Insaziabile. Patrick Drahi, la televisione come sarà

Pubblicato: 5 novembre 2016 in La materia dei segni

 

Ha avuto fra le mani anche il dossier Telecom Italia, ma non l’ha neanche preso in considerazione. Patrick Drahi, padrone di Altice, il gruppo imprenditoriale più dinamico e anche più indebitato di Francia, è definito “insaziabile” dai suoi amici e, soprattutto, dai suoi detrattori. Sarà anche insaziabile ma non è stupido. Mentre i suoi competitor francesi Bollorè e Xavier Niel si spaccavano la testa sulle complicate vicende italiane, a metà strada fra politica ed economia, Drahi continuava a fare avanti e indietro con gli Usa. Lasciare a Vivendi la patata bollente delle trattative italiane con Piersilvio Berlusconi mentre lui si occupava di accumulare acquisizioni fra New York e Parigi, deve sembragli ancora oggi un argomento di cui ridere con gli amici. In Usa, inoltre, è riuscito lì dove il suo vecchio nemico Xavier Niel aveva fallito: il capo di Free aveva tentato prima di lui ma inutilmente lo sbarco negli Usa con l’acquisto di T-Mobile. Un buco nell’acqua. Drahi invece, da questa estate se la ride di gusto. Lui in America è sbarcato davvero: due anni fa ha acquistato Suddenlink, un gioiellino con 1,5 milioni di clienti e, poche settimane, fa si è lanciato alla conquista di Cablevision. La sua conferenza stampa trionfale a New York è stata seguita, dopo poche settimane, da un duplice incontro con i giornalisti di tutto il mondo a Parigi, per annunciare l’opa definitiva sull’operatore telefonico francese SFR (ne possiede già l’80% ma mira al 100%) e per lanciare la propria nuova linea produttiva tutta in house, “Altice Studio”, un riferimento neanche troppo discreto alle major di Hollywood verso le quali continuano a puntare molte delle sue strategie.

Ma chi è Drahi? Per gli esperti di tutto il mondo che non gli staccano gli occhi di dosso da alcuni anni, Drahi potrebbe rappresentare il futuro del business tv. Si tratta di un imprenditore difficile da decifrare per gli osservatori italiani che, infatti, gli dedicano poca attenzione. Drahi si è lanciato nel mercato tv internazionale con una voracità che gli ha fatto guadagnare il titolo di “insaziabile” (inventato da Le Figaro) ma il suo appetito famelico non gli ha impedito di elaborare strategie complesse e avvolgenti quanto la tela di un ragno. Dopo essere stato bruscamente fermato nel suo tentativo di acquisire l’operatore telefonico di proprietà di Martin Bouygues (aveva offerto 10 miliardi ma gli hanno sbattuto le porte in faccia), Drahi non si è perso d’animo e si è lanciato nel tentativo di controllare il 100% di SFR. Nel 2014 aveva acquistato dal gruppo Vivendi la maggioranza delle azioni di SFR, uno dei quattro operatori telefonici francesi, battendo la concorrenza proprio di Bouygues. Gli osservatori francesi sono ragionevolmente sicuri che ad aiutarlo sia stato lo stesso Vincent Bolloré, il miliardario bretone amico di Nicolas Sarkozy, oggi proprietario di Canal Plus e che è impegnatissimo a districare la matassa italiana delle vicende legate a Mediaset Premium e, ovviamente, a Telecom. Drahi però non nasconde le sue antipatie per Sarkozy e per lo stesso Hollande ed è diventato un supporter convinto dell’ex ministro Emmanuel Macron, il politico francese che questa estate si è dimesso dal governo per entrare in lizza alle prossime presidenziali con il suo movimento di sinistra liberale “En marche!” in chiave, manco a dirlo, anti Hollande e, soprattutto, anti Sarkozy. L’appartenenza alla sinistra liberale però rischia di stare stretta a Drahi. In molte aziende hanno avuto modo di conoscere il suo pugno di ferro. Stipendi minimi e licenziamenti senza pietà, a cominciare dai dirigenti con compensi esagerati. Lodato dalle banche per le durissime operazioni di risanamento dei conti alle quali ha sottoposto le decine di aziende che ha acquisito, Drahi non è proprio popolarissimo fra le associazioni sindacali e i singoli lavoratori. Vive in Svizzera dove ha anche la residenza, e ha altre due ville a Parigi e a Tel Aviv. L’economista francese Benoît Boussemart ha ricostruito un organigramma dettagliato del suo impero: le sue società sono controllate da holding che hanno sedi in paradisi fiscali. A cominciare dalla casa madre Altice che è quotata alla Borsa di Amsterdam ma sta in Lussemburgo. La confusione bulimica del suo impero non è solo un incubo per le agenzie delle entrate ma è anche il suo biglietto da visita. Il vero sogno dell’imprenditore è coniugare mezzo e contenuto, far diventare l’operatore editore stesso di ciò che propone. Da qui la nascita di “Zive”, video on demand francese con una piattaforma di 5 mila film e serie televisive che diventeranno 15 mila alla fine del 2016, di cui una buona parte dedicata ai bambini. Ha acquistato anche il 49 per cento delle azioni del gruppo NextRadioTV di cui fanno parte BFM TV, la tv di informazione indipendente che nel giro di 10 anni è diventata un punto di riferimento essenziale per i francesi, e RMC. Entro il 2019 tutto il gruppo di Alan Weill, quotato 700 milioni, diventerà di Drahi che intanto al suo attivo ha anche la tv di informazioni israeliana “i24 news” (per la quale sta preparando lo sbarco a New York), la francese “Ma Chaîne Sport” dove probabilmente trasmetterà il calcio inglese a pagamento (ha strappato a Canal Plus i diritti in Francia per i prossimi tre anni della Premier League inglese), l’operatore Virgin Mobile, i giornali “Libération” e “l’Express” insieme alle altre testate del gruppo belga Roularta. Il suo modello assomiglia molto al futuro della televisione. Un’impresa rigorosamente multinazionale (l’impero editoriale di Drahi è presente in otto paesi, ha 50 milioni di abbonati  e circa 24 miliardi di fatturato) e bulimicamente multimediale (fra le sue aziende, oltre gli operatori telefonici o via cavo, in Portogallo c’è  Altice Labs, dove si studia l’innovazione). Anche la decisione di lanciare una linea di produzione di contenuti “in house”, come quelli che Drahi conta di attivare con “Altice Studio”, serve a migliorare le performance economiche in una catena del valore che non disperda energie e risorse fuori dall’azienda. Il modello lanciato da Netflix sembra appartenere già al passato. Drahi però è fatto così. La sua fortuna iniziò negli anni Novanta quando decise di investire nel digitale mentre tutti scommettevano sul satellite. E adesso? L’indebitamento del suo gruppo con le banche è a livello da Guinness dei primati. Negli ultimi dodici mesi Forbes ha dovuto registrare una sua retrocessione nella lista degli uomini più ricchi del mondo (dal 57mo posto al 205). Sarà, ma per gli istituti di credito non cambia nulla. A loro, Drahi piace così com’è. Il futuro della tv è appena iniziato.

Andrea Piersanti

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...