“Hunger” di Steve McQueen arriva nelle sale italiane, con qualche anno di ritardo.

Pubblicato: 1 maggio 2012 in cinema
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Hunger di Steve McQueen arriva nelle sale italiane, con qualche anno di ritardo

Steve McQueen a Venezia ha presentato Shame, suo secondo lungometraggio, uno dei film più potenti della stagione. Adesso presenta Hunger, suo primo lungometraggio. 

Per dirvi che cinema è il cinema di Steve McQueen, vi dico che non è cinema, è cinema-cinema, o vi dico che c’è più cinema in un’inquadratura di Steve McQueen che in una stagione di cinema italiano mainstream.

Hunger è la storia dello sciopero della fame dei prigionieri dell’IRA in una prigione dell’Irlanda del Nord del 1981, difficile dire se c’è un film ambientato in una prigione più preciso di Hunger.

L’incipit è su un secondino a casa sua, lava le mani, le nocche spaccate per i pugni. Hunger è un film di dettagli, dove le scene, tutte, sono trattate come dei dettagli, ed è un film non parlato, perché non servono le parole, servono le immagini. Quella del secondino che fuma la sua sigaretta sotto la neve con le nocche spaccate ci dice tutto ciò che è necessario.

Poi il punto di vista passa a un nuovo detenuto non politico che entra nel carcere e assapora il trattamento “Thatcher” per i detenuti politici. Poi passa a Bobby Sands (Michael Fassbender), guida dei detenuti politici, che sceglierà di ribellarsi alla “Thatcher” con uno sciopero della fame che lo porterà a morire.

Steve McQueen filma in maniera meravigliosa la performance del corpo di Bobby Sands che si lascia morire giorno dopo giorno. Prima, però, di scegliere di morire, c’è un dialogo di 15 minuti con la cinepresa fissa su Sands e un prete. È questa la scena più dura del film, perché c’è la scelta di morire di Sands. E McQueen è un grande regista perché quando i personaggi parlano, parlano davvero, di Dio, di che cosa è la vita, di che cosa è vivere la vita, di che cosa è il suicidio.

La violenza è realistica ed estrema. I detenuti sono massacrati dai secondini. In una scena Bobby Sands è lasciato nella sua cella con la faccia come la faccia di Joker.

Ma l’interesse di Hunger non è fotografare la violenza diretta, semmai la violenza indiretta, i dettagli, i secondi, i minuti, i giorni. E la performance di un corpo che si lascia morire perché crede a ciò che crede.

Hunger è un film difficile, però, se saprete vedere e guardare la sua bellezza inquadratura dopo inquadratura, vi confronterete con chi siete e chi non siete.

E la capacità di McQueen di filmare gli ultimi giorni e il delirio degli ultimi giorni è cinema-cinema. Vi troverete a guardare una crepa su un muro e a capire che c’è più immaginario nell’immagine di una crepa che in mille immagini di cinema italiano meanstream.

di Paolo Boriani

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