Cesare deve morire. A Berlino ha vinto un’idea di cinema. Che ci piace.

Pubblicato: 5 marzo 2012 in cinema
Tag:, , ,

Cesare deve morire. L'idea di cinema dei Taviani. A Berlino una vittoria meritata.

La domanda è che a livello era il livello del Festival di Berlino. A mia memoria è un festival che non sale ma che scende. Ed è snobbato da Hollywood, che non produce glamour, o solo glamour, produce film, film di livello.

E però è un piacere sapere che a Berlino vincono i fratelli Taviani con Cesare non deve morire, un film di 70 minuti girato a Rebibbia con i carcerati che interpretano “Giulio Cesare” di Shakespeare.

Ciò che vince a Berlino è un’idea di cinema. Cioè, Cesare non deve morire non è The Tree of Life di Malick che vince a Cannes…

La differenza tra i fratelli Taviani che entrano in un carcere e tutti i film, o i documentari, che entrano in carcere è che c’è un’idea di cinema: i Taviani entrano a Rebibbia e girano, non “fanno” i registi che girano.

La regola è che se si entra in un carcere non è importante ciò che giri, ma è importante che giri giri giri, anche a caso…ed è così per i film o i docu-film che interpretano Shakespeare, perché il pensiero non è più collocato nel “prima”, è collocato nel “poi”, perché l’importante è che si sta girando, non che cosa si sta girando.

I Taviani sono entrati in un carcere con un proprio pensiero e hanno inquadrato Rebibbia. Le immagini girate di notte dall’alto su Rebibbia sono video arte. E così tutti i tagli architettonici di Rebibbia, che ci ricordano che cosa è il carcere, anche se il teatro trasforma i detenuti in attori e li libera. Questo è il cinema: mettere in immagine ciò che non ha immagine, immaginare un’immagine e girarla, dare una forma a ciò che non ha una forma.

L’incipit è perfetto, il casting dei detenuti che si presentano e che cercano di ottenere la parte. Non è perfetto il train de vie del carcere, la narrazione delle dinamiche dei detenuti, perché è “fiction”, con i carcerati che recitano i carcerati. Però è coerente con l’idea dei Taviani: che girano e non “fanno” i registi che girano ore e ore di digitale, cioè non entrano in carcere “a rubare immagini”, entrano a girare, non fanno neorealismo perché è scritto che in carcere si fa neorealismo. I Taviani sono della scuola che sceglie le inquadrature, giuste o non giuste. Hanno l’idea, e inseguono l’idea.

I detenuti si sono mossi nelle scelte dei Taviani, specialmente nelle scelte di regia. E sono le scelte di regia, la sua secchezza, l’incipit, l’architettura di Rebibbia, i totali di notte di Rebibbia che sembra un Alien, o La Cosa della psicanalisi, il rientro dei carcerati nelle celle alla fine della giornata e alla fine della prima del “Giulio Cesare” di Shakespeare, a fare del film dei Taviani un film rigoroso.

I Taviani dimostrano che è nella distanza che si vede, non nella vicinanza, ed è nella distanza la modernità dei Taviani, novantenni, che danno così a Rebibbia realismo e concretezza, quel realismo che il cinema che entra in carcere non ha con la macchina a mano e ore e ore di digitale.

Paolo Boriani

commenti
  1. icittadiniprimaditutto ha detto:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...