abete (una nuova società chiamata “Cinecittà Studios” partecipata in quota minoritaria anche dal Tesoro); la pigione e la proprietà del marchio furono affidate ad una società pubblica chiamata “Cinecittà eccetera”. Cominciò così un girotondo di nomi e di definizioni con “Cinecittà” nel prefisso, da far venire il mal di testa. Da “Cinecittà Entertainment” fino alla più recente “Cinecittà World”, un parco a tema inventato e costruito da Abete che però non è sulla Tuscolana ma sulla Pontina. Una gran bella confusione. Per alcuni anni gli autori e i produttori si sono lamentati del fatto che una parte dei finanziamenti statali del cinema fossero drenati per mantenere le costose attività della parte pubblica di Cinecittà. In quel periodo, con il sostegno economico del Ministero della cultura, Cinecittà e l’Istituto Luce hanno costruito e poi, in qualche caso, smontato società per la produzione, la distribuzione e anche per l’esercizio cinematografico. Adesso, il progetto più recente, è quello di affidare a “Cinecittà” il ruolo di “agenzia nazionale del cinema”, sulla base di un modello francese, l’INA, che piace molto ad alcuni addetti ai lavori. Il progetto è più razionale e condivisibile di altri ma stenta a decollare. La resistenza di alcuni apparati della pubblica amministrazione, arricchita oggi da una non confessata ma robusta coloritura antirenziana, impedisce il tentativo di “laicizzare” e di spostare a Cinecittà la gestione degli aiuti statali al cinema. Nel frattempo, con un “portfolio” di più di tremila film realizzati, Cinecittà ormai langue ai limiti della chiusura. I dipendenti sono preoccupati e hanno già inscenato alcune spettacolari forme di sciopero. La Rai della spending review di Gubitosi, per un attimo, aveva riacceso la speranza. Alcune produzione della tv di Stato dovranno abbandonare gli studios sulla Nomentana e avrebbero potuto trasferirsi a Cinecittà. Ma poi il progetto si è bloccato per problemi procedurali. Rimane a Cinecittà il sentimento di un rimpianto. Avremmo potuto essere i più grandi. L’intuizione iniziale era stata bellissima. Ancora oggi il brand di Cinecittà è fra i più conosciuti del mondo. Diceva un tecnico del suono che Fellini era soprannominato il “faro”. Quando entrava nel Teatro 5 tutti gli occhi dei tecnici e delle maestranze si posavano su di lui e lo seguivano. Di quel momento magico è sopravvissuta solo una diffidenza scanzonata e un po’ volgare che è tipica dei romani. In modo particolare di quei romani di Cinecittà che sono sopravvissuti all’invasione dei divi di Hollywood, che hanno lavorato con Fellini e che oggi, con un sorriso antico e svogliato, sono ancora lì ad aspettare le produzioni che non arrivano.

Pubblicato su Area di settembre 2014

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