Le banche dei poteri forti e il cinema. Finora sono pochi e confusi i film su Lehman Brothers e Goldman Sachs. “È tutta una questione di soldi, il resto è conversazione”

Pubblicato: 3 dicembre 2011 in cinema
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Il fallimento del 2008 della Lehman Brothers e l’indagine degli organismi di controllo Usa per accertare le attività della Goldman Sachs nell’estate del 2010 sono temi in grado di far tremare i polsi ai registi più solidi. Sarebbe come portare la macchina da presa dentro un vulcano in eruzione. Sono pochi i registi che ci hanno provato e i risultati sono quelli che ti aspetti da Hollywood, un’industria finanziata come tutte le altre proprio dalle banche che avrebbe dovuto raccontare.

Il cinema finora ha fatto poco per aiutarci a capire cosa sia veramente accaduto ai piani alti delle banche mondiali. Il fallimento del 2008 della Lehman Brothers e l’indagine degli organismi di controllo Usa per accertare le attività della Goldman Sachs nell’estate del 2010 sono temi in grado di far tremare i polsi ai registi più solidi. Sarebbe come portare la macchina da presa dentro un vulcano in eruzione. Sono pochi i registi che ci hanno provato e i risultati sono quelli che ti aspetti da Hollywood, un’industria finanziata come tutte le altre proprio dalle banche che avrebbe dovuto raccontare. Ci aveva provato Frank Capra nel 1946 con lo splendido “La vita è meravigliosa”. Il banchiere del film, pronto a gettare sul lastrico non solo il povero James Stewart ma l’intera cittadinanza, alla fine si commuove. Anche lui quindi partecipa alla colletta per salvarlo dal debito in un sintesi cinematografica ante-litteram del concetto che sta alla base delle banche popolari. A distanza di più sessanta anni le cose non sono molto cambiate. “E’ sciocco semplificare e dire che Wall Street è il male”, ha detto un anno fa il regista Oliver Stone durante una conversazione informale con un giornalista del New York Times (una conversazione tramutata in un articolo che ha fatto il giro del mondo). Racconta il giornalista che Stone, dopo questa affermazione, si sarebbe fermato un attimo a riflettere e poi avrebbe aggiunto: “Goldman Sachs è il male, forse”. “Wall Street è impazzita. Fanno banking con gli stereodi”, aveva spiegato il regista. “Quando ero un ragazzino, il conto di risparmio ti dava il 3 o il 4 per cento. Ora invece il tasso è  zero, e Goldman Sachs è una holding bancaria”. Il film di Oliver Stone “Wall Street – Il denaro non dorme mai” con Michael Douglas e il giovane protagonista di blockbuster fracassoni come “Transformer”, Shia LaBeouf, uscì nelle sale Usa qualche giorno dopo questa intervista. Si tratta del seguito dell’altro “Wall Street” girato dallo stesso Stone nel 1987 sempre con Michael Douglas. “Oliver Stone, regista rozzo ma efficace, capace di suscitare negli spettatori rabbie, entusiasmi, sdegni, non è fatto per la complessità delle crisi. Se nel primo Wall Street del 1987 aveva saputo raccontare bene le infamie del capitalismo selvaggio e del suo esemplare rappresentante Gordon Gekko (Michael Douglas) finito in galera, in questo secondo Wall Street sa raccontare l’origine della crisi finanziaria mondiale e le infamie delle grandi banche soprattutto americane. Ma presto dimentica la crisi, e colma i vuoti con la retorica dei bellissimi grattacieli e delle cifre luminose danzanti, con lo schermo diviso in due o quattro parti, con il conflitto padre-figlia e altri sentimentalismi”, aveva scritto Lietta Tornabuoni, quando il film uscì nelle sale italiane. Ma ovviamente non c’è solo Oliver Stone. Altri registi si sono cimentati con il tema del momento. A cominciare dalla stessa Goldman Sachs che ha commissionato un documentario su sé stessa. Il documentario, che sarà diretto da Ric Burns, un regista famoso negli Usa per le sue indagini sulla storia americana recente, non è ancora uscito ma su Youtube è possibile vederne qualche spezzone piratato dove i banchieri sono descritti come eroi moderni che combattono una giusta battaglia per la sopravvivenza. Secondo il Wall Street Journal Goldman ”paga per il film, ne ha il controllo editoriale e sta supervisionando il progetto attraverso il suo dipartimento di marketing”. Nel frattempo però è uscito in Usa (è stato presentato all’ultimo Festival di Roma) il film per la tv “Too Big to Fail” diretto da Curtis Hanson. E’ tratto da un libro omonimo scritto dal giornalista del New York Times, Andrew Ross Sorkin,  e racconta la caduta della banca d’affari Lehman Brothers. E’ interpretato da un cast stellare: William Hurt, Paul Giamatti e Bill Pullman. Il titolo, “Too big to fail”, “Troppo grandi per fallire”, è in qualche modo anche la giustificazione dell’enorme prezzo richiesto dai bancarottieri allo Stato americano per non chiudere. “Il film si regge tutto sul talento di uno stuolo di premi Oscar e su una ricostruzione incalzante, da political thriller, degli eventi e delle decisioni che hanno portato alla crisi più acuta dopo la Grande Depressione del 1929 – ha scritto il critico di “My Movies”, Edoardo Becattini -. Il metodo di scrittura cosiddetto walk and talk, basato sulla credibilità delle parole fitte e complicate degli organi decisionali, risulta gravoso sull’economia narrativa. Un groviglio che concentra in poco più di un’ora e mezzo il complesso meccanismo che soggiace all’intero neo-capitalismo finanziario”. Il film, inoltre, arriva dopo due documentari molto espliciti e, evidentemente, più efficaci nella spiegazione, anche se molto diversi fra di loro: il partigiano “Capitalism” di Michael Moore e il “chirurgico” “Inside Job” di Charles Ferguson. Quest’ultimo ha anche vinto l’Oscar come migliore documentario nel 2011 e racconta la crisi economica del 2008-2010. “Dopo tutto, molti dirigenti, come Dick Fuld, di Lehman Brothers, che hanno creduto alle finalità di lucro degli strumenti finanziari, hanno perso il loro lavoro e le loro società. Questo non dimostra la loro buona fede? Ferguson non entra nel merito della questione. Egli usa le interviste e le informazioni storiche per suggerire che molte delle operazioni non erano affatto razionali”, ha scritto David Denby su “The New Yorker”. Chirurgico, appunto, ma freddo. C’è infine il ribelle per mestiere, Michael Moore. Il suo “Capitalism”, come al solito, ha diviso la critica. C’è chi lo ha amato e chi invece si è addormentato in sala e il suo film ha incassato molto poco, anche negli Usa. Ecco, è tutto qui. Il cinema americano, alle prese con la più grande crisi finanziaria della storia, tutto sommato ha fatto ben poco per raccontarcela. Avrà avuto ragione lo spietato Gordon Gekko (Michael Douglas) del primo “Wall Street” di Oliver Stone quando, già nel 1987, diceva “È tutta una questione di soldi, il resto è conversazione”?

di Andrea Piersanti

Pubblicato su La Padania il 22 novembre 2011

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