Nanni Moretti? Un prete mancato.

Pubblicato: 23 aprile 2011 in cinema
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Curiosa e affascinante è la sintonia che un ateo miscredente di sinistra come il regista Nanni Moretti ha nei confronti del mondo dei sacerdoti. Nel suo nuovo film, “Habemus Papam”, già in testa agli incassi del botteghino italiano e pronto per andare a fare una passerella d’onore al prossimo festival di Cannes di maggio (i francesi lo adorano), Moretti parla di un Pontefice schiacciato dal peso della responsabilità. Interpretato da uno splendido Michel Piccoli (recita in italiano con esitazioni e accenti da francese), il nuovo Papa succede a Giovanni Paolo II (il film si apre con il repertorio del funerale di Wojtyla montato come fosse materiale nuovo e mai visto, bellissimo) ma, al momento di affacciarsi per la prima volta al Balcone delle benedizioni, caccia un urlo disumano e corre a rifugiarsi nella Cappella Sistina.
“Come Pietro – diceva Giovanni Paolo II – il Papa è chiamato ad essere una pietra, a confermare i suoi fratelli nella fede”.  Non fa così invece il personaggio del film di Moretti. Più che una pietra, sembra fragile e ondivago come la società “liquida” di cui parla il sociologo Bauman, il teorico dell’età dell’incertezza. Per convincere il riluttante nuovo Papa ad accettare l’incarico, i Cardinali decidono di chiamare uno psicoanalista interpretato da Nanni Moretti. Rimarranno tutti chiusi in Vaticano in un prolungamento innaturale del Conclave. Il terapeuta, per ingannare il tempo, organizzerà anche un surreale torneo di volley fra i porporati. Non sanno però che il Papa intanto è scappato e, in incognito, gira per Roma. Si tratta di un curioso espediente narrativo. Il dottore ateo e miscredente entra in Vaticano con religiosi e cardinali e, nella sua stanza, c’è solo un libro, la Bibbia. Il Papa in abiti borghesi invece, come Zavattini, prende il tram alla ricerca dell’umanità perduta. Ciò che colpisce coloro che frequentano la Curia romana è la capacità tutta morettiana di penetrare nella psicologia di sacerdoti e vescovi, nelle loro incertezze e nella loro umanità spicciola. Moretti trascura però completamente la dimensione religiosa.
“Sono Papa da due anni – aveva detto Benedetto XVI nel 1980 durante un incontro con i giovani in Francia -. Da più di venti sono Vescovo, eppure la cosa più importante per me rimane il fatto di essere un sacerdote. Potere ogni giorno celebrare l’Eucarestia, poter rinnovare il proprio sacrificio in Cristo, riportando, attraverso Lui, ogni cosa al Padre, il mondo, l’umanità e me stesso”. Ben diverso è invece l’atteggiamento del Papa e dei Cardinali raccontati da Moretti. Mai, neanche una volta, si riferiscono a Dio. Solo verso la fine del film, un piccolo prete in una chiesa romana semideserta parla della Misericordia del Signore nei confronti dei tanti difetti dell’umanità bisognosa di perdono. Un po’ poco anche per un miscredente come Moretti. “Io penso – aveva detto Benedetto XVI la scorsa estate ad alcuni sacerdoti romani – che, soprattutto, sia importante che i fedeli possano vedere che questo sacerdote non fa solo un ‘job’, ore di lavoro, e poi è libero e vive solo per se stesso, ma che è un uomo appassionato di Cristo, che porta in sé il fuoco dell’amore di Cristo”. Ovviamente non c’è traccia di questo fuoco nel film di Moretti. Ma la sua insistita volontà di mettere in secondo piano il trascendente è in parte compensata dalla sua straordinaria capacità di guardare dentro il disagio dei preti dell’età moderna. Lo aveva fatto anche con “La messa è finita”, il suo film del 1985 dedicato al tormento del giovane sacerdote Guido, costretto a vivere il suo ministero fra i coetani confusi e sbandati, cresciuti sulle ceneri dei movimenti giovanili e degli anni di piombo. “La messa è finita” venne proiettato allora anche nel corso delle “Settimane sociali” organizzate dalla Cei. Gli oltre cinquecento sacerdoti, che in quei giorni videro il film di Moretti, reagirono con grande empatia. Risero, si commossero e, alla fine, applaudirono. Si tratta di una sintonia veramente stravagante tanto da far pensare che forse lo stesso Moretti sia una specie di prete mancato.
Dove nasce questa attrazione di Moretti verso il ministero sacerdotale? “Tutto questo accade perché il nostro celibato sfida il mondo, mettendo in profonda crisi il suo secolarismo ed il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c’è ed è presente!”, suggerisce uno scritto del cardinale Mauro Piacenza, Prefetto della Congregazione per il Clero. È da credere comunque che stia in questa ambivalenza la ragione della mitezza del giudizio dei cattolici sul film. Mentre da una parte non si può non registrare l’assenza del Mistero, dall’altra in molti sono stati tratti in inganno dalla capacità di Moretti di farsi “prete” anche se ateo. Da Messori a Ravasi, dal neoconvertito Giuliano Ferrara (“Non l’ho ancora visto ma già mi piace”, ha scritto l’elefantino) agli esperti della Commissione Valutazione Film della Cei, nessuno ha sparato a palle incatenate sul film tranne che per una lettera pubblicata ieri su “Avvenire” e su “Piùvoce”. “Sulla crisi di identità che attanaglia il neo eletto pontefice, il regista getta uno sguardo di comprensione ampia e generosa – scrivono gli esperti della Cei nella scheda preparata per le sale parrocchiali – , la radiografia di una `repulsione` improvvisa, che non trova origine né lascia intravedere soluzioni. Una parabola sulla rinuncia che il mestiere furbo e esperto di Moretti lega anche e comunque alla cassa di risonanza massmediatica che la scelta del mondo vaticano comporta. Dal distacco tra lo scenario scelto e l`approccio un po` elementare nel descriverlo, deriva che il film, dal punto di vista pastorale, é da valutare come complesso e segnato da superficialità”. Invece il film meriterebbe forse una maggiore attenzione. Alla fine il Papa di Moretti dice: “Non sono la guida che state cercando”. A chi si riferisce? 

Pubblicato su Piuvoce.net

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