Cesare non deve morire. Il valore della vita e il senso della morte nel film dei Taviani

Pubblicato: 18 marzo 2012 in cinema
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"Cesare deve morire" dei Taviani. Shakespeare, in “Giulio Cesare”, parla delle reazioni che l’abuso del potere può provocare nei sudditi di un tiranno. Ma nel film dei Taviani emerge chiaramente anche l’altro tema, quello dell’assassinio.

Toglie il fiato. Potente e inaspettato. Il dramma “Giulio Cesare” di Skakespeare che i Taviani hanno portato dentro il braccio di massima sicurezza del carcere romano di Rebibbia per realizzarne un film, “Cesare deve morire” (che ha vinto il recente festival di Berlino), ti colpisce proprio dove meno te lo aspetti. E’ sorprendente l’alchimia che si costruisce fra i detenuti improvvisatosi attori e i versi del più importante dramma della storia della letteratura sul tema del potere, scritto da Shakespeare mezzo secolo fa. “Non so quel che pensiate, tu ed altri, di questa vita, ma, per conto mio, meglio vorrei non essere mai nato che viver nel terrore d’un mio simile, d’un uomo in carne ed ossa come me”, dice Cassio. Gli attori del film dei Taviani sono assassini. Sono persone che si sono arrogate il diritto di togliere la vita ad un loro simile, ad un fratello. La loro fedina penale e le loro condanne (diversi di loro sono etichettati come “fine pena mai”) sono esposte allo spettatore nei titoli di coda del film. Non ci sono condiscendenze. Assassini che recitano la parte di assassini. “Vivere nel terrore d’un mio simile”, dice Cassio. Fa paura il dramma di Shakespeare. L’aberrazione del potere tocca il suo apice. Nei versi originali, vittime e carnefici si scambiano i ruoli. Eppure il confine, il limite etico, rimane tracciato chiaramente. Nell’opera del poeta e, soprattutto, nel film dei Taviani. Nonostante la confusione delle parti, la visione morale del dramma di Skakespeare ne esce esaltata e in qualche modo sublimata dall’interpretazione, volutamente e rigorosamente dialettale, dei detenuti di Rebibbia. E’ questo il valore implicito del film. Nonostante alcuni vistosi errori di sceneggiatura (ma sono peccati veniali), “Cesare deve morire” propone una riflessione importante sul tema della vita e della morte. Nelle discussioni infinite che i media animano da anni sul tema della “morte”, troppo spesso rimane sullo sfondo il tema del giudizio. Chi ha il potere o la delega etica per decidere della vita o della morte di un proprio simile? Shakespeare, in “Giulio Cesare”, parla delle reazioni che l’abuso del potere può provocare nei sudditi di un tiranno. Ma nel film dei Taviani emerge chiaramente anche l’altro tema, quello dell’assassinio. E’ giusto togliere la vita ad un fratello? Chi può vantare un così terribile diritto? Il pianto di Antonio, alla fine del dramma, toglie ogni dubbio. “Come mi accorgo, la commozione è contagiosa, poiché i miei occhi, al vedere le perle di dolore che brillano nei tuoi, prendono ad inumidirsi”, dice Antonio che, nel film, urla il proprio dolore contro i muri vuoti del penitenziario di Rebibbia. Si vede solo il grigio delle finestre sbarrate contro il grigio del cemento. La voce del coro degli altri detenuti sembra emergere dal vuoto di quelle finestre inanimate. Proprio come il vuoto dei media sul tema della morte. Un muro asciutto e deserto. Bruto si confida: “Che dobbiamo morire lo sappiamo. Ma è il numero dei giorni, e l’ora, e il momento che soprattutto preoccupano l’uomo”. Ma Cassio gli risponde: “Così colui che toglie vent’anni alla vita dell’uomo, toglie un egual numero di anni alla paura della morte”. Una frase che, detta da un’assassino in carcere, fa rabbrividire e, soprattutto, fa riflettere.

Andrea Piersanti

Pubblicato sulla newsletter di Scienza e Vita

 

commenti
  1. icittadiniprimaditutto ha detto:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

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