Google a dieci anni dalla quotazione. Un colosso potente ma non senza problemi e in cerca di alleati

Pubblicato: 28 agosto 2014 in illusioni digitali
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google_camp_logoA poche settimane del decimo compleanno in Borsa, festeggiato in agosto con una quotazione a maggiorazione geometrica (+1.373 per cento) e una capitalizzazione a 397 miliardi di dollari, contro i 26 al tempo dell’Ipo a Wall Street, Sergey Brin e Larry Page, i due promotori di Googol, la società nata nel 1998 – come da leggenda di Silicon Valley – in un garage di Menlo Park, in California, hanno dato vita in Italia a una propria Davos, come l’ha definita il New York Times, chiamata con studiato minimalismo “The Camp”.

I giornali di tutto il mondo ne hanno parlato soprattutto dal punto di vista del colore, per diverse ragioni: perché all’appuntamento hanno partecipato imprenditori e investitori di primo piano di tutto il mondo;  perché l’aeroporto di Palermo si è riempito di lussuosi jet privati (come ha riferito il sito “Rosalio.it” con tanto di foto) e gli elicotteri noleggiati per l’occasione hanno trasportato gli invitati e le loro famiglie da Punta Raisi all’esclusivo Verdura Golf & Spa Resort di Sciacca; Per i 7.000 euro pagati per l’affitto esclusivo di una delle località storiche e archeologiche più belle della terra, il Parco di Selinunte, con il Tempio di Giunone illuminato a giorno per la cena esclusiva degli happy few. Ma soprattutto perché di quanto si sono detti alcuni degli uomini più potenti dell’economia del mondo non si è saputo nulla di nulla, nonostante fossero presenti anche alcuni giornalisti, come Arianna Huffington, che ha dato il nome a uno dei più noti giornali online del mondo. Bocche chiuse e nemmeno una riga di comunicato. Eppure ce ne doveva essere da scrivere. All’incontro hanno partecipato, fra gli altri, Ben Horowitz, co-fondatore della società di venture capital Andreessen Horowitz e i vertici di istituti di credito come Anshu Jain, Ceo di Deutsche Bank e Ana Patricia Botin, a capo di Santander per il Regno Unito. Imprenditori come Evan Spiegel, di Snapchat e Travis Kalanick, co-fondatore di Uber, o l’Italiano (uno dei pochi a dire il vero) ceo di Vodafone.

Ma perché i promotori di Google hanno preso questa iniziativa? Per adeguare le proprie iniziative culturali e politiche al gigantismo della propria creatura? O semplicemente per affari, per un alleanza con i grandi capitani della finanza in vista degli investimenti futuri o delle prove di forza con i governi di diversi Paesi su temi delicatissimi come il fisco, la privacy, l’utilizzo dei dati? E’ possibile che tutte queste ragioni abbiano contribuito alla decisione di fare il primo passo per instaurare una tradizione nuova, un nuovo appuntamento alla “Davos”, ma sui temi internettiani, sul nuovo mondo destinato a rivoluzionare ancora per molti anni il modo di vivere, di produrre, di lavorare e di fare affari o di divertirsi; un mondo dove le fortune nascono e diventano gigantesche ma rischiano anche di rinsecchirsi con la stessa, straordinaria velocità e dove invece Google vuole restare al top.

 

Gli aspetti inediti dell’iniziativa e i precedenti

“The Camp”, in realtà, non è una novità. Si tratta di un format che Google ha varato da più di un anno anche se con un nome diverso, “Big Tent”. Ma con due significative novità. Una è stata la presenza dei cofondatori di Google, Sergey Brin e Larry Page. Fino ad ora, infatti, i dibattiti di “Big Tent” erano stati guidati da Vint G. Cerf, Vicepresident di Google con la carica  di “evangelizzatore” (sic!). Cerf ha 70 anni, è ingegnere, è uno dei padri di Internet (“Sono molti i padri di Internet. Resta da capire chi sia la madre”, dice ogni volta che gli mettono davanti un microfono), è simpatico e ha una meravigliosa e curatissima barbetta bianca. La sua carica, in inglese, suona: “Vice President e Chief Internet Evangelist, Google”. Svolge con una discreta efficienza il suo mestiere di “capo evangelizzatore di Internet”. «Cerco 4 milioni di persone da convertire», ha detto a Roma, durante un recente “Big Tent” dedicato al copyright digitale. In Sicilia, però, al posto di Cerf c’erano i due fondatori di Google in persona. Un salto di qualità che non può essere casuale. L’altro aspetto inedito è stata appunto la segretezza. Non hanno fatto nulla per nascondere l’evento ma non hanno voluto raccontare il contenuto degli incontri. Si tratta di una strategia di comunicazione molto sofisticata. Come se Google volesse auto-candidarsi a diventare un faro di orientamento per i grandi del mondo.

 

Solo gigantismo e potenza o anche qualche debolezza da arginare e contrastare?

Google oggi è un gigante che cerca di essere identificato con il concetto stesso di Web, come se la Rete, senza il loro motore di ricerca, non servisse a niente. In realtà, molti sono i concorrenti agguerriti che ne insidiano il primato e gli affari. E soprattutto Google ha i piedi fatti non solo d’acciaio. Sono calati i valori di vendita degli spazi pubblicitari: il CPM (costo per mille), l’indicatore del valore di acquisto degli spazi pubblicitari sul web, sulle pagine di Youtube dall’inizio dell’anno è passato da 9,6 dollari a 6,3. Qualche star di Youtube (l’aggregatore di video controllato da Google) è scappata, i social network (il web 2.0) stanno rosicchiando fette di mercato importante, i competitor studiano motori di ricerca alternativi di tipo semantico (il web 3.0) e le major cinema e tv, infine, già da tempo si stanno attrezzando per agire autonomamente sul web. E’ una rivoluzione silenziosa, ma non senza effetti e possibilità di sviluppo. Tanto più che la grande mole di informazioni e di video che Google ha raccolto e continua a raccogliere ogni giorno direttamente e attraverso Youtube, Gmail e GooglePlus, sta cominciando a creare più di un problema anche all’utente finale. Secondo il rapporto annuale «World Press Trends» il tempo passato sui siti di informazione diminuisce in via proporzionale all’aumento dell’offerta di contenuti e paradossalmente anche all’aumento della platea di lettori». Di fronte a tanti fatti, l’agenzia di stampa dei vescovi, la Sir, ha addirittura parlato di “gigante dai piedi d’argilla”.

 

Se Major ed editori staccassero la spina….

Su Youtube sono ormai più di un milione e mezzo i canali tematici “partner” che dovrebbero godere di un trattamento privilegiato nella partecipazione agli utili dei proventi pubblicitari. Forse troppi per un rapporto esclusivo mentre continua a crescere il numero dei giovani che “sperano” nella visibilità e che sbarcano sulla piattaforma con i loro video fatti in casa. Per questo motivo le Major di cinema e tv, nonostante continuino a mostrare un discreto interesse per le potenzialità di marketing di Youtube hanno da tempo invaso il web con proprie piattaforme di video on demand come Hulu o Netflix. Se decidessero, da un giorno all’altro, di togliere tutti i propri contenuti di qualità da Youtube, il sistema di Google perderebbe terreno in poco tempo. Una minaccia che gli editori di news hanno già lanciato sul mercato.

 

Il caso “Italia” e le preoccupazioni di Google

In Europa e in particolare in Italia la situazione è diventata pesante. A parte l’idea della Google tax lanciata da alcuni parlamentari, come Francesco Boccia, ma stoppata dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi, molte tensioni nei settori strategici per eccellenza (tv e turismo) stanno nascendo intorno al potere di Google. Mediaset ha aperto un lungo e durissimo contenzioso giuridico contro Youtube per la violazione dei diritti sui filmati caricati illegalmente. La Rai di Gubitosi ha evitato il confronto giuridico ma, con una decisione non meno forte, ha deciso di cancellare tutti i propri video dalla piattaforma di Youtube e di aprire una concorrenza diretta sul web contro il colosso di Google tramite il proprio cliccatissimo website. Google ha cercato di correre ai ripari con un software che si chiama “Content Id”, disegnato proprio con lo scopo di tutelare i titolari dei diritti audiovisivi. Una loro presentazione in pompa magna allestita in Anica circa un anno fa però ha lasciato freddi i produttori cinetelevisivi italiani e il “Content Id” è stato utilizzato solo per cancellare i video illegali (che fanno la fortuna di Google) e non per costruire nuovo business (come Google sperava). Per quanto riguarda il turismo, gli operatori turistici, piccoli e grandi, non amano molto l’aiuto-concorrenza delle grandi agenzie online (Tripadvisor, eccetera) che drenano clienti e fatturati con contratti capestro proprio grazie alla complicità implicita di Google e dei suoi algoritmi di ricerca. Durante il Governo Letta, Google aveva provato a stabilire un contatto per tentare una mediazione. Senza successo. Anche la politica stessa, infine, sta correndo ai ripari contro meccanismi che producono risultati stravaganti nelle ricerche. Negli uffici marketing di alcuni partiti è così stata introdotta una nuova figura professionale, il “SEO” (Search Engine Optimizer), nel tentativo di “surfare” sugli algoritmi di Google e di arginare in questo modo alcune derive non gradite. Lo scorso capodanno, il video di Grillo postato su Youtube come alternativa al tradizionale discorso del Capo dello Stato, ha fatto registrare in pochi minuti più di un milione di download, un risultato straordinario ottenuto grazie alle attività di “SEO” messe in piedi da Casaleggio. Forse la decisione di tenere proprio da in Italia un evento così esclusivo come “The Camp” ma di invitare pochissimi italiani è anche un segnale di queste tensioni, come se l’Italia fosse utile solo per un piatto di pasta e un tramonto, non per gli affari che contano davvero.

Il nodo tutto italiano della mancanza della banda larga

Nella realtà uno dei problemi che blocca lo sviluppo digitale del nostro paese è ancora oggi la mancanza di una struttura di banda larga adeguata agli standard internazionali. In un articolo pubblicato il 23 agosto sul Sole 24 Ore, Andrea Biondi scrive, fra le altre cose: «Il 16% delle imprese italiane dei principali 90 cluster non riesce ad accedere a Internet a una velocità minima di 20 Mbps (megabyte per secondo). Nella precedente rilevazione il parametro preso in considerazione era la velocità di download a partire da 2 Mbps. Ora, a distanza di un paio di anni, l’Osservatorio Between ha posto il crinale a 20 Mbps. Segno che qualcosa è cambiato nei discorsi riguardanti la banda larga. Quello che non è mutato è il risultato finale, con i distretti italiani ancora lontani da un livello di dotazione infrastrutturale tale da permettere il salto di qualità. Un paradosso se si pensa a quanto lo sviluppo di un Paese come l’Italia debba ai cluster produttivi sparsi lungo lo Stivale. Ma tant’è. E così secondo le rilevazioni dell’Osservatorio Between a fine 2013 la velocità media di download con le tecnologie xDsl (a banda larga fissa) nei distretti era pari a 4,7 Mbps, contro i 5,6 Megabit al secondo del valore medio nazionale. Inoltre c’è un 16% di imprese dei principali 90 distretti italiani che non riesce ad accedere a Internet a una velocità minima di 20 Mbps. Non che fuori dai distretti la situazione sia tanto migliore. Anzi, allagando l’analisi oltre la tipologia distrettuale, e quindi all’intera Penisola, la percentuale di aziende non in grado di usufruire di servizi a larga banda di seconda generazione registra un numero leggermente peggiore (17%). Ma il punto sta proprio lì: quanto può continuare a esistere un dato del genere in realtà produttive la cui apertura all’export, oltre alla qualità dei prodotti, risulta essere la caratteristica fondamentale?».

I risvolti occupazionali della rivoluzione digitale, fra apocalittici e integrati

C’è infine da segnalare il problema dei risvolti occupazionali. Già a metà luglio, proprio sulle pagine de “ilcampodelleidee” (leggi qui) l’ex Ministro Maria Chiara Carrozza aveva lanciato l’lallarme. «In questo ultimo anno  – ha scritto – si è scatenato un dibattito scientifico interdisciplinare che ha coinvolto i principali centri di ricerca del mondo ed ha riguardato il tema del rapporto fra la qualità, la specificità e il numero dei posti di lavoro rispetto all’avvento della tecnologia dell’automazione. La domanda che molti scienziati sociali si pongono è apparentemente molto semplice, ma nella realtà contiene implicazioni enormi e di difficile interpretazione: la robotica cancellerà l’80 per cento dei posti di lavoro?

La risposta che io posso dare da scienziata e da politica è che probabilmente la robotica cambierà il lavoro, cambierà il modo di vivere, lavorare e produrre e non dobbiamo farci trovare impreparati. La rivoluzione industriale attraversa varie fasi, l’ultima, la più recente, porterà ad un rapporto fra uomo e tecnologia sempre più profondo e intimo, si tratterà di indossare la tecnologia, di vivere con essa, e di saperla utilizzare al meglio per il bene comune. Per questo sono molto preoccupata per la scuola e gli studenti italiani e ho deciso di intraprendere una battaglia culturale, quella del cambiamento e dell’adeguamento degli studi ai mutamenti della società, del lavoro e del modo di vivere ed interagire con il mondo». Di diverso avviso è invece l’editorialista de La Stampa, Gianluca Nicoletti. In un articolo pubblicato lo scorso 22 agosto, cita una ricerca degli esperti americani del Pew Research Center e scrive: «da qui al 2025 la tecnologia porterà occupazione. Ancora c’è una fetta ampia di umanità che teme il progresso tecnologico; lo ritiene antitetico a non ben precisate «leggi di natura». È un pensiero diffuso che attraversa il ceto medio più come esorcismo al tempo che passa che come reale convincimento, è paradossale che chi oggi non vive che grazie alle tecnologie che attraversano ogni segmento della vita quotidiana, se chiamato a esprimersi sembra aver ereditato la diffidenza dei luddisti d’inizio 800, che se la prendevano con i telai meccanici temendo che avrebbero sottratto lavoro alle maestranze salariate. La prima grande preoccupazione della macchina ruba lavoro sembra solo parzialmente fugata: per la metà degli esperti le tecnologie sono state sempre storicamente creatrici di nuovi posti di lavoro, siamo noi umani che dobbiamo educare le nostre capacità all’upgrade tecnologico. L’altra metà degli esperti è più cauta e non sottovaluta la poca adeguatezza delle attuali strutture sociali e soprattutto delle istituzioni che si occupano dell’ educazione a creare le competenze necessarie per un futuro mercato del lavoro. Di sicuro va considerato che mentre l’impatto dell’automazione ha finora investito soprattutto il ceto operaio, nei tempi immediatamente prossimi riguarderà anche il lavoro dei colletti bianchi, che dovranno necessariamente misurarsi con robot e agenti digitali, e per questo acquisire competenze che erano abituati a delegare». Sull’altro tema caldo legato alla rivoluzione digitale, la difesa della privacy, Nicoletti chiosa: «Di tutto il paradiso descritto ci sarà sempre chi farà uso criminale e distorto. La privacy sarà un romantico ricordo del passato, ma di sicuro ancora una volta si salveranno quelli che non smetteranno mai di stare al passo con i tempi».

Ma i problemi non riguardano solo l’Italia.

In Usa e in tutto il resto del mondo il problema della privacy e dell’uso delle informazioni personali è ormai all’ordine del giorno. Basti ricordare la vicenda di Edward Snowden, l’accusa di collusioni tra Google e i servizi d’intelligence della National Security Agency. Come pure la promessa- compromessa di non inserire marketing e pubblicità e di non usare per questi scopi le informazioni personali. Ma a creare tensioni e problemi è soprattutto lo scontro con i media tradizionali, soprattutto con il comparto più forte, quello televisivo. Lo scontro tra media più o meno tradizionali e Google non è una novità. Nelle puntate precedenti sono stati i francesi a prendersela col gigante di Mountain View, ottenendo – al termine di un lungo negoziato – che Google spendesse 60 milioni di euro per aiutare le aziende dell’informazione d’Oltralpe ad adattarsi alla competizione nell’era digitale. Nelle ultime settimane un gruppo di editori tedeschi – riuniti sotto la sigla Vg Media – ha impugnato una legge sul copyright approvata lo scorso anno in Germania, chiedendo a Google, come ha rivelato La Stampa, una percentuale sui suoi proventi pubblicitari. Il ragionamento è questo: la legge tedesca prevede che Google possa citare come risultati di una ricerca solo «brevi estratti» dei contenuti di un sito. Le anteprime delle ricerche di Google – dicono i tedeschi – sono troppo lunghe: in questo modo gli utenti non cliccano sul link segnalato. E Google ottiene un profitto grazie a un contenuto altrui. Una parte degli introiti pubblicitari, secondo Vg Media, spetterebbe agli editori. Google ha risposto per le rime: se non volete farci utilizzare i vostri contenuti, avete a disposizione un “opt-out”. Cioè, potete scegliere di venire esclusi dalle nostre ricerche. La contro-replica è arrivata qualche tempo fa da Mathias Döpfner, amministratore di Axel Springer, uno dei principali gruppi coinvolti nella battaglia anti-Google: l’opt-out sarebbe un suicidio, perché ci priverebbe della principale fonte di traffico. Chiediamo solo condizioni più eque. «Ho paura di Google», ammetteva candidamente Döpfner in una lettera aperta al suo omologo Eric Schmidt. Perché? Il monopolio ha reso la società di Mountain View troppo influente. Anche alla Commissione europea c’è una procedura aperta da anni da alcuni rivali di Google, Springer compresa, con l’accusa è abuso di posizione dominante. Un esempio: se un utente vuole acquistare un prodotto e lo “googla”, in cima ai risultati della ricerca appariranno i servizi di e-commerce di proprietà di Google. Anche se quello stesso prodotto è disponibile su altri siti, magari più cliccati (magari di Springer che, val la pena di ricordarlo, è ormai un attore di primo piano nel mondo dell’e-commerce). Qui starebbe l’abuso. La proposta di “mediazione” prevederebbe che i rivali possano acquistare degli spazi a pagamento in cima alle ricerche di Google. Ma così – replicano Döpfner e soci – la posizione dominante non viene scalfita, al contrario. Una linea condivisa anche dal vicecancelliere tedesco Sigmar Gabriel. Alcuni giorni or sono il New York Times ha svelato una lettera di Almunia ai colleghi commissari: non date retta ai critici, l’accordo con Google deve andare in porto. La Commissione è già pronta ad aprire nuove inchieste contro il colosso, su molti «nuovi tipi di mercato» (leggi alla voce Android). Inchieste che graveranno sul nuovo commissario alla concorrenza. Tutto questo senza considerare gli effetti di una recente sentenza della Corte di giustizia europea su una controversia fra Google e l’Agenzia spagnola per la protezione dei dati. Causa per la quale anche il Garante italiano aveva fornito elementi, poi posti alla base della costituzione in giudizio del nostro Governo a fianco degli spagnoli. Una sentenza che che lascia ancora aperti diversi interrogativi sulla sua concreta implementazione, ma che fa intravedere nuove frontiere per la tutela dei diritti delle persone sul web e, forse, un rapporto più egualitario fra i produttori di contenuti di siti web anche giornalistici e coloro che, come Google, li collegano agli utenti. In pratica, fino a oggi, i motori di ricerca erano considerati sostanzialmente neutrali rispetto ai contenuti mostrati al termine di una ricerca. E ogni responsabilità per i contenuti ricadeva sui siti web indicizzati, con il risultato di indirizzare verso questi ultimi le eventuali richieste di oscuramento provenienti dagli interessati. Secondo i giudici di Lussemburgo, invece, d’ora in poi potranno essere chiamati in causa direttamente anche gli stessi motori di ricerca, resi pienamente responsabili dei risultati da loro evidenziati. 

 

Il vero obiettivo dell’incontro in Sicilia

Alla luce di tanti e diversi fatti, forse l’appuntamento siciliano di questa estate può assumere insomma un aspetto diverso dal semplice colore, dai jet privati che hanno invaso l’aeroporto di Palermo o dei coctail di fronte alle bellezze italiane. Fra gli invitati c’erano soprattutto i grandi capitani della finanza. Google è un’impresa straordinariamente solida. Tre grandi incognite però pesano sul suo futuro: una regolamentazione troppo stringente, il sistema fiscale e la necessità di continuare ad investire per sviluppare nuove applicazioni. Se i governi dei paesi occidentali decidessero di usare la lente di ingrandimento sul gigantesco “algoritmo” dei processi di vantaggio (elusione?) fiscale messo in piedi da Google (triangolazioni acrobatiche fra gli Usa, alcuni paesi europei compiacenti e centinaia di milioni di utenti finali), Sergey Brin e Larry Page potrebbero cominciare ad avere qualche problema. L’alleanza strategica con la grande finanza internazionale (gli interessi di banche e Google coincidono ormai più di quanto potrebbe apparire) potrebbe aiutarli nel confronto con i governi, e non solo sul fisco. La necessità di investimenti per lo sviluppo in un terreno così “liquido” come l’Internet del futuro, inoltre, richiede una maggiore facilità di accesso al credito.

Come dire, l’amministratore delegato di Alitalia, Gabriele Del Torchio, si è vantato di aver usato il fascino eterno dei tramonti di Caracalla per convincere  il Ceo di Etihad James Hogan a firmare l’accordo storico fra Alitalia e Eithiad. Chissà che Google, in Sicilia, con il nostro tempio di Giunone illuminato a festa, non abbia provato a fare la stessa cosa?

Pubblicato il 28 agosto 2014 su Il Campo delle Idee

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