Mamma Rai e suoi primi sessanta anni

Pubblicato: 28 agosto 2014 in media
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Schermata 08-2456898 alle 19.12.11Invecchiata male o bene che sia, la Rai ha compiuto 60 anni. L’età della pensione per questo pachiderma della produzione culturale è però ancora lontana. Nacque il 3 gennaio del 1954 sulle ceneri della EIAR, la radio di Stato inventata da Mussolini. Adesso è lanciata sul web, combatte alla pari contro il colosso americano Google (a maggio ha cancellato i propri video su Youtube), domina nel digitale terrestre e si candida con buona volontà a rimanere un interlocutore privilegiato per la politica e la cultura anche nel nuovo millennio “social” e “2.0”. Il suo sessantesimo compleanno è un momento di svolta. Le sfide della modernità premono alle porte di Viale Mazzini e i suoi dirigenti, soprattutto quelli più giovani, “twittano” in modo compulsivo come se non avessero mai fatto altro. Basterà questo a salvarla dal declino della terza età? Non lo sappiamo. Alcuni segnali però dovrebbero far riflettere i vertici della Rai. Nel Regno Unito per esempio, la BBC, la tv pubblica più famosa del mondo, sta avviando un processo rivoluzionario. Il direttore generale della BBC, Tony Hall, l’ha chiamata «Competition Revolution». In poche parole, hanno deciso di gestire acquisti e coproduzioni con le stesse regole del mercato, una svolta che sembra lontana anni luce dalla permanente e polverosa burocrazia della Rai. «Siamo, e dobbiamo essere, un grande volano per l’industria creativa in questo paese – ha detto Tony Hall -. Stiamo per andare oltre quanto abbiamo mai fatto prima e apriremo la BBC ad una maggiore concorrenza. Abbiamo intenzione di andare più lontano di quanto abbiamo mai fatto prima,  per abbattere i costi e diventare più competitivi sul mercato internazionale». Una visione strategica che sembra mancare oggi al dibattito politico sul futuro della “nonna Rai”. Per anni è stata il laboratorio politico e culturale più importante del Paese. Nelle redazioni e sui set dei programmi, si inventava un “linguaggio” nuovo quasi ogni giorno. Si sperimentava, si commettevano sbagli e si producevano novità che facevano sognare un Paese destinato (così sembrava allora) ad un progresso luminoso, infinito anche se indefinito. Gli intellettuali migliori del dopoguerra sono nati e cresciuti in Rai. Il cinema sperimentale più bello degli anni settanta e ottanta (da Antonioni a Fellini, da Maselli ad Avati) riuscì a svilupparsi e a generare consensi e riconoscimenti internazionali grazie all’insostituibile sostegno della Rai. Una storia impressionante, per quantità e, soprattutto, per qualità. Diceva allora Renzo Arbore, una delle ultime grandi invenzioni della Tv di Stato: «Sono contento perché mi pagano per divertirmi con gli amici». Scherzava, ovviamente. Lo spirito che si respirava in quegli anni, però, era esattamente questo. Si è tanto parlato e scritto della factory creativa allestita, fra eccessi e genio, da Andy Warhol a New York. Negli stessi anni, anche se con più ordine e professionalità, avveniva la stessa cosa in Via Teulada o in Via Asiago. Sarebbe bello che, nella frenesia di convegni e dibattiti, si lanciasse una ricerca approfondita per raccontare la straordinaria e geniale “factory” della Rai. Il Paese, nel nome di un pluralismo di fatto, non enunciato a parole ma praticato nelle scelte quotidiane, partecipava compatto ad un progetto culturale senza precedenti. Poi qualcosa si è rotto.  Negli anni 1975-76 finì il monopolio della Rai, che fino a quel momento era stato visto come garante proprio del pluralismo culturale. Nascono le emittenti private, un vero boom: da 68 nel 1976 passano a 600 nel 1981. Il loro palinsesto è di 24 ore su 24. «A causa di questa forte concorrenza la Rai subisce una radicale trasformazione», dicono gli storici. Le novità più rilevanti sono l’aumento delle ore quotidiane di programmazione e l’introduzione del colore. Sono anni tempestosi. Alla fine di una lotta senza esclusioni di colpi, a Milano nasce l’Auditel (da un consorzio della Rai con le tv private) per il rilevamento dell’ascolto e per la definizione dei tariffari pubblicitari. La micidiale concorrenza sulla pubblicità spingerà la Rai a spegnere gradualmente la sperimentazione. I palinsesti finiranno per assomigliarsi sempre di più. Si tratta di una regola che il marketing tv (una scienza sconosciuta fino ad allora) impara a gestire in fretta: la concorrenza fra palinsesti diventa così l’arma “preferita” della programmazione tv. La Rai da “factory” si trasforma in una cittadella assediata. Contratti milionari per le star e privilegi esclusivi per i dipendenti, trasformano la tv di Stato in un oggetto di appetiti famelici. Tagli e risparmi oggi potrebbero restituirle lo spirito pionieristico degli inizi. Serviranno però anche regole nuove per consentire il ritorno della partecipazione pluralistica di tutti. Aprire le porte, nell’era dello strapotere dei social media, potrebbe essere la vera sfida per una Rai che abbia veramente voglia di tornare ad essere un “laboratorio 2.0” del Paese.

Pubblicato su Area a luglio 2014

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