#Venezia70: le mutande di Scarlett, l’invidia del pene di Kim Ku Duk, il ritorno di Capitan Harlock, il dialogo senza tagli di Amos Gitai, l’ennesimo gioellino di casa Disney con Topolino gondoliere innamorato

Pubblicato: 3 settembre 2013 in cinema
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La frase del giorno: «Mi sono persa», Scarlett Johansson in “Under the Skin” di Jonathan Glazer, per rimorchiare i malcapitati.

La frase del giorno: «Mi sono persa», Scarlett Johansson in “Under the Skin” di Jonathan Glazer, per rimorchiare i malcapitati.

UNDER THE SKIN, inglese, in concorso. Di Jonathan Glazer con Scarlett Johansson. Coda spettacolare davanti alla sala riservata ai giornalisti. Non si era mai vista così, quest’anno. Dentro, una volta iniziato il film, uno stillicidio continuo di ribaltine sbattute dagli spettatori annoiati che abbandonavano la sala. Scarlett fa l’aliena che vaga per la Scozia in cerca di uomini soli. Cosa ci faccia, una volta presi, non è chiaro. Entrano in una stanza, si spogliano,

camminano, gli uomini sprofondano in uno strano liquido nero come la pece, lei invece no. Poi però carica un ragazzo con una orribile deformazione facciale. Si commuove e lo lascia libero. Iniziano così i suoi guai. Da predatrice diventa preda. Si prende però una pausa per provare il sesso fatto con amore ma, sul più bello, salta giù dal letto e, alla luce dell’abat-jour, si china a vedere cosa ha in mezzo alle gambe. Qualcuno, in sala, ha riso. Il tutto stava bene in un corto di cinque minuti. Non si sa perché, è diventato un film di quasi due ore. I lunghissimi intermezzi sono stati riempiti con le immagini della pro loco scozzese: montagne, foreste, coste sbattute dalle onde, eccetera. «Mi sono persa», dice Scarlett-aliena agli uomini a cui chiede indicazioni stradali. Anche noi ci siamo sentiti un po’ persi. Un film così, a Venezia, potrebbe anche prendere un premio.

MOEBIUS, coreano, fuori concorso. Già censurato in patria per le scene di sesso, incesti e violenza, il nuovo film di Kim Ki Duk (il regista aveva vinto il Leone d’oro lo scorso anno con “Pietà”) era molto atteso al Lido. La coda davanti alla sala dei giornalisti era lunga il doppio di quella per Scarlett Johansson. Il film è un trattato sull’invidia del pene. Molti spettatori maschi saltavano spesso sulla sedia stringendo le cosce. Lui, infedele reiterato, suscita la reazione rabbiosa della moglie. Lei, cieca per l’ira, prende un coltello, prova a tagliarglielo ma, dopo aver fallito, entra nella stanza del figlio adolescente. Il ragazzo, poverino e incolpevole, perde così ciò che gli è più caro. Succede tutto nei primi dieci minuti. Il resto del film (le reazioni degli altri studenti nel cesso della scuola, la volontaria auto-evirazione del padre che, in preda ai sensi di colpa, cerca su Google notizie sul trapianto del pene e, soprattutto, come fare sesso se non ce l’hai) ha suscitato più di una risata omerica involontaria nella sala affollata all’inverosimile e alla presenza autorevole del regista coreano che era stato accolto come una star. Alla fine la mamma torna a casa e, prevedibilmente, finirà a letto con il figlio al quale nel frattempo è stato trapiantato il pene del padre. Grottesco. Confessiamo che ad un certo punto anche noi ci siamo sentiti di nuovo un po’ “persi”.

HARLOCK: SPACE PIRATE, giapponese, fuori concorso. Di Shinji Aramaki. Tratto da un manga di fantascienza scritto e illustrato da Leiji Matsumoto nel 1976, il capitano Harlock, che lotta per la libertà, ha collezionato milioni di fans in tutto il mondo. Dopo le serie televisive, adesso per la prima volta arriva anche un lungometraggio, realizzato interamente con la computer graphic e in 3D. Il tema della difesa della natura e dell’autoderminazione dell’umanità di fronte allo strapotere delle dittature sono i temi portanti della storia. L’effetto, cinematograficamente parlando, è imponente. Le battaglie nello spazio sono grandiose e le scenografie degli interni delle astronavi non hanno nulla da invidiare a quelle di “Star Wars” di Lucas. Ma alla fine, dopo tante armi “definitive” e cannoni cosmici, saranno i fragili fiori bianchi a determinare il vincitore. Gli appassionati non ne saranno delusi.

ANA ARABIA, isarealiano, in concorso. Il regista Amos Gitai intanto si è già preso il Premio Bresson della Fondazione Ente dello Spettacolo e della Rivista del Cinematografo. Glielo hanno consegnato Mons. Claudio Maria Celli, Presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Mons. Dario Viganò, Direttore del Centro Televisivo Vaticano, e Don Ivan Maffeis, Presidente dell’Ente dello Spettacolo. «La speranza può far cambiare le cose, tutti gli artisti, in quanto riconoscibili dal pubblico, hanno il dovere di divulgare un messaggio di speranza. Devono dare un aiuto a trovare una soluzione attraverso la loro arte. Penso all’attualità, alla preoccupante situazione in Siria: il nostro compito è quello di escogitare maniere per far sì che il Medio Oriente torni ad essere quello che è stato per secoli nella storia, ovvero la culla della civiltà, e non più culla di violenza e brutalità», ha detto il regista. Il suo film è un lungo piano sequenza (una ripresa continuata, senza tagli di montaggio) girato interamente dentro una piccola comunità di “dropout” arabi e israeliani che parlano fra di loro e che vivono al “confine” fra Jaffa e Bat Yam, in Israele. Scelta di regia un po’ noiosa ma funzionale alle strategie del messaggio di Gitai. Una lunga sequenza senza tagli perché non devono esserci “tagli” nella convivenza dei popoli del Medio Oriente, ha detto. Ok, chiaro.

DISNEY MICKEY MOUSE ‘O SOLE MINNIE, americano, fuori concorso. Di Paul Rudish, il cortometraggio di animazione, delizioso, fa parte di un progetto per “portare” i più famosi personaggi della Disney in alcune città del mondo. In questo caso a Venezia. Topolino gondoliere, cerca di cantare la propria serenata a Minnie. Un esempio di come si scrivono le storie. Un gioiellino.

Pubblicato su L’intraprendente il 3 settembre 2013

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