Amore e rabbia. Dalla periferia più estrema di Milano agli orizzonti glaciali del Polo Nord. Un documentario sorprendente. Sulla vita e sulla morte.

Pubblicato: 2 aprile 2012 in cinema
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"Lasciando la Baia del Re", un documentario sorprendente, di Claudia Cipriani

“Un film speciale, che parla della vita senza imbarazzo e senza paura di esporne il sentimento. Anche quando fa male”. Lo ha scritto la giornalista Cristina Piccino (Il Manifesto) dopo aver visto “Lasciando la Baia del Re” di Claudia Cipriani. Si tratta di un documentario atipico, girato con uno stile discontinuo. Materiale di repertorio del Luce, lunghissime soggettive con la camera a mano in uno dei quartieri più disperati di Milano, inquadrature ampie e ferme sul panorama sconfinato del Mare Artico. Dentro, nel racconto, uno struggente sentimento legato al mistero della maternità, una specie di filo rosso in grado di portare lo spettatore fino ad alcune lacrime che, a sorpresa, arrivano prima della fine del film. Claudia Cipriani, giornalista e filmaker milanese, per alcuni anni è stata una dei volontari dell’associazione “Baia del re”. Nel quartiere Stadera, periferia estrema di Milano,  Claudia e altri volontari aiutavano i ragazzini a fare i compiti. Un tentativo di contenere il fenomeno della dispersione scolastica. Valentina Barile invece è uno dei giovani studenti del doposcuola. Padre ucciso dall’Aids molti anni prima, madre tossicodipendente e, ovviamente, disoccupata. La regista con una piccola camera digitale indugia sul volto di Vale e dei suoi coetanei. L’associazione ha le porte sempre aperte. I ragazzi vanno e vengono, come spinti da un vento irresistibile. La camera li segue in continuazione, con movimenti vertiginosi. Valentina va male a scuola, anche quando copia, perché “copiare è stressante”, dice con un bofonchio. Se la prende con i ragazzi del quartiere che passano le giornate a fare evoluzioni inutili con i motorini lungo le strade affollate del quartiere. E aggiunge: “Non so se la mia vita sarebbe stata diversa in un altro posto”. La Baia del re è il nome con il quale gli abitanti del quartiere hanno voluto ribattezzare Stadera. Si chiama così anche l’avamposto artico da dove partì, negli anni Trenta, la fallimentare spedizione fascista di Umberto Nobile per il Polo Nord. “Baia del re è il nome dell’ultimo avamposto nel mare Artico, il nome di un quartiere popolare alla periferia di Milano e il nome di un’associazione che sopravvive tra disillusione e ironia – ha detto la regista -. Tre luoghi diversi e lo stesso luogo insieme: luogo di confine, geografico e spirituale. Ho cercato di cogliere questa ricchezza attraverso la mescolanza di modalità di rappresentazione, formati e temi, anche se, mentre giravo e montavo mi sono accorta che tutti i concetti erano dimenticati e mi guidavano le emozioni, perché in fondo questo film è nato come una dichiarazione di amore e di rabbia”. Amore e rabbia. Le prime immagini del documentario sono quelle del repertorio del Luce sull’impresa di Nobile. Il tono della voce della regista, che commenta le immagini, è asciutto. Diventa più vivace quando con la camera (una specie di videodiario durato più di un anno) riprende la confusa e agitata umanità multiculturale che riempie ad ondate le stanze dell’associazione a Stadera. La regista però è incinta. La pancia che cresce, la levità della vita che sta per arrivare, inizia ad interagire con il diario. La macchina da presa finisce così nelle mani di Valentina. Il racconto acquista un sapore diverso. Dal ritratto antropologico si passa al diario intimo, con uno scambio di confidenze, a volte trattenuto e a volte irruente, che corre fra l’insegnante e la ragazza. Ma poi, improvviso e duro, anche nelle soluzioni di montaggio, arriva il black out. La gravidanza si interrompe tragicamente e la regista perde la bambina che aspettava. Il film così cambia ancora. “Ho accettato – ha detto la regista in alcune interviste – che la realtà mi sorprendesse anche all’interno della lavorazione di questo film. Il progetto era nato nel 2010 come un diario della vita di questa associazione e del quartiere di Stadera. E’ diventato una cosa diversa”. La regista e Valentina partono insieme e raggiungono la vera Baia del re, sul mare artico. “Un viaggio, che è insieme fisico e interiore, tra luoghi estremi”, ha scritto Simona Spaventa su “La repubblica” di Milano. “Valentina e la regista partono per mantenere una promessa fattasi, per conoscere la vera Baia del re, quella al Polo Nord, e cercare di affrontare, a 40000 km da casa, la bestia nera che vive nel loro cuore (presentata agli spettatori con la metafora dell’orso che si avvicina alle case e che non consente agli scienziati e ai visitatori della base di allontanarsi) e permettere che la rabbia maturata per due lutti tragici subiti si trasformi semplicemente in accettazione e amore”, ha scritto Giovanna Barreca su Radiocinema. Le conversazioni e le lacrime delle due donne, riprese con il pudore di una macchina da presa immobile sulla vastità degli spazi artici. Il freddo del luogo e il freddo dell’anima che si sciolgono in confessioni improvvise e singhiozzanti. La luce infinita del tetto del mondo. E’ un’amicizia non scontata quella che nasce e cresce fra la dura ragazza di periferia e l’intellettuale. Da una parte il dramma esplosivo della gravidanza interrotta e, dall’altra, la lenta e quotidiana agonia della tossicodipendenza mortale della propria madre. Un lutto terribile per entrambe. Un territorio enorme e straziante dove alla fine le due donne si incontreranno. Lasciando uno spazio per la speranza. Per Valentina che, come una specie di riscatto personale, firmerà come autrice il documentario insieme con la Cipriani. Per la regista. “Lasciando la Baia del Re” è infatti dedicato a mia figlia Dalia, che rimarrà sempre nelle cellule del mio corpo e nelle reti neurali dei miei pensieri migliori”, ha detto.

Pubblicato il 30 marzo sulla Newsletter di Scienza e Vita

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