I vecchi non ridono mai (e agli Oscar si sono scordati di un capolavoro)

Pubblicato: 25 marzo 2013 in cinema
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Beasts of the Southern Wild

Beasts of the Southern Wild

I vecchi non ridono mai. I vecchi sono astiosi e misantropi. I vecchi sono conservativi e non amano il rischio. I vecchi sono noiosi. I vecchi sono una zavorra. I vecchi, quindi? Meglio parcheggiarli dove nessuno li veda. L’elenco potrebbe continuare. Sono solo alcuni dei tragici luoghi comuni sugli anziani che caratterizzano la nostra frenetica società della comunicazione digitale. Ma si tratta, appunto, solo di considerazioni superficiali, di meste abitudini del pensiero collettivo che non hanno riscontro con la realtà. Lo sanno bene negli Usa dove gli anziani sono considerati il target più interessante per la vendita di beni di consumo di massa e, soprattutto, per tutti quei servizi che sono dedicati all’intrattenimento e al tempo libero, come le crociere o i viaggi nei paesi esotici. Sembra un paradosso nel paese che ha inventato, con il mito del “giovane per sempre”, le tinture per capelli e la chirurgia estetica. Il pragmatismo anglosassone, però, appiana l’apparente contraddizione. Anche Hollywood si è dovuta così adeguare e il tema della terza età entra sempre più spesso nelle sceneggiature di film in agrodolce e di commedie di successo. L’ultimo in ordine di tempo è l’opera prima di un debuttante di successo, “Quartet” di Dustin Hoffman. Un film vitale, ironico, sferzante, pieno di un ottimismo denso come miele e interpretato quasi esclusivamente da attori con un’età compresa fra i settanta e gli ottanta (se non di più). «La vecchiaia non è per femminucce!» è l’affermazione fra il serio e il faceto di uno dei protagonisti ed è diventata in poco tempo un tormentone sul web e sui social media. Attribuita da sempre a Bette Davis, nel film di Dustin Hoffman la frase assume però un significato più profondo e quasi di sfida. La storia è ambientata in un angolo felice della campagna inglese dove c’è Beecham House, una casa di riposo  autogestita da musicisti e cantanti. Ogni anno, in occasione dell’anniversario della nascita di Giuseppe Verdi, gli ospiti della casa organizzano un gala. Lo scopo dello spettacolo è la raccolta dei fondi per sostenere Beecham e scongiurarne la chiusura. Ma la routine di tre di loro, Reggie, Wilf e Cissy, viene sconvolta dall’arrivo a pensione di Jean Horton, elemento mancante del quartetto che formavano un tempo sulle scene internazionali. Jean è anche l’ex moglie di Reggie. Un matrimonio durato poco e terminato bruscamente per un equivoco mai chiarito. Sentimenti in subbuglio e un gioco delle parti recitato sui toni della commedia, per dire al pubblico che l’amore, quello vero, dura per sempre. Nel cast assemblato da Hoffman (che però non recita nel film) ci sono anche molti cantanti veri. Impressiona alla fine, sui titoli di coda, la lunga serie di fotografie degli stessi artisti quando erano ancora giovani e belli. Il film ha inaugurato, con molti applausi, il Torino Film Festival di novembre. «Si arricchisce il filone rosa sulla vecchiaia, un genere non nuovo ma comunque raro per presunta mancanza di appeal, in cui i vecchi pur nella malinconia della decadenza fisica e della solitudine, se la spassano come se la vita ancora appartenesse loro, in film che conquistano un pubblico non necessariamente coetaneo. Dustin Hoffman che fu, trentenne, il giovane laureato scandalosamente concupito da una matura futura suocera, per il suo primo film da regista, a 76 anni, sceglie una storia di anziani briosi e vitali, dal passato luminoso che vivono un presente prigioniero degli anni, senza rinunciare al futuro», ha scritto la non più giovanissima Natalia Aspesi su La Repubblica. I blog sono pieni di commenti degli spettatori che si sono fatti conquistare dal brio del film. «Sono andato a vederlo ieri sera, e l’ho trovato stupendo tanto da arrivare a commuovermi come non mi accadeva da anni per un film (forse anche perchè la mia età, vicina a quella dei protagonisti, ha fatto sì che mi immedesimassi facilmente con loro)», ha scritto Sandro. «È una storia di musica, di canto, di vita, ma soprattutto di amore e di amicizia», ha scritto Renato. «Un “meta-melodramma delicato”, fantasia di stati d’animo, sentimenti e passioni, emozioni e ricordi. Nella casa di riposo per anziani musicisti la musica è contesto totale, legame fra passato e presente, e proprio nella musica c’è l’insegnamento per reinventarsi, anche in vecchiaia perché “c’è sempre tempo..”», ha scritto Padly. «C’è sempre tempo»: bellissimo. Dicono coloro che la sanno lunga che la morte è inevitabile. «L’importante è che la morte mi colga vivo», aggiungeva sempre Marcello Marchesi. Ma non c’è solo questo nel film. Hoffman, involontariamente, ha aggiunto un elemento imponderabile ma importante. Secondo un vecchio proverbio arabo, «Se vuoi far ridere il Signore, basta raccontarGli i tuoi progetti». E’ quello che succede ai protagonisti del film. In modo particolare a Reggie. Chiuso nella stanca ripetizione di un dolore sordo e di un immotivato rancore, scoprirà alla fine del film un’emozione che non si aspettava di poter provare ancora. Prima di salire sul palco, la sua mano, con una piccola esitazione, stringerà di nuovo, con un affetto inedito, quella di Jean. Seduti in sala e con gli occhi incollati sullo schermo, mentre risuonano le noti di Verdi, provate allora a trattenere le lacrime e a nascondere il vostro sorriso più intimo. «C’è sempre tempo»: è proprio vero.

P.S.: Agli Oscar è stato ignorato il film più bello dell’anno. Si tratta di “Re della terra selvaggia” (Beasts of the Southern Wild), opera prima straordinaria (veramente fuori dall’ordinario) di Benh Zeitlin. La protagonista, una bambina di 6 anni, Quvenzhané Wallis, correva per il premio come migliore attrice (sic!) contro alcune star del firmamento di Hollywood. Peccato non averla premiata. Interpretava Hushpuppy. «Io non voglio che dici che stai morendo»; «È così, tutti i papà muoiono». «Non il mio papà!», dice con un’espressione seria sul piccolo viso. Aggiungerà poi: «Tutti perdono la cosa che li ha creati. Accade così anche in natura. Gli uomini coraggiosi rimangono e osservano. Non scappano». Peccato, veramente, non averla premiata.

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