Il giro delle sette chiese nella capitale del paese dei balocchi

Pubblicato: 23 settembre 2013 in cultura
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Il giro delle sette chiese. Foto di Stefano Dal Pozzolo

Il giro delle sette chiese. Foto di Stefano Dal Pozzolo

L’automobile romba solitaria davanti al chiosco della Basilica di San Paolo. Un insulto pesante vola dai finestrini  verso i trecento pellegrini che stanno ascoltando la catechesi di Padre Maurizio Botta, dell’Oratorio di San Filippo. E’ l’una di notte. Padre Maurizio si ferma e sorride: «Il guaio è che mi stanno simpatici quei ragazzi lì. Andrei anche ora a farmi una birra con loro». I pellegrini scoppiano a ridere. Uno degli aspetti più appariscenti del Pellegrinaggio delle Sette Chiese, così simile a quello che lo stesso San Filippo Neri faceva cinque secoli fa, è ancora oggi proprio in questa distanza immateriale ma così evidente fra la Roma notturna e mondana, dal sapore vagamente felliniano, e la catechesi senza tentennamenti della tradizione cristiana. «Roma è il centro del paese dei balocchi», dice Padre Maurizio. Il segreto del fascino di questo lungo oratorio notturno e peregrinante però è un altro. «Si tratta di un pellegrinaggio estremo, molto faticoso, non è per tutti», aveva detto Padre Maurizio la sera prima, subito dopo la messa delle sette in Santa Maria in Vallicella (o Chiesa Nuova, come la conoscono i romani). «Dopo poche ore e dopo qualche chilometro, il vostro corpo diventerà la vostra catechesi. Qualcuno di voi, prima dell’alba, lascerà il gruppo. E’ normale, succede tutte le volte. Ma non è una colpa», aveva avvisato. Con un sorriso. Il percorso è lungo venticinque chilometri e il pellegrinaggio dura circa dodici ore. Si parte dopo le sette di sera dalla Chiesa Nuova, dove ha la propria sede  l’Oratorio di San Filippo. Si passa davanti alle chiese di Santo Spirito, San Pietro, San Paolo, San Sebastiano, San Giovanni, Santa Croce in Gerusalemme, San Lorenzo fuori delle mura, davanti al cimitero del Verano («Dove finiremo tutti», una delle ultime battute fulminanti che Padre Maurizio, all’alba,  indirizza ai pellegrini esausti) e, infine, Santa Maria Maggiore, per la richiesta di Grazia. «All’inizio, e poi per tutta la notte, passeremo in alcuni luoghi bellissimi di Roma. Alla fine, però, vedrete saremo costretti a passare accanto ad alcune bruttezze di questa città. Una specie di metafora della nostra vita. All’inizio siamo giovani ed elastici. Alla fine camminiamo a fatica e la vita ci appare meno bella, meno affascinante. Così succederà a tutti noi questa notte». Alla partenza il gruppo viene diviso in una decina di piccoli drappelli, ognuno guidato da uno dei ragazzi e delle ragazze dell’Oratorio Piccolo. Hanno un cartello di plastica con il nome di un Apostolo. A tutti viene data una radio-cuffia per seguire la catechesi di Padre Maurizio e per condividere i momenti di preghiera e del rosario. A differenza di altre forme di pellegrinaggio, infatti, il “giro delle sette Chiese”, è fortemente caratterizzato dalle tappe oltre che dal cammino in sé. Esattamente come faceva San Filippo nel 1500 durante le sue peregrinazioni notturne, ci si ferma a meditare la Parola del Signore sui sagrati delle Chiese chiuse. Sono momenti densi di spiritualità. La predicazione catechistica di Padre Maurizio è irresistibile. Mai un momento di stanchezza, mai un momento di pausa. Se i pellegrini approfittano delle soste per sedersi e riposarsi un po’, Padre Maurizio, talare classica dell’Ordine di San Filippo, zaino da montagna e vistose scarpe multicolore da trekking, non si ferma mai e, per tutta la notte, sembra animato da un fuoco inestinguibile. Si sbraccia, urla, mima, approfondisce la voce nei passaggi più difficili. Senza fermarsi e correndo sempre in testa alla lunga processione notturna dei trecento pellegrini. «Vi avviso, dobbiamo accelerare il passo, altrimenti non ce la facciamo», ricorda continuamente durante la notte. Il pellegrinaggio si svolge due volte l’anno, a maggio, all’inizio della novena di San Filippo, e a settembre. Il contrasto con la Roma serale del fine settimana è stridente. Il traffico impazzito, policromo e rumoroso. I tanti giovani davanti ai locali con un bicchiere in mano. La rarefazione crescente durante la notte, soprattutto all’altezza delle catacombe di San Sebastiano e del Quo Vadis sull’Appia. E infine la sorpresa finale, nella lunga manica della Stazione Termini, da Via Marsala e Via Giolitti, dove la processione arriva ormai verso le sette del mattino. I trecento pellegrini affaticati si fanno largo, veloci ed irruenti, come un tornado di vento improvviso, fra i poster commerciali giganti e ammiccanti, pieni di colori e di allusioni, e i passeggeri distratti e frettolosi del mattino. Tutti, nonostante la stanchezza, cantano ad alta voce il Salve Regina. La vista delle facce sbalordite degli astanti vale la fatica di tutta la notte. «E’ un pellegrinaggio vocazionale», spiega Padre Maurizio. «Dobbiamo imparare il significato esatto dell’idea stessa di Timor di Dio. Si tratta di un autentico timore, la paura di non saper capire e quindi di non sapere fare la volontà di Dio. Questo pellegrinaggio quindi è “vocazionale”, non è pastorale. Dobbiamo scoprire la nostra vocazione, che sia il matrimonio o il sacerdozio non importa. L’importante è seguirla fino in fondo, senza esitazioni». Durante una pausa “tecnica” in piena notte, nella chiesa di San Filippo Neri in Eurosia, in Via delle Sette Chiese, all’Eur, padre Maurizio introduce la testimonianza di due ragazzi dell’Oratorio. La prima, Luisa, ingegnere, racconta in pochi minuti la bellezza della sua esperienza di vita di comunità, in un appartamento di Roma insieme con altre ragazze come lei, «in attesa di poter prendere l’”abito” e poterlo portare apertamente anche nei nostri luoghi di lavoro», dice con un sorriso. Il secondo, Gianfranco, sposato da qualche anno, parla con un po’ di timidezza della bellezza del suo matrimonio. «Il dono di saper sopportare lei e, per mia moglie, il dono di saper sopportare me», conclude suscitando più di un commento di simpatia nella platea dei fedeli. «Il pellegrinaggio questa volta è dedicato alla verità e la verità è Gesù. Ma attenzione: la verità senza carità uccide, ma la carità senza verità inganna. Oggi è molto diffuso il secondo vizio, un buonismo che è una menzogna», spiega Padre Maurizio. Alla fine si arriva sul sagrato di Santa Maria Maggiore e sono ormai le otto del mattino. Il sole è alto nel cielo. Padre Maurizio cerca di salutare tutti i pellegrini, uno per uno, guardando ognuno di loro negli occhi, nonostante che la fatica faccia barcollare finalmente anche lui. La verità. Dopo dodici ore e venticinque chilometri a piedi, si scopre così che è proprio la verità il segreto di questo pellegrinaggio. Estenuante ma bellissimo.

Pubblicato su Credere n. 24/2013 del 15 settembre

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