Che fine ha fatto la Tv italiana? Pratica lo sport nazionale di non mettere il sedere davanti ai calci

Pubblicato: 26 gennaio 2016 in La materia dei segni

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Che fine ha fatto la Tv italiana? L’industria televisiva innova ben poco.
Nelle analisi internazionali su tendenze e innovazione, l’Italia è assente. Secondo un recente report di “Nota – New ON The Air”, il servizio di monitoraggio del sistema televisivo di “Eurodata Tv Worldwide”, nel 2015 sono stati inventati più 8500 programmi nuovi. Nei 44 Paesi monitorati da “Nota”, più della metà dei nuovi programmi sono creazioni originali locali. Le serie tv rappresentano il 40%, i factual e documentari il 37% e i programmi di intrattenimento il 23%. Il confronto con le produzioni del 2015 nel nostro Paese è imbarazzante. Si pensa alle nomine. Si discute del canone. Sono temi che appartengono alla preistoria della tv. La sfida delle Telco.
Che fine ha fatto la tv italiana? Nelle analisi internazionali su tendenze e innovazione, l’Italia è assente. Secondo un recente report di “Nota – New ON The Air”, il servizio di monitoraggio del sistema televisivo di “Eurodata Tv Worldwide”, nel 2015 sono stati inventati più 8500 programmi nuovi. Nei 44 Paesi monitorati da “Nota”, più della metà dei nuovi programmi sono creazioni originali locali. Le serie tv rappresentano il 40%, i factual e documentari il 37% e i programmi di intrattenimento il 23%. Il confronto con le produzioni del  2015 nel nostro Paese è imbarazzante. Dopo l’exploit di qualche anno fa di alcuni canali tv controcorrente come Cielo o Discovery, che sembravano aver portato una ventata di freschezza e innovazione nello stantio panorama italiano, la produzione di contenuti originali in Italia si è completamente arenata. Fanno eccezione alcune serie tv come “Gomorra” o “1992” che hanno suscitato un certo interesse nei mercati internazionali e un solitario format tv ispirato al successo di un gruppo di star romane di Youtube come “The Pills”. Si tratta però di vagiti isolati, ben lontani da fare sistema. In una overview generale, la programmazione della tv italiana sembra ancorata a due trend assolutamente astorici e non competitivi: copiare format internazionali e sfruttare all’infinito, con continue ripetizioni, programmi usurati dal tempo. Basterebbe, come esempio, andarsi a rileggere la stroncatura al cianuro che il critico tv del Corriere della Sera Aldo Grasso ha riservato alla regina delle programmazioni televisive delle feste, la “Lotteria di Capodanno” di Rai1. “Non per rimpiangere «Canzonissima» o «Fantastico» (trasmissioni cui era abbinata la Lotteria di Capodanno), ma se Rai1, in questo momento, riesce a offrire uno show di rara modestia come «Affari tuoi. Speciale Lotteria Italia» allora è meglio rassegnarsi. Come potrà mai l’Italia riprendersi, trovare ancora qualche entusiasmo se l’immaginario condiviso è quello offerto mercoledì sera? Com’è possibile non perdersi in questa festa dell’anemia?”, ha scritto Grasso, senza mezzi termini, lo scorso 8 gennaio.
Secondo il rapporto 2015 di “Nota”, il trend internazionale più significativo è l’invenzione di format fortemente ancorati alla realtà culturale e linguistica locale. Sta succedendo, in modo significativo in Paesi che hanno un sistema televisivo non ancora maturo e così sviluppato come quello europeo o Usa: si tratta delle novità che provengono da India, Cina, Nigeria, Russia, Egitto e Turchia. “Nota” spiega anche che le serie tv più innovative e i concept di intrattenimento inediti sono stati prodotti in Giappone, Corea del Sud e, ovviamente, in Usa. Durante la presentazione del rapporto, Sahar Baghery, Responsabile Global Research e Content Strategy presso Eurodata TV, e Estelle Chandèze, International Research Manager, hanno fatto notare che “in una situazione in cui per gli spettatori in tutto il mondo è diventata così ampia la scelta di contenuti, piattaforme e creatività internazionale, la concorrenza è diventata più spietata”. Si tratta di una contingenza nuova che, hanno detto le due ricercatrici, spinge: “I canali TV a innovare, distinguersi dai concorrenti e cercare ispirazione dal web”.
Da questo punto di vista diventano ridicole e incomprensibili le polemiche tutte italiane intorno ai pochi secondi rosicchiati da Rai1 nel countdown di Capodanno o la bestemmia comparsa nello scroll della messa in onda.
I problemi della tv italiana sono altri e possono essere riassunti in tre punti. Il primo problema, il più grave, è la mancanza di una creatività originale e sfidante. Il quadro che emerge dal report di “Nota” è decisamente sconfortante. La tv italiana sembra non avere la minima consapevolezza delle tendenze dei mercati internazionali e corre il rischio concreto di diventare marginale e irrilevante. Il secondo problema è conseguente al primo. Il pubblico italiano sta invecchiando con una rapidità e con una irreversibilità che sembrano inarrestabili. Sotto le feste, Rai1 ha provato a mandare in onda una fiction diversa dalle solite. Si tratta di “Tutto può succedere” prodotta da Cattleya. Si ispira ad una serie Usa della Nbc, “Parenthood” e ha proposto allo stanco e anziano pubblico della rete ammiraglia della Rai una piccola deviazione sul linguaggio e sullo story editing. “Ogni tentativo di sperimentazione e innovazione nel panorama della fiction italiana – ha scritto Aldo Grasso – va salutato con favore e osservato con attenzione: dopo anni di immobilismo e appiattimento sull’agiografia, il fatto che anche le produzioni del servizio pubblico provino a ispirarsi ai modelli più raffinati e complessi in circolazione, cioè quelli americani, è senz’altro un buon segnale. È il caso di «Tutto può succedere», la nuova fiction di Rai1 scritta da Filippo Gravino, Guido Iuculano, Michele Pellegrini, con la regia principale di Lucio Pellegrini”. Gli ascolti però non l’hanno premiata. La serie ha incassato un timido 14% di share con una media di circa 3 milioni e mezzo di spettatori. Rai1 ha poi programmato il suo cavallo da battaglia, “Don Matteo”: oltre il 32% di share e un pubblico di più di 8 milioni di spettatori. La televisione italiana è vigliacca. Non sono stupidi i manager che gestiscono le decisioni strategiche alla Rai o a Mediaset. Il problema è che hanno paura. Se lo share scende sotto certi standard di sicurezza, si spaventano con facilità e tornano sul consolidato, sul già visto, sul sicuro. Non mettere il sedere davanti ai calci, è il consiglio ripetuto ossessivamente nei corridoi dei manager di Rai e Mediaset. Meglio un programma sicuro che la sfida dell’ignoto.
Le cose però non vanno così in altri paesi. Nel tentativo di innovare e arricchire i loro programmi, i canali televisivi di tutto il mondo, spiegano le ricercatrici di “Nota”, “stanno adottando una strategia di programmazione più creativa per aumentare il proprio pubblico e raggiungere il target dei più giovani”. I casi di studio dovrebbero farci riflettere. La rete ammiraglia in Spagna, Telecinco, è riuscita ad aumentare la quota di giovani con un salto incrementale del 35% in soli tre anni. Nei Paesi Bassi, la stazione televisiva di intrattenimento SBS6 ha optato per produzioni completamente nuove ed è riuscita ad aumentare le quote del 10%. Gli esempi sono tantissimi. In Brasile il canale YouTube “5incoMinutos”, ha guadagnato quasi 7 milioni di abbonati, realizzando la crescita maggiore questa stagione grazie ai monologhi del vlogger Kéfera Buchmann. Fino a pochi anni nei mercati internazionali della tv si ripeteva che “content is the king”. Adesso la nuova parola d’ordine è la creatività. Senza novità la televisione muore. Sembra un paradosso. Ogni studioso di televisione potrebbe spiegare con dovizia di particolari che è la ripetitività la chiave del successo economico e industriale del sistema televisivo. Le cose però ormai sono cambiate. Il web, le piattaforme di video on demand come Netflix, i palinsesti personalizzati, l’utilizzo di tablet e smartphone, hanno modificato per sempre alcune regole che sembravano immutabili.
In Italia le sfide, quelle vere, sono ben diverse da ciò che raccontano le cronache quotidiane. Si legge dei litigi in Rai fra Giancarlo Leone e i suoi capostruttura. Si pensa alle nomine. Si discute del canone. Sono temi che appartengono alla preistoria della tv. Il pericolo che la tv italiana sta correndo è di scomparire. Si tratta del terzo nodo da sciogliere per la tv italiana. Le telco, come Telecom o Vodafone, stanno lavorando alacramente per un’invasione di campo rispetto alla quale la tv italiana non sembra preparata. Campo dell’Orto in Rai e Piersilvio Berlusconi in Mediaset, insieme con Andrea Scrosati in Sky e Marinella Soldi in Discovery dovranno cominciare a pensare più seriamente a quale tipo di futuro stanno costruendo per la tv italiana. Evitare di mettere il sedere davanti ai calci potrebbe non bastare più.

Pubblicato su Il Campo delle idee il 21 gennaio 2016

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