Slow news, anche meno

Pubblicato: 5 maggio 2018 in la giusta distanza

Peter_Laufer_photograph_400x400

Si chiama Peter Laufer, ha il naso lucido e rosso di chi ha scoperto la bontà del vino nostrano ed è un estimatore di Carlo Petrini, l’inventore di Slow Food. Insegna presso l’Università dell’Oregon ed è, soprattutto, autore del manifesto Slow News. “Dobbiamo decidere cosa ci serve senza essere ossessionati dagli aggiornamenti continui”, dice. Parla con pacatezza ma il suo telefono sembra dotato di vita propria e lo interrompe in continuazione: una notifica, un messaggio, un’altra notifica. Peter perde il filo del discorso, si spazientisce e all’ennesimo squillo, scaraventa lo smartphone in terra. Poi riprende a parlare, come se niente fosse. È quasi una gag, ormai. Ha ripetuto questo gesto molte volte durante le sue conferenze e anche nell’intervista che ha concesso a Andrea Coccia, Fulvio Nebbia e Alberto Puliafito, i tre giovani autori di un documentario intitolato, per l’appunto, Slow News. Il problema ci riguarda tutti, spiegano. Ogni 60 secondi, condividiamo e commentiamo milioni di contenuti su Facebook, guardiamo milioni di video su YouTube, scriviamo miliardi di tweet e di messaggi su WhatsApp, in un loop continuo. La televisione inoltre spadroneggia con un’offerta fuori misura di intrattenimento e di immagini. Il nostro cervello non è stato fatto per processare e comprendere tutta questa mole di informazioni. Il modello di business imperante è basato sui click, sul web come in tv. Lo aveva detto, in tempi non sospetti, anche Meredith Artley, Managing Editor di Cnn.com. Costretta dalla logica dei click a dare spazio alle esibizioni scollacciate di Miley Cirus, si era sentita costretta a scusarsi con i suoi lettori. “Mettere quella storia al centro della homepage è stato un cattivo servizio reso al pubblico”, scrisse allora. Sono passati cinque anni dalle scuse contrite di Artley e, in diverse parti del mondo, piccoli gruppi di giornalisti indipendenti hanno cominciato a costruire modelli alternativi. Hanno nomi diversi, ma il loro obiettivo è identico: rallentare il flusso. Rob Orchard con il suo Delayed Gratification in Inghilterra, Frédéric Martel in Francia, la redazione di De Correspondent in Olanda, Lea Korsgaard e il suo Zetland in Danimarca. Non si conoscono ancora fra di loro ma hanno fatta propria la filosofia del manifesto Slow News di Laufer. Hanno inoltre complici insospettabili nei colossi dell’informazione globale. “Si possono creare contenuti virali, ma responsabilmente”, dice Craig Silverman, Direttore di BuzzFeed News. “Se vuoi riconquistare la fiducia dei lettori, devi cominciare a fidarti di loro”, gli fa eco Mark Thompson, CEO di The New York Times Company. Il documentario “Slow News”, che Coccia insieme con i suoi amici ha realizzato anche grazie al sostegno del Piemonte Doc Film Fund, si apre con un breve monologo di Giorgio Montaini: “Ai giornalisti, del giornalismo, non gliene frega un c… Che è un po’ come se a un chirurgo non gliene fregasse un c… di fare una tracheotomia a uno che sta morendo”.

di Andrea Piersanti

Pubblicato su Tivù di maggio 2018

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...