Games of thrones, il nuovo insospettabile “femminismo di fatto” del terzo millennio

Pubblicato: 4 aprile 2015 in La materia dei segni
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La regina ha un lungo e insistito rapporto incestuoso con il fratello. La donna più amata della storia è una prostituta. La giovanissima adolescente è bellissima e sembra ingenua, ma dietro le lacrime e alcuni rossori naif nasconde una consapevolezza adulta e cinica dei meccanismi della corte tanto da aderire, senza esitazioni, all’idea di sposare l’assassino del proprio padre. La ragazzina preferisce le spade al ricamo e trova più confortevole la compagnia di rozzi guerrieri di ventura a quella delle damigelle di corte. La figlia del re comanda le proprie truppe con lo stesso piglio militaresco delle peggiori bettole dei sobborghi. L’anziana nonna, la battuta tagliente sempre pronta, governa l’economia della potente dinastia con lo stesso atteggiamento spregiudicato di un moderno capo azienda. Il guerriero più temibile e, nello stesso tempo, più leale dell’intera storia non è un uomo ma una donna che sa maneggiare il pesante spadone medievale meglio di tanti testosteronici cavalieri. La bionda pretendente al trono, infine, è madre di tre terribili draghi partoriti fra le fiamme del rogo funerario del marito. Se si vuole capire cosa pensino le giovani generazioni del ruolo delle donne, si deve passare qualche ora davanti al televisore a guardare le puntate della serie televisiva più premiata degli ultimi cinque anni, “Games of Thrones” (in Italia è conosciuta come “Il trono di spade”). La serie tv, prodotta dalla HBO, è multimiliardaria: ogni puntata costa una decina di milioni di dollari e i protagonisti più importanti (come la madre dei draghi) riescono a guadagnare anche 7 milioni di dollari a stagione. Ha debuttato nel 2011 e sono già andate in onda le prime quattro stagioni. La quinta, attesissima, stagione andrà in onda a partire da metà aprile. Rigorosamente fantasy, la serie è ambientata in un medioevo immaginario e racconta le lotte di potere e le battaglie militari per la conquista del “Trono di spade”. Sette regni e alcune nobili famiglie si contendono, fra intrighi di corte e battaglie campali e cruentissime, lo scettro del comando globale. Su tutti però grava una minaccia oscura: il lungo inverno con i suoi misteriosi abitanti del Nord, che vengono descritti come personaggi pericolosi e spietati, a metà strada fra gli zombie di Romero e i semidei di una qualche esoterica religione barbara. La serie è la trasposizione televisiva di una saga letteraria intitolata “A Song of Ice and Fire” (“Cronache del ghiaccio e del fuoco”), romanzi fantasy scritti dall’autore statunitense George R. R. Martin. Pubblicata inizialmente senza troppo successo (il primo volume debuttò nel 1996), la saga ha ottenuto una crescente popolarità. Nei dati registrati fino a settembre 2013 si contano più di 24 milioni di copie vendute nel solo Nord America. E’ stata già tradotta in più di 20 lingue. Il quarto e il quinto volume hanno entrambi raggiunto la vetta della classifica dei best seller del New York Times. Una vera gallina delle uova d’oro per il barbuto autore. La saga, oltre alla serie tv, ha fatto nascere anche fumetti, giochi e videogiochi. La crossmedialità dell’opera ha raggiunto un livello tale che la sceneggiatura della quinta stagione televisiva (che andrà in onda a metà aprile) servirà come fonte d’ispirazione per il nuovo libro che Martin sta finendo di scrivere e non viceversa come era avvenuto per le prime quattro stagioni. Al centro del racconto “del ghiaccio e del fuoco” c’è la lotta senza esclusione di colpi per la conquista del potere. Ci sono poi alcuni argomenti di contorno come la liberazione degli schiavi, il tema dell’onore cavalleresco, e l’aspirazione alla libertà e alla autodeterminazione dei popoli. La novità più rilevante di questa saga (vistosamente ispirata ad alcuni classici come la saga del “Signore degli anelli” di Tolkien) è però nello spazio inusuale dato alla vita sessuale dei personaggi. I produttori della serie tv, per risolvere in modo pratico il problema di tante donne nude sul set, hanno deciso alla fine di ricorrere anche alle attrici della fabbrica del porno, più abituate alla recitazione senza veli. Questa serie tv è la preferita dai ragazzini di mezzo mondo. Sono stati i primi a scoprirla e a decretarne il successo internazionale. Non è difficile capirne il motivo. Lo scrittore, fuori forma e anziano, non rientra nelle categorie preferite dagli adolescenti. Senza volere però ha intercettato un sentimento molto diffuso nelle nuove generazioni dei ragazzini che sono nati nel duemila: la diffidenza e la disistima nei confronti delle ambizioni degli adulti. La lotta per il potere descritta in questo lungo racconto non lascia spazio all’immaginazione. Il mondo degli adulti è cinico e baro, esattamente come lo immaginano gli adolescenti di oggi. La serie e i romanzi sono “fantasy” ma sembrano usciti dai versi di un cantante hip hop di una qualsiasi moderna periferia occidentale. Il mondo del potere (e dei grandi) fa schifo, dicono e ripetono ossessivamente. La speranza e gli ideali più alti sono affidati infatti (e non per un caso) ai protagonisti più giovani della serie. L’equazione narrativa e semiologica, in questo modo, è completa: gli adulti pensano solo ai soldi e al potere, i ragazzi invece sono attirati dagli ideali dell’amore e del rispetto per il prossimo. Un ruolo non secondario, in questa equazione, è affidato proprio alle donne. George Martin ha più volte dichiarato di non aver scritto un romanzo “femminista”. E’ vero, soprattutto se si pensa alla parte più ideologica del “femminismo” degli anni Settanta e Ottanta. Martin, 67 anni suonati, ha però intercettato una sensibilità modernissima, tipica delle nuove generazioni del terzo millennio. I ragazzi nati nel Duemila hanno nei confronti dell’altro sesso un atteggiamento che è lontano mille miglia dalla demagogia tipica del “vetero- femminismo” di 30 – 40 anni fa. Ragazzi e ragazze si sentono rigorosamente alla pari e la differenza di genere non è più considerata un motivo sufficiente per le discriminazioni di qualsiasi tipo. Si tratta di una nuova cultura con la quale è difficile fare i conti ma che, per una misteriosa congiuntura astrale o per una spiccata sensibilità dell’autore, è entrata prepotentemente nella linea narrativa di “Games of thrones”. La madre dei draghi, Daenerys Targaryen (interpretata da Emilia Clarke, un attrice che ha saputo rifiutare il ruolo di protagonista in “Fifty Shades of Grey”, e non è poco), incontra due uomini brutali che sembrano considerare la donna esclusivamente come veicolo di piacere ma non reagisce né si scandalizza. Sorride. Quegli uomini, infatti, sono condannati ad una fine orribile, uno bruciato vivo e l’altro decapitato. Capito? Non c’è spazio per il bullismo sessista in “Games of thrones”. Tutto bene, quindi? No, purtroppo. L’unico personaggio adulto della storia che sembra mostrare una sensibilità matura e un profondo rispetto per le donne è un nano deforme (il vero protagonista della serie, Tyrion Lannister interpretato da Peter Dinklage, un attore di rara bravura) che, al momento della nascita, ha ucciso la madre che gli stava dando la vita. Un personaggio drammatico che rappresenta, meglio di mille convegni pensosi sul femminismo, quanto sia difficile il rapporto fra gli adulti nati nel secolo scorso e la nuova cultura del “femminismo di fatto” del terzo millennio. Gli antichi greci dicevano che l’eroe classico è “kalòs kai agathòs” (bello e buono) ma la “kalokagathìa” non ha cittadinanza in “Games of Thrones”. Gli eroi sono insospettabili e, spesso, sono anche molto brutti. Così come è insospettabile il nuovo femminismo che anima l’intera serie. Insospettabile e così diverso da quello al quale eravamo abituati. Per capire le giovani generazioni e il loro rapporto con il mistero dell’universo femminile, veramente, si dovrebbe partire proprio da qui.

Pubblicato sulla Newsletter di Scienza e Vita il 31 marzo 2015

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