Venezia, Oscar, periferie e blablabla

Pubblicato: 4 settembre 2016 in la giusta distanza

Non è che uno vuole fare sempre polemica ma, scusate, dove sono finite le polemiche (appunto) che da quando il mondo è mondo hanno sempre animato il festival di Venezia? Il cinema italiano più che pacificato sembra sedato. Quasi quasi ci viene da rimpiangere Citto Maselli (per non scomodare Pasolini) che nel ’68 sfidava i celerini nel palazzo del cinema. Ignoriamo il nome del narcotico che ha addormentato la coscienza critica dei filmaker italiani. La scena che è stata offerta al Lido, però, è impressionante. Tutto tace, tutto va bene, madama la marchesa. In un panorama dialettico che è sembrato più piatto della laguna stessa, la punta più alta, si fa per dire, l’ha raggiunta Sorrentino con un non nuovissimo format detto dell’autopolemica. Più per marketing che per convinzione ha provato inutilmente a svegliare i “censori” del Vaticano e ha reagito ad una protesta che non c’è mai stata. «Problemi loro», ha detto a proposito di una eventuale polemica con il Vaticano (una sintassi giornalistica surreale). Il suo serial tv The Young Pope però è passato liscio come l’olio e il Vaticano non ha fatto neanche un sospiro. Sì, è vero, il tradizionale assalto, simpatico e chiassoso, delle associazioni degli autori e delle categorie del cinema italiano, ha prodotto il solito e vacuo blablabla. I giornali però lo hanno ignorato. Sono lontani anni luce gli incontri infuocati con Urbani o con Veltroni, quando si discuteva di Cinecittà, riforma del cinema o di tax credit. O tempora o mores. Per parlare di film, Barbera, da direttore smagato, ha dato spazio al tema delle periferie (se non ora, quando?). Non solo a quelle geografiche o sociali (come il sorprendente Robinù di Michele Santoro) ma anche a quelle più sofisticate del linguaggio. Il primo lungometraggio in 360°, lo sdoganamento definitivo delle serie tv, eccetera. Già all’inizio degli anni Novanta, Fabio Ferzetti e Carla Cattani (Pontecorvo direttore) avevano inventato una sezione “anarchica” che si chiamava “Finestra sulle immagini” dove trovavano spazio i film fuori formato. In questi venticinque anni è successo di tutto nel panorama delle piattaforme di distribuzione. Il linguaggio però è rimasto lo stesso. Il cinema da oltre un secolo detta legge, sul grande come sul piccolo schermo. Oggi più che mai. Nel momento in cui ormai anche la grande televisione internazionale è costretta a riscoprire il fascino del formato cinematografico, Venezia si trova di fronte ad un’occasione rara. Tornare alle origini. Il giorno prima dell’inaugurazione della Mostra, Ariston Anderson su The Hollywood Reporter ha regalato a Barbera un articolo intrigante fin dal titolo: “Why the Venice Film Fest Matters More to Oscar (Sorry, Toronto)”. Quel “Sorry, Toronto” fra parentesi? Un colpo di genio. Se mi fosse concesso di copiarlo, vorrei anche io regalare a Barbera e alla sua bellissima mostra un titolo analogo. “Why the Venice Film Fest Matters More to Cinema (Sorry, Television)”.

Sorgente: Andrea Piersanti / Editorial(ist)i / editoriale duesse – E2S

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