Il buco analogico della Rai

Pubblicato: 28 agosto 2014 in media
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Il destino della Rai è legato alla sua funzione. A dirla con Totò, la Rai serve solo se serve agli italiani che pagano il canone. L’impressione, però, è che al momento la Rai serva solo a garantire i privilegi oversize di una comunità di happy few variamente composta da produttori cine-televisivi, artisti, agenti e dirigenti. Sarà un errore di cattiva comunicazione aziendale, saranno gli sprechi di una gestione non sempre attenta, saranno gli scandali veri o presunti di certi compensi milionari o di certe commesse non trasparenti. Sarà quello che volete ma la Rai non è mai stata così poco amata e compresa dai suoi veri editori di riferimento, i telespettatori. I primati di ascolto infatti, e lo sanno bene gli analisti dell’ufficio marketing, non sono direttamente proporzionali agli indici di gradimento. E’ inutile quindi sventolarli come medaglie al merito. E allora? Nel 2016 il governo dovrà assegnare una nuova licenza di servizio pubblico. Si tratta del contratto che lo Stato stipula con un broadcaster per erogare servizi radiotv di pubblica utilità. Titolare di questa licenza è sempre stata la Rai. Le cose, però, non sembrano più così scontate. Forse anche a causa della debole immagine della Rai attuale, la scadenza per il rinnovo della licenza sta suscitando attenzioni eterogenee. Ci sono per esempio le emittenti regionali che, consorziate in network, sono convinte di poter concorrere almeno ad una “licenza” parziale per il loro ruolo competitivo nell’informazione locale, da sempre uno dei settori chiave dell’idea stessa di “servizio pubblico”. Ci sono poi gli interessi dei gruppi editoriali italiani (ma non solo, anche gli arabi, infatti…) che sperano da tempo di poter mettere le mani su uno o più canali della Rai. Si tratta di un vero e proprio buco analogico nel quale la Rai potrebbe precipitare fino ad annullarsi. Il dibattito politico intorno ai destini del servizio pubblico radiotelevisivo è viziato in modo drammatico dalla competizione poco nobile fra gli appetiti del settore e quelli dei partiti.  Alla faccia (diceva Totò) degli interessi molto più legittimi dei cittadini. Ecco quindi la proposta per evitare la trappola del buco analogico. In Francia recentemente sono state costituite due commissioni di studio (sul modello di quelle della BBC o della famosa Commissione Attali): i due rapporti (Lescure, sul rapporto fra innovazione digitale e cultura; Bonnell, sul sistema del sostegno pubblico alle imprese del settore) hanno dato risultati importanti. La Francia è oggi il paese con il rapporto più interessante fra spesa culturale e Pil. Alla luce di questa case history, anche in Italia, il Governo, insieme con la Rai e il Parlamento, dovrebbe istituire una speciale commissione scientifica di esperti (bipartisan) per elaborare le nuove linee guida sulle strategie della produzione culturale nazionale in vista del ruolo da attribuire alla tv di Stato. I temi da affrontare sono tanti, dal copyright digitale alla fabbrica dei talenti, dalla fuga dei cervelli alla promozione del territorio, dai nuovi linguaggi digitali al ruolo del cinema. La vera sfida, però, è il ritorno al pluralismo culturale. Negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, la Rai è stato il driver principale della crescita culturale del paese. Poi, negli anni Ottanta, con l’arrivo della tv commerciale, le regole di ingaggio del dibattito politico sul destino della tv pubblica sono cambiate di colpo. Da “soggetto” attivo del cambiamento e del progresso del Paese, la Rai è diventata “oggetto” di appetiti politici e imprenditoriali. Una volta la Rai era un laboratorio aperto. Intellettuali e professionisti di ogni schieramento si accostavano in punta di piedi, si sottoponevano anche all’incognita dei concorsi e andavano infine ad alimentare una produzione culturale eterogenea che era destinata a far crescere il Paese. Poi è scattato un corto circuito mentale e politico. La Rai ha smesso di essere inclusiva ed è diventata esclusiva. Da laboratorio aperto è diventata una cittadella assediata. Ha smesso di ascoltare il Paese, con tutte le sue infinite sfaccettature, e ha cominciato a parlare con una voce sola, quella del peggiore conformismo. Tutti invocano il modello BBC ma nel Regno Unito la più invidiata tv pubblica del mondo nacque e crebbe proprio grazie alle attività di alcune commissioni di esperti, svincolate dalla politica. In Italia, al momento, i gruppi di lavoro si riuniscono in settori divisi da compartimenti stagni, quelli della Rai con la Rai, quelli del Governo con il Governo. Sembra che non ci sia una reale consapevolezza del momento “storico” che stiamo vivendo. Tutti parlano della cultura come del più importante volano economico del paese ma in nessun luogo del nostro paese si sta ragionando su come rendere veramente produttiva questa “grande bellezza”. La nuova Rai, ridisegnata con il contributo di tutte le forze vive del Paese, potrebbe essere lo strumento che stiamo cercando. 

Pubblicato su Area a luglio 2014

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