#Venezia70, diario del secondo giorno, solo i film. Se “credi nel cinema”

Pubblicato: 30 agosto 2013 in cinema
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La frase del giorno: "il nostro lavoro non serve a un cazzo", Valerio Mastandrea, fra verità e finzione, nel film di Gaglianone

“Il nostro lavoro non serve a un cazzo”, Valerio Mastandrea, fra verità e finzione, nel film di Gaglianone

La frase del giorno: “Una volta loro temevano noi. Adesso siamo noi a temere loro. Benvenuto nel terzo millennio”, la preside del liceo parlando degli studenti con il professore protagonista di “Nemico di classe”, il film sloveno in gara alla Settimana della critica

THE CANYONS, americano, fuori concorso, interpretato dalla star del porno James Deen e da Lindsay Loahn. Il cinema come il sesso. Ma senza emozioni o sentimenti. Il raccontìno di maniera con il porno divo e la capricciosa Lindsay Lohan (ha prodotto il film ma all’ultimo minuto ha deciso di non venire più a Venezia) sembra un intenzionale apologo sulla morte del cinema. Le foto (bellissime) di alcune sale cinematografiche chiuse e in rovina fanno da contrappunto alle storie di gelosie, scambi di coppia, amori infranti e sesso di gruppo che il regista fa vagare apparentemente senza meta nelle strade di Los Angeles, fra ville mozzafiato sulle scogliere di Malibu e le casette monofamiliari più modeste di Hollywood. Storie, ovviamente, senza speranza. Proprio come la cinematografia americana. “Credi nel cinema?” domandano al personaggio interpretato dalla Lohan. Lei non risponde. Appunto.

LA MIA CLASSE, italiano, evento speciale delle Giornate degli autori, di Daniele Gaglianone. Fra verità e finzione. “Il nostro lavoro non serve a un cazzo”, dice Valerio Mastandrea al regista Daniele Gaglianone. L’idea era di girare un film edificante sul dramma dell’integrazione. Mastandrea recita la parte di un insegnante di italiano in una classe serale per stranieri adulti. Nella sceneggiatura erano previste molte scene di pianto. Anche Mastandrea, nella finzione, doveva essere vittima di un male incurabile. La realtà, quella vera che non fa sconti a nessuno, però irrompe nel set. Uno degli stranieri ingaggiati per interpretare la parte dello studente riceve veramente il foglio di espulsione. Mastandrea coinvolge il regista davanti alla macchina da presa. La classe si ribella anche un po’. Ma come, dicono, fate i buoni nel film ma se qualcosa succede realmente ad uno di noi, non fate niente? La perplessità degli attori stranieri reclutati per caso è una sorta di schiaffo al buonismo piagnucoloso previsto dalla sceneggiatura. Interessante la scelta di Gaglianone e di Mastandrea: lasciano che questa realtà a ciglio asciutto e a muso storto si mischi con la finzione un po’ stucchevole del set. Un modo inedito per raccontare l’impotenza di una certa  cultura dell’accoglienza nel terzo millennio.

ALGUNAS CHICAS, Orizzonti, argentino, di Santiago Palavecino. Pasticcio sconclusionato che non trova la strada fra lo splatter e il thriller psicologico. Una giovane donna, matrimonio in difficoltà e un tentativo di suicidio alle spalle, lascia Buenos Aires per andare a trovare una amica. Splendida villa nella foresta, una comunità stralunata (e strafatta) e un nuovo mistero però l’attendono al varco. La sceneggiatura è insopportabile come le teste oscillanti degli attori (sembrano un metronomo) quando sono costretti a recitare nelle automobili che fanno finta di correre su fondali digitali. Oscillanti come le teste degli spettatori colti da improvvisa narcolessia.

DIE FRAU DES POLIZISTEN, tedesco, in concorso, di Philip Groning. Peccato. Il regista, qualche anno fa, aveva impressionato tutti con un documentario di tre ore in un convento, “Il grande silenzio”. Bellissimo. Il film che porta a Venezia quest’anno, invece, è freddo, gelido, diviso in quasi sessanta capitoletti (esempio: inizio con primo piano sugli alberi, lepre che scappa, cartello che recita “fine del capitolo”, da urlare). Peccato veramente. Se non fosse stato per questa sua mania di fare il primo della classe, la storia avrebbe potuto essere anche interessante, in un momento di leggi sul femminicidio e di dibattiti sulla violenza contro le donne fra le pareti domestiche. Ma così proprio non va. Si sarà montato la testa. Fine del capitolo.

JOE, americano, in concorso, di David Gordon Green, con Nicholas Cage con la barba (così non lo avete mai visto, recita il bugiardino distribuito ai giornalisti dall’ufficio stampa). Un film di tipi tosti, che si rompono la testa per un sorso di vinaccio commerciale. Racconta un Texas inedito e il conflitto non sanato fra un padre (alcolizzato e manesco) e suo figlio. Vivono in una baracca, fra la spazzatura, l’altra figlia è muta e anche la madre parla poco. Un casting eccezionale, tanti volti che valgono il prezzo del biglietto e che raccontano un’America estrema, periferica e incapace di fare pace con se stessa. Il ragazzo cerca una via di fuga e incontra Joe, boscaiolo, duro, con precedenti penali e vagamente sociopatico (Nicholas Cage). Scocca la scintilla, i due si piacciono e diventano amici. Nonostante tutto. Dura la sceneggiatura, duri i personaggi. Duro l’epilogo, nonostante il lieto fine. Momento per cinefili: Cage, ubriaco, racconta al ragazzo il trucco per fare un’espressione che piaccia alla ragazze. “Esprimi con la faccia la massima sofferenza e poi sorridi”. Il segreto della sua smorfia da anni.

RAZREDNI SOVRAZNIK (NEMICO DI CLASSE), sloveno, Settimana della critica. Adolescenti in un liceo. Professori più buonisti che buoni e professori cattivi. Una studentessa si suicida. Ma non siamo, neanche lontanamente, nelle atmosfere romantiche di “L’attimo fuggente”. Scoppia la rivolta contro l’ultimo arrivato, insegnante di tedesco. Alla fine però tutti capiranno che le cose non sono mai bianche o nere. Suona strano detto in una scuola. Molti applausi a scena aperta per i due genitori che, durante una drammatica riunione con gli insegnanti e dopo una lunga discussione, si alzano per chiedere: “Nostro figlio è coinvolto o ha fatto qualcosa di male?”. Rassicurati si alzano educatamente e se ne vanno. Un racconto scolastico non inedito, cinematograficamente parlando, (basterebbe pensare a “La scuola” di Luchetti) ma sempre interessante e molto, molto verosimile. La frase del giorno viene proprio da questo film. “Una volta loro temevano noi. Adesso siamo noi a temere loro”, dice la preside del liceo parlando degli studenti.

Pubblicato su L’intraprendente il 30 agosto

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