Il reality show dell’apocalisse. I Black bloc sono un successo del marketing. Stacchiamo la spina prima che sia troppo tardi.

Pubblicato: 21 ottobre 2011 in media
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Black bloc successo del marketing

I black bloc sono un successo del nuovo marketing politico del terzo millennio. Si alimentano con i media e, nello stesso tempo, sono diventati benzina in grado di
infiammare gli ascolti delle tv o il traffico dei siti internet. Auditel e Audiweb lo stanno certificando in queste ore con dati record. Prima che sia troppo tardi allora è meglio staccare subito la spina. Nelle agghiaccianti interviste che alcuni degli incappucciati si sono affrettati a rilasciare a giornalisti compiacenti il giorno dopo la disastrosa manifestazione romana degli “indignati”, la strategia emerge chiaramente. “Abbiamo visto materializzarsi una nuova forma di terrorismo, che potremmo chiamare terrorismo urbano”, ha detto il ministro dell’interno Maroni. Si tratta proprio di un nuovo terrorismo che cerca con determinazione di attirare l’attenzione delle telecamere dei mass media e che produce video autocelebrativi da caricare sui social network come Youtube e Facebook, in un gioco acrobatico e frenetico di rimandi dove sono i mass media tradizionali ad arricchire l’attenzione sul web. Le immagini degli scontri quindi sono il vero obiettivo di questo tipo di manifestazioni. “L’hai vista la foto di quello che lancia l’estintore? – ha detto un minorenne che era in piazza sabato scorso -. Come a Genova, paro paro. Io quello lo conosco. È uno dei No Tav, un torinese. Ha fatto bene. Un corteo pacifico non serve a niente, se ti scontri con la polizia forse capiscono qual è il tuo disagio. Tutte le rivoluzioni sono violente. Il 15 ottobre è stata una svolta”. La strategia di questa nuova forma di “terrorismo urbano” è nata in Estonia sessantanove anni fa e ha il volto e il nome di un re indiscusso del marketing, Kalle Lasne. Nato in Estonia e poi emigrato con la famiglia per sfuggire ai Soviet del comunismo russo, Lasne è stato per anni un vero boss del marketing al servizio dei poteri forti dell’economia. Lasne, tra l’altro, ha inventato e realizzato centinaia di ricerche di mercato sui consumatori ignari che rivendeva ai capitani d’industria del capitalismo di mezzo mondo. Poi si è pentito, dice, ed è diventato il maggiore ideologo degli “antagonisti”. Dall’opulento Canada (il paese con il più alto livello di vita del mondo) dove vive, Lasn ha inventato il movimento denominato “Occupy Wall Street”, e cioè quello degli “indignati” d’oltreoceano che da alcune settimane sono protagonisti assoluti dei dibattiti nelle news e nei talk show americani. Slogan come “occupare Wall Street” o “Siamo il 99%” sono sue idee. La protesta degli “Occupy” è nata come una provocazione dalle pagine e dal sito Internet della sua rivista “Culture jamming”, un’iniziativa editoriale di “guerriglia culturale”, come spiega lo stesso Lasne ai giornalisti che lo rincorrono. “I grandi media sono finanziati dalla pubblicità: sono tutt’uno con le corporation – dice -. E quando salta fuori qualcosa come questa sperano fino all’ultimo di non doversene occupare: insomma che passi”. Ma l’obiettivo è proprio quello di costringerli a occuparsene. Perché? Per avere una comoda cassa di risonanza mondiale, è ovvio. Sabato scorso in tutto il mondo gli “occupy” sono scesi in piazza per protestare contro le conseguenze della crisi economica. Erano migliaia di persone in tutte le capitali del mondo occidentale e ci sono stati anche molti arresti nelle città americane. L’unica notizia vera della giornata è stata però quella dei “Clashes in Rome”, gli scontri di Roma, come l’ha definita in prima pagina il New York Times. I giornalisti italiani meno giovani ricordano ancora con chiarezza il dibattito tutto interno al sistema dei media nato intorno al rapimento di Aldo Moro nel 1978. Furono in molti allora a chiedere che venisse staccata la spina alla gigantesca cassa di risonanza che i media stavano regalando alle Brigate Rosse. I rapitori di Moro erano descritti allora come “invincibili”, “organizzati”, “imprendibili”. I giornali trent’anni fa avevano modificato addirittura il loro linguaggio e, per pigrizia od incoscienza, lo avevano adeguato al lessico delirante dei terroristi. Si parlava di “processo” e di “esecuzione” di Moro come se le tragiche pagliacciate messe in scena dalle Brigate Rosse avessero veramente qualcosa a che fare con la giustizia ordinaria alla quale siamo abituati. Adesso si sta ripetendo lo stesso scenario. Da tre giorni i telegiornali e i quotidiani stanno bombardando le case degli italiani con le immagini delle devastazioni causate sabato scorso dai ragazzi con il volto coperto. Il linguaggio delle news sta perdendo la lucidità che gli dovrebbe essere propria e il disagio di una parte delle nuove generazioni è diventato così “rabbia” o “indignazione” come se ci potesse essere davvero una giustificazione a questa nuova forma di “terrorismo urbano”. Questo grande rumore mediatico, e l’impressionante “sciame” di riverbero su Internet, è caratterizzato però da un agghiacciante silenzio da parte dei responsabili del giornalismo nazionale. Non c’è dibattito sul ruolo dell’informazione e questo spaventa di più degli scontri di piazza. Ha ragione Maroni: è nata una nuova forma di terrorismo urbano e mediatico grazie alla quale semplici delinquenti sono trasformati in star della televisione in prima serata. Sembra veramente di essere arrivati ad una nuova terrificante stagione del “Grande fratello” o di “X Factor” con le vetrine sfondate e i blindati bruciati a fare da scenografia per il “reality show” dell’apocalisse.

Andrea Piersanti

Pubblicato su La Padania il 21 ottobre 2011

 

commenti
  1. Manuel de Teffé ha detto:

    “Questo grande rumore mediatico, e l’impressionante “sciame” di riverbero su Internet, è caratterizzato però da un agghiacciante silenzio da parte dei responsabili del giornalismo nazionale. Non c’è dibattito sul ruolo dell’informazione e questo spaventa di più degli scontri di piazza.” Ecco, non serve dire altro.

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