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La foto è di Barry Michlin

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“Oh, my God!” è il titolo di una nuova sitcom spagnola,tipo “Camera cafè”. “Egli ci ha sempre osservato – si legge nella brochure -. Ora siamo noi ad osservare Lui. Ecco la commedia che rivela la vita quotidiana di Dio, Gesù, la Vergine, Lucifero…”. Il Padreterno veste magliette personalizzate con scritte come: “L’ho fatto io?”, oppure “I love Me”, Gesù è raffigurato come un bamboccione un po’ tonto mentre la Madonna lancia gridolini sciocchi e Lucifero spia le coppiette dall’alto. Il prodotto è stato presentato la scorsa settimana al MipCom di Cannes (dal 5 al 9 ottobre, il più grande mercato internazionale del mondo della tv) e rappresenta una sorta di emblema di un nuovo accanimento antireligioso di una parte dell’industria dell’intrattenimento mondiale. Ma è anche il segnale della fine di un mito. Dai tempi dell’ormai famoso “lodo Disney” che, nell’America puritana degli anni ’30, indusse ad escludere ogni simbolo religioso dai cartoons, l‘industria dell’intrattenimento si è sempre occupata poco di Dio e dintorni. Ma adesso le cose potrebbero cambiare. Nel male (vedi la sitcom spagnola, ma non solo) come nel bene. A ridosso del Mipcom vero e proprio, la scorsa settimana, si è svolto a Cannes anche il Mip Junior, la fiera della tv per bambini. Si tratta di un giro di affari che sta crescendo ovunque e che fa registrare numeri da capogiro (quest’anno si è festeggiato il ventennale dei Simpsons: solo nel licensing la serie della Fox eprime un fatturato di due miliardi di dollari). L’ospite d’onore del Mip Junior è stato Mahmoud Bouneb, l’executive general manager dei nuovi Al Jazeera Children’s Channel (100 milioni di dollari di investimento da parte del Qatar). “La religione non interessa al nostro pubblico di bambini – ha detto Bouneb -. Dobbiamo tenere fuori la religione dai canali per minori. Abbiamo una visione globale e produciamo contenuti che vanno bene per tutte le latitudini”. Poi, per mitigare il tiro, ha aggiunto: “Content is not only about money; it’s also about social responsibility”. Come a dire, non siamo qui per il business ma per il bene dei bambini. Come se la religione, in altre parole, fosse contraria agli interessi dell’infanzia. Nel 2006 il richiamo commerciale della serie australiana “Popetown”, una presa in giro volgarmente pesante del Papa e del Vaticano, diceva: “The banned TV series they didn’t want you to see!”. Intanto però la serie “proibita” che “loro non vogliono farvi vedere” è ormai giunta alla seconda stagione ed è stata presentata, in alta definizione, al Mip Junior di quest’anno. La distribuzione internazionale è stata affidata ad una società che si chiama “I love television” (sic!). Nel data base degli oltre mille nuovi programmi per bambini e ragazzi del Mip Junior di quest’anno comunque e come al solito si parla poco di religione. C’è però un prete e rappresenta un modello negativo. Si tratta del sacerdote di una piccola chiesetta del cartone pseudo-ecologista “The legend of the Christmas Tree” prodotto dalla casa di produzione del Quebec “10th Ave Productions”: poco concentrato sui Sacramenti, il prete vuole allargare la cubatura della chiesetta a scapito degli imponenti e animati alberi che vivono, parlano e agiscono nel cortile parrocchiale. Un paio di società italiane, Lux Vide e Mondo Tv, e la tedesca Beta Film, però stanno cercando di andare controtendenza. La società di Ettore Bernabei ha aperto una piccola divisione operativa per produrre nei settori del cinema theatrical, dei format per la tv e, soprattutto, dell’animazione. Guidata da Luca Bernabei e coordinata da Saverio D’Ercole, entrambi a Cannes la scorsa settimana, la nuova divisione della Lux sta cercando di capire come entrare anche nella produzione di contenuti per le televisioni riservate ai più piccoli e ha recentemente acquistato per la distribuzione in Italia un film messicano pro-life, “Bella” di Alejandro Gomez Monteverde, già in lista di attesa per essere programmato dalla Rai e per essere poi distribuito in homevideo con il supporto del Movimento per la Vita di Carlo Casini. A Cannes intanto, Carlo Nardello, amministratore delegato di Rai Trade, ha annunciato di aver venduto la fiction “Sant’Agostino” della Lux (presentata un mese fa al Papa) anche in Sud America. Con un mega stand nel Palais sulla Croisette, la MondoTv guidata da Guglielmo Marchetti, ha presentato la risposta “cattolica” alle fatine Winx della Rainbow di Iginio Straffi. Si tratta di “Angel’s friend”. Con un occhio al look adolescenziale e con una strategia di presidio del merchandising degli accessori (“Hello Kitty” ha fatto scuola), la nuova serie di cartoni animati di MondoTv riporta l’attenzione del pubblico dei minori su alcune parole chiave della religione cattolica: angeli, diavoli, bene, male, redenzione. In onda su Italia 1 a partire dal 12 ottobre, il programma è stato scritto e disegnato per una ben più ampia distribuzione internazionale. La Beta di Jan Mojto invece ha presentato un cartone animato, “Chi Rho – The secret”, che racconta il viaggio nel tempo di un paio di ragazzi di oggi nell’epoca del Vecchio Testamento. Devono lottare contro chi vuole scardinare le basi stesse del cristianesimo. Appunto.Il 15 ottobre intanto arriva nelle sale italiane il nuovo film della Disney “Up”. Dopo l’exploit della visione etica di “Wall-E”, anche alla Disney, ormai controllata dalla Pixar, sembrano averci ripensato. Forse è finito il tempo del “lodo” antireligioso voluto dal vecchio Walt. Nel bene e nel male.

Su Il foglio del 13 ottobre 2009

La foto è di Barry Michlin

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La televisione per ragazzi è tornata di moda e, in tutto il mondo, sviluppa business e fatturati crescenti. Peccato che i contenuti sembrino lavati con la varechina. La maggior parte dei programmi per i più piccoli sono privi della visione etica. Famiglia e religione sono valori quasi del tutto scomparsi o, se ci sono, vengono rappresentati in modo atipico e paradossale. Prevale una sorta di rassegnata indifferenza e si è costretti a constatare come il relativismo trovi le sue basi più profonde e radicate proprio nella programmazione televisiva dedicata alla fascia del pubblico che più dovrebbe essere protetta, quella dei bambini. Nonostante qualche rara eccezione, come uno splendido reality svedese, Class of ’07 — che sembra scritto per ridare speranza a tutti gli operatori della scuola — i dati generali sulla programmazione lasciano senza fiato. Si tratta di un mercato in crescita, dai conti economici sempre più importanti.
Grazie allo sviluppo incrementale dei canali tematici distribuiti dalle nuove piattaforme satellitari, del digitale terrestre e, ora, anche del web, i genitori in tutto il mondo comprano sempre più volentieri gli speciali abbonamenti delle pay tv con cartoni animati e programmi che dovrebbero essere educativi e di facile intrattenimento.
La televisione baby sitter, con un nuovo vestito tecnologico, è tornata prepotentemente nelle case delle famiglie di mezzo mondo e aumentano i genitori che lasciano al piccolo schermo il compito di intrattenere i loro figli. Con i nuovi canali a pagamento si sentono più garantiti perché la programmazione e la pubblicità sono interamente dedicate al pubblico dei minori. L’offerta di canali per bambini, inoltre, è un forte incentivo per convincere le famiglie ad acquistare pacchetti di abbonamento ai canali satellitari o digitali con contenuti — film e sport — destinati anche ai più grandi. Gli investimenti sono miliardari e anche in Italia l’unico imprenditore riuscito a sfondare nel mercato di Hollywood produce proprio cartoni animati per bambini: si allude a Iginio Straffi, inventore del fenomeno mondiale delle fatine Winx. Al MipCom di Cannes — il più grande mercato di contenuti televisivi e internet del mondo, con una media di settanta miliardi di dollari di transazioni effettuate in ogni edizione — proprio quest’anno è stata aperta, per la prima volta, una speciale sezione dedicata specificamente al mercato della televisione per i più piccoli. Ma quando si entra nel merito dei programmi che vengono trasmessi su questi canali emergono nuovi motivi di preoccupazione. Se i genitori avessero un quadro di insieme, lascerebbero meno volentieri i propri figli da soli davanti al piccolo schermo. Nelle schede descrittive degli oltre millecinquecento programmi prodotti negli ultimi dodici mesi in tutto il mondo, la parola «papà» compare solo in ventuno titoli. «Mamma» quattordici volte. La parola «famiglia» figura solo una volta su dieci (centotrentanove programmi in tutto). La parola «Dio» compare diciotto volte, mai riferita, però, alle religioni monoteiste: si tratta sempre di «gods» (dèi) pagani e mai di «God» (Dio). La parola «religione» compare solo due volte. La Bibbia compare in un unico programma — Le storie bibliche raccontate da un orsetto — e i Vangeli, invece, sono completamente assenti. Gli unici due titoli che abbiano un qualche riferimento esplicito alla religione cattolica sono due cartoni animati: il primo è sulla vita di Giovanni Paolo ii, il secondo invece è una satira inaccettabile sul Vaticano e sulla Curia che ha già creato qualche motivo di imbarazzo. Neanche la nuova frontiera di internet sfugge alla generale fuga dai valori. I nostri figli passano ore davanti allo schermo del computer, ma le offerte delle major, nei nuovi siti community rivolti al pubblico dei nuovi adolescenti, sono deludenti. L’interattività del mezzo è usata per vestire bambole virtuali o per comprare inutili gadget immateriali in una misera simulazione del sistema consumistico imperante. Sembra veramente uno spreco: un enorme potenziale tecnologico per un uso così miope. L’orizzonte, almeno quest’anno, è stato peraltro rischiarato da un programma svedese che pare fatto apposta per piacere a chi insegna nella scuola. Si chiama — come si è detto — Class of ’07 ed è un reality show atipico dove nessuno corre il rischio di essere eliminato. Anzi, al contrario, i concorrenti puntano — sono costretti a puntare — al gioco di squadra e si vince solo tutti insieme. Il formato è semplice, ma rivoluzionario.
Il programma è ambientato nella scuola secondaria svedese. I migliori insegnanti del sistema scolastico nazionale vengono chiamati a prendere in cura le peggiori classi liceali del Paese. L’obiettivo è fare in modo che possano diventare, nello spazio di un anno scolastico, le migliori classi dell’intera Svezia. Si tratta di un’idea molto forte. Quando si parla di scuola da noi prevale il pessimismo. È rimasto scolpito nei cuori di docenti e operatori il lamento pronunciato dall’attore Silvio Orlando — premiato di recente a Venezia con la Coppa Volpi per Il papà di Giovanna di Pupi Avati — nel film La scuola di Daniele Luchetti (1995). «Astariti non c’ha i capelli tagliati alla mohicana, non si veste come il figlio di uno spacciatore, non si mette le scarpe del fratello che puzzano — dice sconsolato il professore. Astariti è pulito, perfetto. Interrogato, si dispone a lato della cattedra senza libri, senza appunti, senza imbrogli. Ripete la lezione senza pause: tutto quello che mi è uscito di bocca, tutto il fedele riflesso di un anno di lavoro! Alla fine gli metto 8, ma vorrei tagliarmi la gola! Astariti è la dimostrazione vivente che la scuola funziona con chi non ne ha bisogno!».
Il nuovo reality tv show inventato dagli svedesi smentisce questa prospettiva. Con l’aiuto di professori capaci e motivati, nonché di strumenti didattici adeguati, perfino i «casi disperati» possono aspirare a un ottimo rendimento scolastico. Si tratta di un’idea che potrebbe rompere il fronte compatto del disfattismo. Di fronte al dilagare del bullismo scolastico e dell’anoressia didattica di molti giovani, allarghiamo le braccia e diciamo che non c’è niente da fare. Si tratta, dice il reality svedese, solo di un’inerzia da superare. In altri Paesi i programmi dedicati agli adolescenti invece comunicano ancora messaggi sconcertanti.
Emergono di nuovo con forza il fatalismo e la rassegnazione. Fanno impressione, in tal senso, due programmi della televisione inglese. Nel Regno Unito i problemi comportamentali degli adolescenti sono in aumento: alcolismo precoce, uso e abuso di droghe, delinquenza minorile. In televisione sono così nati due programmi figli della pedagogia della disperazione, per usare un’espressione del cardinale Bagnasco. Nel primo gli adolescenti più «cattivi» vengono mandati, per un po’ di tempo, presso alcune severe famiglie di lingua e di cultura diverse, in Africa o in Asia. Nell’altro finiscono addirittura in prigione per qualche settimana. Un taglio editoriale tragico, ben diverso da quello del bel programma della televisione svedese. Eppure solo la speranza, unita a una seria volontà di costruire, potranno restituire la fiducia nel futuro alle nuove generazioni.

(Pubblicato su “L’Osservatore Romano“, 16 gennaio 2009)