Le cose belle e le cose brutte della vita. Un documentario commovente per le strade di Napoli

Pubblicato: 23 marzo 2014 in cinema
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Enzo Della Volpe in "Le cose belle"

Enzo Della Volpe in “Le cose belle”

La bellezza si difende solo con la bellezza. Alcuni anni fa un’importante associazione ambientalista chiese a Folco Quilici (il più grande regista di documentari del nostro paese) di partecipare alla realizzazione di una campagna di sensibilizzazione sul degrado e sull’inquinamento crescente del Mediterraneo. Accettò con entusiasmo. Gli proposero di girare alcune sequenze con le chiazze di petrolio in mare, con le plastiche abbandonate sulle spiagge, con gli eco-mostri costruiti sulle scogliere. E così via. Quilici non ebbe bisogno di rifletterci su: rifiutò con sdegno e abbandonò precipitosamente il progetto. Ogni tanto racconta ancora le ragioni che lo indussero a respingere quel lavoro. «Se ti ostini a mostrare la bruttezza, pur con il lodevole intento della denuncia, corri il rischio di creare una sorta di paradossale assuefazione all’orrore e al disgusto. Invece, per motivare le persone ad occuparsi della difesa dell’ambiente devi farle innamorare della bellezza. Le immagini del Mediterraneo incontaminato sono le armi migliori contro il degrado. Per difendere la bellezza non c’è niente di meglio che la bellezza stessa», dice Quilici ancora oggi a chi lo interpelli sul tema. Nel 1999 due documentaristi, Agostino Ferrente e Giovanni Piperno, andarono a Napoli per girare “Intervista a mia madre”, un documentario della Rai sugli adolescenti e la loro percezione del futuro. Camera a mano, come fosse manovrata proprio da quei bambini, l’obiettivo ingenuo, ma non naif, puntato dritto negli occhi dei genitori imbarazzati e timidi davanti al microfono. Molte interviste in prima persona a quegli stessi bambini. Quattro storie diverse: Fabio, Enzo, dodici anni, e Silvana e Adele, quattordici anni, i loro sogni, le loro paure, le prospettive per il futuro. Una luce negli occhi. Un sorriso che non si era ancora trasformato in disincanto. Nel 2013 Ferrente e Piperno sono tornati a Napoli a cercare quei bambini. Hanno girato un nuovo documentario che si chiama “Le cose belle”. «Già allora, nel 1999 – spiegano i due autori -, quando realizzammo “Intervista a mia madre” per Rai Tre che voleva raccontare dei frammenti di adolescenza a Napoli, ai nostri quattro protagonisti chiedemmo come si immaginavano il loro futuro: ci risposero con gli occhi pieni di quella luce speciale che solo a quell’età possiede chi ancora sogna “le cose belle” e con quell’auto-ironia tipica della loro cultura che li aiuta a sdrammatizzare, esorcizzare e, spesso, rimuovere gli aspetti problematici della loro vita, rinviandoli ad un futuro che, in quanto astratto, dovrà, per sua natura, essere migliore. Ma al tempo stesso, da quegli occhi, traspariva una traccia di scaramantico disincanto. Forse perché la catastrofe, sempre in agguato nella loro città, è una minaccia nonché un alibi che rende le vite dei napoletani immobili, e loro lo sapevano, per istinto e per educazione. Dieci anni e tre sindaci dopo, passando dal “rinascimento culturale” che attirava artisti da tutto il mondo, alla Gomorra raccontata da Saviano e Garrone, siamo tornati a filmarli, inseguendoli per un arco di tre anni: nel 2012, l’auto-ironia ha ceduto il posto al realismo, e alle “cose belle”, Fabio, Enzo, Adele e Silvana non credono più. Forse ai loro occhi sembrano già passate. O forse le cose belle non vanno cercate né nel futuro e né nel passato, ma in quel presente vissuto con la straziante bellezza dell’attesa, dell’incerto vivere alla giornata, della lotta per una esistenza, o sarebbe meglio dire, “resistenza”, dignitosa: nuotando talvolta controcorrente e talvolta lasciandosi trasportare». Il documentario “Le cose belle” è stato realizzato da Ferrente e Piperno, mischiando le interviste realizzate nel 1999 con quelle registrare dopo 10 anni. Il montaggio incrociato che sembra disordinato (ma non lo è), il sonoro vecchio che si sovrappone alle immagini più recenti, i primi piani degli sguardi dei quattro protagonisti, i momenti di relax (le canzoni cantate in automobile, i balli sulla spiaggia) e i momenti di tensione (i ragazzi, ormai diventati adulti, che si scontrano con la delusione di un sogno infranto e di un ambiente sociale degradato) si fondono in una sorta di melodia irresistibile e straziante. Non è però il pessimismo a prevalere. Enzo della Volpe (uno dei quattro protagonisti), da bambino andava con il padre a cantare nelle osterie. Il suo sogno era diventare un cantante vero e proprio. «Ma se non ho fortuna, non ho niente, faccio qualcosa per strada, come si dice, quello che capita, quello che succede», aveva detto nel 1999 guardando nella macchina da presa. Nel 2013, ormai diventato adulto, va in giro, porta a porta nella periferia di Napoli, a vendere i servizi di un operatore telefonico. Con determinazione e con uno sguardo pieno di una profondità che è rara trovare al cinema. Non canta più, neanche con gli amici, neanche con i parenti. Il documentario si chiude con un primo piano di Enzo. Fondo nero, lui è davanti ad un microfono di una sala di incisione. Immobile. Con quel suo sguardo che sembra carico del dolore del mondo. Poi, come per magia, comincia a cantare. La sua canzone preferita. Quella che cantava con un falsetto da bambino nei ristoranti napoletani. La sua voce, adesso, è cambiata. Più profonda, più matura, più commovente. «Cchiù luntano me staje, Cchiù vicino te sento…», canta. «Più stai lontano da me, e più vicina ti sento…». Si tratta di “Passione”, una delle canzoni napoletane più famose di tutti i tempi, scritta nel 1934 da Libero Bovio. Un’emozione che non ti aspetti alla fine di un documentario che, come dicono gli autori, narra la storia di «quattro vite a confronto nella Napoli piena di speranza del 1999 ed in quella paralizzata di oggi. La fatica di diventare adulti attraverso gli occhi di quattro sguardi pieni di tristezza, ironia, ingenuità, fragilità, cinismo, paura e bellezza». Lo sguardo di quei quattro bambini nel 1999 è come il Mediterraneo incontaminato di cui parla Quilici. Un gancio per la vita. Un modo per ritrovare la commozione di una speranza. «A Napoli si dice tante cose belle – spiegano Ferrente e Piperno -, un’antica espressione d’auguri che non si può tradurre in napoletano, va pronunciata in italiano. Perché la bellezza è una via che porta lontano e deve essere comprensibile a tutti. Forse il significato profondo di questa parola è: io non posso dirti che le cose brutte non accadranno ma ti auguro con tutto il cuore che quelle belle siano molte molte di più».

Pubblicato sulla Newsletter di Scienza & Vita il 20 marzo 2014

commenti
  1. Enzo Della Volpe ha detto:

    che bello wawwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwww

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