La fine della censura

Pubblicato: 24 novembre 2014 in cultura
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Una «materia che tanto da vicino tocca la vita e la felicità degli uomini», scriveva il Beato Paolo VI nel 1968, nel fulminante incipit di “Humanae Vitae”. Oggi, dopo quasi mezzo secolo, adolescenti e bambini sono sul web (basta un solo click) a guardare, con un nodo in gola e un blocco alla bocca dello stomaco, le immagini esplicite di “Youporn”. Le stesse immagini che vengono poi condivise, con risatine forzate e botte di gomito, fra i banchi di scuola e sui muretti dei luoghi di ritrovo nei lunghi pomeriggi vuoti del Duemila. «Famiglia e scuola sono tagliate fuori dalla possibilità di controllare le informazioni in arrivo ai propri figli e studenti e di selezionare la natura degli stimoli ai quali sono esposti», ha scritto Gustavo Pietropolli Charmet sul Corriere della Sera di qualche giorno fa. E’ la fine della censura, la morte della logica del divieto. Chiunque si trovi a che fare con lo sguardo curioso dei minori di oggi, sa bene che il ruolo dell’adulto è stato travolto e rivoluzionato dall’invasione delle nuove tecnologie della comunicazione. La censura, mai come oggi, è inutile. Il ruolo dell’educazione è cambiato. «Grande è l’opera di educazione, di progresso e di amore alla quale vi chiamiamo», scriveva il Beato Paolo VI in “Humanae Vitae”. Queste tre parole scelte dal Papa nel 1968 non hanno perso di attualità di fronte alle nuove sfide della modernità. Anzi. «Educazione, progresso e amore». “Educazione”, innanzi tutto. Il compito più difficile. «Non è più il tempo in cui gli adulti potevano illudersi che svelare progressivamente le informazioni sul sesso e la morte fosse il lavoro formativo da fare. Ora i ragazzini le informazioni le hanno già», ha scritto Pietropolli Charmet. La facilità di accesso al web, la distribuzione massiva di telefonini interconnessi ai bambini di tutte le età, l’offensiva senza scrupoli dell’editoria più aggressiva; sono i parametri che stanno ridisegnando il ruolo dell’educatore. «Le informazioni le hanno già». Appunto. Il ruolo dell’educatore quindi diventa più complesso, quasi sofisticato. Deve farsi largo fra molti rovi selvaggi per arrivare al cuore limpido ma addormentato del bambino (come nella splendida metafora senza tempo de “La bella addormentata nel bosco”). La censura è finita. Siamo in un’epoca nuova. Agli adulti vengono richieste maggiori competenze educative. Innanzi tutto gli strumenti critici per farsi largo fra le spine e i cespugli della nuova comunicazione. Fanno tenerezza gli insegnanti o i genitori che hanno aperto un account Facebook «per capire e controllare i ragazzi». Mentre gli adulti, in realtà, utilizzano quello strumento del web 2.0 per dare sfogo al proprio infantile narcisismo, i «ragazzi» sono già scappati altrove, su nuovi social estremi dove trionfa il bullismo e la volgarità, un zona di confine dove genitori ed educatori hanno paura di andare. «Il contesto nel quale si trovano a lavorare educativamente gli adulti è cambiato e ha raggiunto livelli di difficoltà imprevisti, ma ha anche messo a loro disposizione un gran numero di ragazzini curiosi, autentici, abituati ad avere confidenza e a prendersela, tutti alla ricerca di adulti competenti: allievi e figli forse più difficili che in passato, perché sanno tutto ma non hanno capito quasi nulla», annota Pietropolli Charmet. Paolo VI sottolineava l’esigenza di «progresso», la seconda parola della sua affermazione sull’opera dell’educatore. L’idea stessa di progresso però è stata cancellata dal nuovo modo di apprendere dei ragazzi di oggi. Con i motori di ricerca e con la navigazione compulsiva sul web, bambini e adolescenti si sono abituati ad una conoscenza di tipo singhiozzante che “procede” per allitterazioni, assonanze e salti logici imprevisti. L’idea di progresso che gli adulti conoscono e alla quale sono abituati invece è di tipo lineare, orizzontale o verticale. Si comincia da A, si passa a B, e così via. Genitori e insegnanti, quindi, dovranno trovare anche il tempo per spiegare e insegnare un metodo che gli adolescenti e i bambini di oggi ignorano completamente.  Nessun progresso sarà possibile nella confusione anarchica (senza gerarchia, senza “principio”, dal greco archè) delle nuove forme di apprendimento. Si tratta della rappresentazione grafica che i filosofi danno del caos, il cerchio. Nel “cerchio” del caos, ogni punto è uguale all’altro. Non esiste gerarchia, non esistono valori. Come nelle culture orientali precedenti al cristianesimo. Come nella nuova cultura della rete. La religione monoteista potrebbe invece svolgere un importante ruolo educativo, proprio in questo contesto così problematico. Con gli ebrei e con i cristiani la cultura dell’umanità ha conosciuto le opportunità offerte da un percorso di conoscenza “lineare”. «In principio», è scritto infatti nel primo versetto della Bibbia degli ebrei e dei cristiani. Ad indicare un percorso. Ad indicare un metodo. Un “metodo” che può illuminare il cammino di docenti e discenti, anche oggi, a distanza di secoli da quei versetti della Genesi. “Amore” è infine la terza parola che Paolo VI usò nel 1968 per indicare la strada da percorrere. Nel Miracolo delle nozze di Cana, Maria fornisce un esempio prezioso, che potrebbe essere utile ancora oggi ad ogni adulto impegnato nell’opera di educatore. Intanto per la sua capacità di ascolto. Si guarda intorno e si rende conto che gli organizzatori del pranzo di nozze hanno un problema con il vino. Nessuno ha sollecitato la sua attenzione ma lei non si è distratta dal contesto e se ne accorge da sola. Poi chiede a Gesù di intervenire. Così dovrebbe fare ogni buon educatore. La lezione frontale, dicono i pedagogisti, è un metodo morto e sepolto. Il bambino deve poter intervenire. Non deve “fare” scuola (dal greco “poiesis”) ma deve “agire” la scuola (dal greco “praxis”). Così Maria a Cana. Chiede un intervento a Gesù ma non gli spiega, anticipatamente, cosa dovrà fare: si limita ad indicare un problema per sollecitare la fantasia critica del suo interlocutore. Un metodo di una sorte di maieutica cristiana, potremmo dire. Infine la “fiducia”. Senza aspettare la risposta, Maria dice agli inservienti «Fate quello che vi dirà» (Gv 2, 5). Maria è come la rappresentazione del giusto atteggiamento del buon educatore. Attenzione e fiducia. Sentimenti che non possono che nascere dall’amore. La sfida della nuova comunicazione è grande. Senza amore faremo fatica. I giovani, fra sesso esplicito e violenza efferata, sembrano allo sbando, in preda ad una tempesta più grande di loro.  La censura però è finita. E’ arrivato il momento di un salto di qualità da parte degli adulti. Abbattere i rovi che circondano la mente e il cuore dei nostri figli è un obbligo morale. «La chiesa, infatti, non può avere altra condotta verso gli uomini da quella del Redentore: conosce la loro debolezza, ha compassione della folla, accoglie i peccatori; ma non può rinunciare a insegnare la legge che in realtà è quella propria di una vita umana restituita nella sua verità originaria e condotta dallo Spirito di Dio», scriveva nel 1968 il Beato Paolo VI.

Pubblicato sulla Newsletter di Scienza e Vita di Novembre 2014

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