Ma che rottura di droni!

Pubblicato: 3 novembre 2016 in La materia dei segni

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Nei giorni della tragedia di Amatrice, il giornalismo tv italiano ha sfondato un nuovo limite. I droni sono stati utilizzati per sorvolare le macerie ed entrare negli anfratti più inaccessibili dello scenario drammatico che il terremoto aveva disegnato ad Amatrice, Arquata del Tronto e Accumoli. I droni hanno compiuto voli puliti e perfetti in mezzo alle rovine di case e vite distrutte. Quelle immagini, così stereotipate e fredde nella forma (tanto quanto erano tragiche nella sostanza), hanno cambiato la percezione delle cose. Viste così, sul televisore gigante in salotto, sembravano realizzate cinicamente per un power point di dottorato all’università di architettura. Il giornalismo televisivo invece dovrebbe essere un’altra cosa. Marcello Palmisano, Miran Rovatin, Dario D’Angelo e Alessandro Ota, solo per citarne alcuni, sono operatori di ripresa (cameramen) che hanno perso la vita per portare il loro obiettivo nelle zone più scomode e pericolose del mondo. Per non parlare dei giornalisti (e basterebbe citare Ilaria Alpi, Marco Luchetta, Giancarlo Siani, …) che hanno sacrificato la loro esistenza sull’altare della cronaca. Secondo l’agghiacciante (ma utile) “barometro” di “Reporters sans frontieres”, solo nel 2016 sono 61 i giornalisti e gli operatori morti assassinati dalla violenza della realtà che volevano a tutti i costi provare a raccontare. Prima che una pallottola, una bomba o una mina mettessero fine alla loro narrazione. I droni ad Amatrice sono stati utilizzati per i servizi di Sky News. Un vero peccato. In un momento della nostra storia caratterizzato dalle riprese mosse, emotive ed emozionanti dei telefonini (Parigi sotto attacco, Genova sotto l’alluvione, eccetera), passare da quell’imperfezione così coinvolgente al gelo chirurgico dei droni, sembra un passo indietro. In Usa spopolano i video giornalistici realizzati dai giovani videoreporter di “Vice”. Con i loro smartphone seguono i narcos sulle Ande o i seguaci dell’Isis nei deserti della Siria. Sky, alcuni anni fa, aveva adottato intelligentemente gli stessi “zainetti” del network di New York “One”. Una camerina digitale, un microfono, un treppiede, un giornalista. Uno, appunto. A San Giovanni, nel 2011 (sono passati cinque anni ma sembrano mille), l’inviata di Sky News Maria Cristina Boschetti, con il suo zainetto “One”, ha raccontato (eroicamente, si dovrebbe dire) gli scontri di piazza mentre i manifestanti le correvano intorno da ogni lato e mentre il blindato dei carabiniere veniva dato alle fiamme. Nel 1920, ai tempi di Robert Flaherty, uno dei primi grandi documentaristi della storia del cinema, si discuteva delle tre “C”: compresenza, compartecipazione, coinvolgimento. Adesso invece abbiamo i droni. Alla faccia della partecipazione e del coinvolgimento. Perché in fondo, per parafrasare Churchill, anche il giornalismo tv è (o dovrebbe essere) “sangue e m…”. I droni invece, così freddi e distanti, sono alla fine solo una gran rottura. Un rottura di droni.

Andrea Piersanti

 

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