Il sale della terra, il sale delle lacrime

Pubblicato: 20 dicembre 2014 in cinema
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cms-image-004591978Sono immagini che fanno male. Provocano uno shock. Sono ritratti di uomini. Decine di migliaia. Sono nudi e coperti di fango. Sono tutti in una gigantesca miniera d’oro a cielo aperto. Le foto sono state scattate nella Sierra Pelada, nello stato del Parà, in Brasile. I cercatori sono come schiacciati nella buca profonda e resa viscida dall’umidità. Si muovono come formiche gli uni sugli altri. Salgono e scendono in continuazione su scale di legno malfatte e malferme. Non sono gli schiavi di nessuno se non della loro stessa avidità e nessuno li costringe a rischiare la vita sulle pareti fangose di quella specie di girone dantesco. Le immagini sono state catturate da Sebastião Salgado. “E’ un miracolo. Nessun scivola o cade mai da quelle scale”, ha detto il fotografo brasiliano. Il regista tedesco Wim Wenders ha deciso di usare proprio queste foto per l’incipit del suo documentario “Il sale della terra” che è interamente dedicato a Salgado. È vero che sopra la sua scrivania ha due sue foto?, gli chiesero i giornalisti quando presentò il film a Cannes. “Certamente – rispose lui -, anche se quando le comprai, molti anni fa, non lo conoscevo ancora. La prima viene da ‘Workers’ (uno dei progetti fotografici di Salgado, ndr). È la foto di un cercatore d’oro che si riposa appoggiato a un palo mentre tutti gli altri lavorano. Sembra un San Sebastiano senza le frecce. La seconda è il ritratto di una donna del Mali. La donna ha perso la vista per un’infezione agli occhi, ma sa di esser fotografata e si presenta all’obiettivo di Salgado con molta dignità, piena di orgoglio e di consapevolezza”. Nelle recensioni del documentario di Wenders si sono sprecati gli aggettivi superlativi. Potente, epico, maestoso, drammatico. Eccetera. Il documentario è soprattutto molto bello. Uscito nelle sale a ottobre, difficilmente sarà possibile trovarlo ancora nei cinema durante le feste di Natale. E’ un peccato. Le sale della comunità dovrebbero approfittare del periodo natalizio per programmarlo di nuovo. “Questo meraviglioso documentario sul fotografo Sebastião Salgado è una testimonianza coinvolgente del nostro tempo e una riflessione sulla condizione umana a livello mondiale che mostra la possibilità di sperare per l’umanità”, hanno detto i giurati del Festival di Cannes che a maggio gli hanno tributato una Menzione Speciale (nella sezione Un Certain Regard). Wenders decise di realizzare questo documentario sulla base di una richiesta del figlio del fotografo, il giovane filmmaker Juliano Ribeiro. “Mio padre era sempre via. Volevo capire chi fosse”, dirà in uno dei momenti più intensi del documentario. Il film è firmato da entrambi e il giovane Salgado ha utilizzato molte immagini video realizzate alcuni anni fa, al seguito del padre per il progetto “Genesis”. “Non volevo raccontare un fotografo, volevo capire l’uomo”, ha detto Wenders. Il documentario è sorprendente proprio per questo. La straordinaria carriera di Salgado, ad un certo punto, ha rischiato di interrompersi. Dopo molti viaggi, migliaia di foto mozzafiato e la fama conquistata in tutto il mondo, Salgado era tornato per la seconda volta in Rwanda. L’orrore della violenza dell’uomo sull’uomo, la tragedia dei bimbi denutriti e morti di stenti, la disperazione degli esseri umani ridotti a nascondersi senza cibo e acqua nei boschi più profondi: di fronte al male assoluto, il grande fotografo si è arreso. E si è fermato.

 

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Una foto mostra i volti di tre bambini sotto una coperta di fortuna. Si vedono solo i faccini. “I due con gli occhi più vispi sono sopravvissuti, l’altro invece non è arrivato a sera”, spiega lo stesso Salgado. Depone la macchina fotografica e torna nella vecchia fazenda di famiglia, in Brasile. La sua depressione personale, intima, dolorosa, si fonde senza soluzione di continuità con la desolazione dei luoghi della sua infanzia. I boschi dei suoi giochi di bambino avevano ceduto il passo alla desertificazione progressiva della foresta amazzonica. La moglie, però, decise di avviare un progetto fantastico e lo coinvolse. La desertificazione, gli disse allora, può essere fermata. Insieme hanno così piantato più di un milione e duecentomila alberi e hanno ricostruito l’habitat della foresta pluviale sudamericana. Un progetto inedito, mai tentato prima dall’uomo, che ormai è diventato un caso di studio in tutto il mondo. La natura che risorge dal fango ha spinto Salgado a riprendere la macchina fotografica e a intraprendere un nuovo viaggio, “Genesis”, per raccontare la meraviglia del creato. Fuori dalle sacche nere della depressione, ha accettato la proposta del figlio e di Wenders e ha partecipato in prima persona al documentario biografico. Si è cominciato a parlare anche del Nobel per la pace al fotografo. “Sarebbe molto toccante se l’uomo che ha prodotto un’incredibile enciclopedia visiva della seconda metà del ’900, forgiando la nostra comprensione del mondo, fosse considerato un peacemaker, un fabbricante di pace. Ma conoscendo Sebastião e la sua modestia, credo che ne resterebbe molto turbato”, ha commentato Wenders. “Voi siete il sale della terra; ma se il sale diventa insipido, con che cosa gli si renderà il sapore?” si legge nel Vangelo secondo Matteo. Si tratta dello stesso sale che si mischia alle lacrime e che si scopre sotto il palato quando si guardano le foto di Salgado.

Pubblicato sulla Newsletter di Scienza e Vita il 19 dicembre 2014

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