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Sono nuove sicurezze di plastica e si mettono nel portafoglio. Rappresentano il passpartout per i benefit esclusivi ma effimeri del club dei moderni precari del lusso. È questa la parte più divertente di “Tra le nuvole – Up in the air”, la commedia diretta da Jason Reitman (“Juno”, “Thank you for smoking”), interpretata da George Clooney e che esce nelle sale il 15 gennaio. In una scena di seduzione da terzo millennio, Clooney, sfoderando una dopo l’altra le sue speciali carte di frequent flyer, cerca di fare colpo su una donna incontrata per caso al bar. Lei esclama con un’ammirazione che è già venata di desiderio: “Oh, ma hai anche questa. Non ne ho mai vista una dal vero”. Il sogno di Clooney è la super card di coloro che hanno collezionato 10 milioni di miglia. Ma quando alla fine ci riuscirà, non gli sembrerà più così importante. La regola d’oro del marketing delle carte dei frequent flyer è che il cliente “target” deve essere cercato proprio fra i forzati del cosiddetto “club dello Xanax”. Alla generazione di mezzo che vive nella paura costante della precarietà (un club caratterizzato dalla dipendenza degli ansiolitici tipo lo Xanax, appunto) è più facile vendere la compensazione fasulla dell’accesso alle lussuose lounge degli aeroporti internazionali e alle altre forme di personal ed executive concierge. Si tratta di uno status symbol che sembra curare la ferita del narcisismo eccitato dalla bestialità del mercato del lavoro e che rianima l’ego indebolito.

Nel film di Reitman, Clooney interpreta Ryan Bingham, un tagliatore di teste che, per 300 giorni l’anno, vola da una città all’altra degli Usa. È un vero mercenario del licenziamento e corre in soccorso delle aziende che non hanno il coraggio di comunicare direttamente la “brutta” notizia ai dipendenti che stanno per essere cacciati. Gli aeroporti, le camere di albergo, le lounge e, ovviamente, la prima classe in aereo sono la sua vera casa. Ryan arriva al check in, striscia la sua carta platinata e il computer lo riconosce immediatamente. “Ben tornato, mister Bingham”, dice la hostess con un sorriso. “È la cosa che mi piace di più del mio lavoro”, dice Ryan.

È divertente l’interpretazione che ne hanno dato al Manifesto. Secondo il quotidiano “gattocomunista” si tratta di “una metamorfosi mostruosa del tipo beatnik. Sull’aria, invece che «sulla strada». Se Jack Kerouac fosse stato cattivo «dentro» e non un poeta – scrive Roberto Silvestri -; se avesse indossato cravatte e completi Armani e al posto dei suoi adorati «finestrini-da-treno-come-cinemascope» della Union Pacific avesse preferito volare e collezionare mille-miglia American Airlines, studiando a fondo, più del buddismo mahayana, il regolamento per collezionare punti e vantaggi con Hertz e Hilton hotel, avrebbe avuto il volto e il fascino on the road di George Clooney. Insomma lo yuppick, il «bobos» di oggi, un lupo solitario munito di palmare, 24 ore e carte di credito super Vip”.

Divertente, è vero, ma fa anche riflettere. Il vuoto delle nuvole, questo perenne “Up in the air” dal quale il protagonista non riesce a fuggire, neanche quando ha un momento di debolezza e, finalmente, sta per cedere all’amore, è una rappresentazione realistica del paradosso che tutti noi stiamo vivendo. Il cielo deserto fino all’orizzonte (come solo da un finestrino di un aereo si può vedere) sembra il simbolo del vuoto culturale ed etico di un’intera generazione.

La crisi economica che, come uno tsunami, ha attraversato e sconvolto banche e centri di affari, trasformando in un attimo la vita di centinaia di migliaia di individui in un incubo, ha generato una nuova insicurezza. Succede anche da noi, in Italia. Negli enti pubblici e in alcune grandi aziende private, si è intensificata la girandola delle nomine di presidenti, amministratori delegati, consiglieri e dirigenti. Al centro di questo mesto girotondo c’è il potere che assegna le poltrone secondo l’estro del momento e in barba a competenze e meriti reali. È un sistema perverso che mortifica l’ego dei malcapitati di lusso e che li condanna all’iscrizione a vita al club dello Xanax. Lo diceva qualche tempo fa, fingendo una pallida sicurezza, anche uno dei tanti mega dirigenti Rai in attesa del verdetto del cda su un suo possibile avanzamento di carriera: “Inutile agitarsi. Non dipende da me o da quello che so o posso fare”. C’è quindi nel film di Reitman molto di più di ciò che si vede e che ci fa sorridere. Ad una prima lettura, puòsembrare solo una analisi di costume della nuova ondata di disoccupazione che sta colpendo gli Usa. Reitman si vanta di aver fatto interpretare i licenziati del suo film non da attori ma da persone comuni che davvero hanno perduto il lavoro: “Autentici, realistici disoccupati di Detroit e St. Louis. Bravissimi”, dice il regista. “Sfido”, chiosa acidamente Lietta Tornabuoni su “La stampa”.

Ma il film è anche una riflessione filosofica sul vuoto della nostra vita. In un mondo che ha perso di vista i punti di riferimento rimane ben poco a cui aggrapparsi. Le sicurezze di plastica, le fast track negli aeroporti o alle reception degli alberghi, le poltrone di lusso negli aerei, il primo posto garantito nelle prenotazioni delle automobili, diventano così un palliativo di certezza in una vita dove abbiamo smarrito il senso stesso della stabilità.

Reitman, come aveva già fatto anche in “Juno”, alla fine sembra indicare una sola via d’uscita: la riscoperta degli affetti della famiglia e degli amici. Altrimenti cosa rimane? Quando finalmente consegnano a Ryan la carta più desiderata, quella dell’impossibile elite dei dieci milioni di miglia, lui è in volo. Il capitano dell’aereo si siede accanto a lui e gli chiede: “Da dove viene?”. Ryan non risponde subito. “Io sono di qui”, dice alla fine con una nota appena percettibile di sgomento nella voce, mentre sullo schermo scorrono le nuvole, bianche e vacue, del cielo sterminato e privo di vita.