Ermanno Olmi e le illusioni vane e colorate del Novecento. Nel suo film, “Il villaggio di cartone”, esprime però la parte più cupa e disperata di quella cultura.

Pubblicato: 8 novembre 2011 in cinema
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Michael Lonsdale interpreta il vecchio prete in “Il villaggio di cartone” di Ermanno Olmi. E’ l’alter ego del regista.

Ermanno Olmi appartiene ad una generazione che ha vissuto tutte le contraddizioni culturali del dopoguerra. Di questa cultura, che tante illusioni colorate e vane ha contribuito a costruire soprattutto fra i più giovani, Olmi però deve aver inconsapevolmente assorbito la parte più cupa e disperata. Lo si vede chiaramente nel caso de “Il villaggio di cartone”, il suo nuovo film. Olmi racconta di una piccola parrocchia rimasta senza fedeli. La Chiesa viene chiusa, il crocifisso e gli arredi liturgici smontati e messi in magazzino, il vecchio parroco lasciato da solo in canonica con i suoi dubbi. Ma la Chiesa, un brutto edificio grigio con il cemento armato a vista, si riempie di nuovo. Un gruppo di africani in fuga vi trova rifugio. I personaggi sono caratterizzati in modo volutamente simbolico. Il ritmo è lento, pieno di silenzi. Una trama scarna, come dicono gli esperti della Cei, ma ricca di stimoli contraddittori.

L’anziano parroco, dice lo stesso Olmi nelle note distribuite alla stampa, osserva tra incredulità e sgomento. Il suo sguardo è levato “…verso il culmine del presbiterio dove la sparizione del Grande Crocefisso è il compimento ultimo dell’atto sacrilego (…). Tuttavia, di fronte allo scempio della sua chiesa, il prete avverte l’insorgere di una percezione nuova che lo sostiene…Non più la chiesa delle cerimonie liturgiche, degli altari dorati, bensì Casa di Dio dove trovano rifugio e conforto i miseri e derelitti”. Prodotto da Rai Cinema e da Luigi Musini (storico produttore di Olmi), la nuova opera dell’anziano regista ha suscitato reazioni contrastanti nel mondo della cultura cattolica. Da una parte ci sono coloro che sono rimasti scioccati dalle immagini della spoliazione della Chiesa e, soprattutto, da alcune dichiarazioni dello stesso Olmi.

““Non bisogna inginocchiarsi davanti al crocifisso, che è solo un simulacro di cartone, ma verso chi soffre come gli extracomunitari. I simboli sono sempre ambigui – aveva detto il regista -. Quando il mio prete fa appello alla piccola scultura delle sacra famiglia che ha salvato dalla sua chiesa dice non a caso rivolto a Gesù: ‘non riesco a provare pietà perché Tu e la Tua sofferenza sono troppo lontani’”.

Dall’altra ci sono invece coloro che hanno voluto leggere, nel nuovo film di Olmi, soprattutto l’afflato spirituale. E’ il giudizio benevolo del Cardinal Ravasi, che ha seguito con amicizia questo lavoro del regista. E’ il giudizio anche degli autorevoli esperti della Commissione Nazionale Valutazione Film che, per conto della Conferenza dei Vescovi italiani, compilano le schede critiche per parrocchie e cineforum cattolici. “Gli ‘ultimi’ del nostro tempo sono identificati da Olmi nei profughi che arrivano sulle coste italiane – hanno scritto nella valutazione pastorale di “Villaggio di cartone” –  L’extracomunitario, l’immigrato, il clandestino mettono oggi a dura prova la nostra capacità di dimostrarci cittadini del mondo. E se il tessuto politico-legislativo-burocratico appare talvolta incerto, indeciso, frenato da sterili contrasti, il richiamo evangelico ha il dovere di elevarsi alto e forte, di gridare il bisogno di un’unica famiglia umana, di ribadire che le porte del Signore sono sempre aperte. Tutto si svolge in interni, tra le pareti della chiesa e della sacrestia, tra le ombre che offuscano la mente e le luci che accendono il cuore. Olmi torna al cinema asciutto della meditazione e della preghiera. Come il protagonista, anche il regista è stanco, affaticato, in qualche momento meno incisivo: e il copione perde un po’ lucidità. Ma la carica di spiritualità che emana dalle immagini è intatta. E interpella tutti. Dal punto di vista pastorale, il film è da valutare come consigliabile, problematico e adatto per dibattiti”.

Il dibattito è veramente necessario, in questo hanno ragione i critici della Commissione della Cei. Con la capacità narrativa che gli è propria Olmi infatti ripropone ancora una volta un conflitto antico e mai completamente sopito nella cultura, non solo cinematografica, dei cattolici. “Ho fatto il prete per fare del bene, ma per fare il bene non serve la fede. Il bene è più della fede”, riflette il vecchio sacerdote del film, alter ego dello stesso Olmi. E’ il nodo più complesso del film.  Da una parte c’è l’antica tentazione di una parte rilevante degli intellettuali cattolici per il “sociologismo”, una deriva poco nobile dello gnosticismo. Dall’altra c’è l’anticlericalismo nato e diffusosi proprio fra i cattolici nel Novecento, nei fuochi fatui delle ideologie che si opponevano alle grandi istituzioni della società moderna, la famiglia e la Chiesa. Il pauperismo determinato e strumentale di certe posizioni ha costruito negli anni una sorta di coltre di nebbia attraverso la quale è difficile capire cosa stia succedendo veramente, una sorta di “eclissi di Dio”, di cui ha parlato recentemente anche il Cardinale Mauro Piacenza, Prefetto della Congregazione per il clero. “Se volessimo interrogare la cultura più diffusa – ha detto il Cardinale Piacenza – ci accorgeremmo che essa è dominata e impregnata dal dubbio sistematico e dal sospetto verso tutto ciò che riguarda la fede, la ragione, la religione, la legge naturale. Nella migliore delle ipotesi cala un pesante silenzio su Dio; ma si arriva più spesso all’affermazione dell’insanabile conflitto delle due esistenze destinate a eliminarsi: o Dio, o l’uomo. In questo contesto la vita e il ministero del sacerdote diventano d’importanza decisiva e di urgente attualità. È giusto che il sacerdote si inserisca nella vita, nella vita comune degli uomini, ma non deve cedere ai conformismi e ai compromessi della società”.  Si dovrà spiegarlo di nuovo anche a Olmi.

Andrea Piersanti

Pubblicato sulla Newsletter di Scienza&Vita di Ottobre-Novembre 2011

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