#Venezia70: il teorema zero del futuro di Terry Gilliam, il gay thriller di Xavier Dolan e il digital bau bau del cinema italiano.

Pubblicato: 2 settembre 2013 in cinema
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La frase del giorno: “Sistemerò questa cosa”, Tom Hardy in "Locke", di Steven Knight, fuori concorso a Venezia 2013.

La frase del giorno: “Sistemerò questa cosa”, Tom Hardy in “Locke”, di Steven Knight, fuori concorso a Venezia

LOCKE, inglese, fuori concorso. Opera seconda di Steven Knight. Se siete maniaci dei film dove gli attori al volante di un automobile non guardano (quasi) mai la strada, non potete perdervi questo. Un uomo, Ivan Locke, ha solo un paio di ore per provare a risistemare tutta la sua vita. La complicità di un paio di bottiglie di vino e l’incontro occasionale con una donna, Bethan, non più giovane e piuttosto sola, gli hanno fatto commettere l’unico errore della sua vita. Un errore che ora sta per distruggere i suoi sentimenti più sinceri e il suo lavoro. Mentre guida verso l’ospedale dove Bethan sta per partorire (il figlio è suo), Locke è continuamente al telefono per cercare di mettere le cose a posto, con la moglie, con i figli che lo aspettano a casa e con i colleghi del cantiere che lui ha abbandonato nel momento più critico. Un film rigoroso, scritto in modo ineccepibile e anche una prova di attore notevole per il protagonista, Tom Hardy, costretto al volante nel traffico notturno, con mille telefonate, mentre la sua intera esistenza sta esplodendo in mille pezzi. Un testo complesso per dire quanto sia difficile essere adulti di fronte alle difficoltà e quanto sia necessario essere responsabili delle proprie azioni, nel bene o nel male. Steven Knight è uno sceneggiatore inglese che viene dalla televisione mainstream (è stato fra gli autori anche di “Who Wants to Be a Millionaire?” della BBC) e sta crescendo molto rapidamente nel cinema. La frase che Locke / Tom Hardy ripete più spesso durante il suo viaggio notturno, “Sistemerò questa cosa”, assumerà un significato diverso per molti padri di famiglia che vedranno questo film nelle sale.

TOM À LA FERME, canadese, concorso. Di Xavier Dolan, un regista che ha girato il suo primo lungometraggio a 19 anni e che ora, a 24 anni, è già al quarto titolo della sua filmografia. Il film, in gara per il Leone, è una specie di “gay-thriller” sado maso. Tom partecipa al funerale del suo fidanzato, morto in un incidente. Rimane invischiato quasi subito in un perverso gioco di ruolo con la madre e, soprattutto, con il fratello del defunto. “Stabilite le relazioni che legano i personaggi, Dolan allestisce un teatrino della crudeltà, rimanendo a metà tra un didascalismo imbarazzante e un’impietosa disamina antropologica di alcuni rituali legati alla cultura Gay”, hanno scritto i critici di “Indiewire”. Vero. Il regista è molto giovane e, in questo film, purtroppo si vede.

THE ZERO THEOREM, americano, in concorso. Del regista di culto, ex Monty Python, Terry Gilliam. Un nuovo film di fantascienza realizzato quasi trent’anni dopo il fortunato “Brazil”. «Quando ho girato quel film nel 1984, volevo dipingere l’immagine del mondo in cui pensavo stessimo vivendo allora. The Zero Theorem è uno sguardo sul mondo in cui penso di vivere adesso. Volevo riflettere sul nostro mondo virtuale, su internet, sul nuovo modo di comunicare che ci apre al mondo ma insieme ci ingabbia. Era un modo per pensare al futuro: il modo migliore per farlo è non scordarsi del passato», ha detto Gilliam. In realtà il film è visionario ma pasticciato. Didascalico senza essere profetico. Un uomo lavora ad un progetto segreto per Management, la potente corporazione che governa il mondo. Lo scopo è quello di dimostrare che la somma del tutto è uguale a zero, come a dire che ogni cosa è inutile e che la nostra vita di iperconnessioni e di sesso virtuale (ma questa era una moda degli anni Novanta) ci farà precipitare in un grande buco nero. Lo stesso dove evidentemente è finita la sceneggiatura del film e il talento, una volta possente, di Gilliam.

DIGITAL BAU BAU. IL futuro del cinema: da settore “assistito” a industria culturale strategica. Dopo la stabilizzazione del tax credit e verso la Conferenza Nazionale. Un convegno organizzato dalla Direzione Generale per il Cinema – MiBAC, in collaborazione con Istituto Luce – Cinecittà, ANICA e la Biennale di Venezia. Alla presenza del Ministro Massimo Bray, perennemente chino sul suo smartphone, hanno parlato i vertici del cinema italiano, produttori, distributori, esercenti, eccetera. La crisi non è culturale ma economica ha detto Lionello Cerri, presidente degli esercenti cinematografici italiani. Ma al convegno, negli interventi di Tozzi (ANICA), Capello (giovani produttori), Borg (distributori), Fabiani (produttori tv), e di tutti gli altri, ha prevalso invece, anche se solo fra le righe, la preoccupazione per l’avvento della rivoluzione digitale, per la crescita di Internet e per il cambiamento dei modelli di consumo dei prodotti di intrattenimento nell’era dello strapotere dei social network. Digital bau bau. Ne riparleranno tutti quanti a Roma, durante gli stati generali del cinema italiano che il ministro si è impegnato ad organizzare insieme con i player del settore.

TIRO AL PICCIONE – RAI. Durante il convegno, alcuni attacchi a Rai Cinema, ormai e contro la sua volontà (dopo il ridimensionamento di Medusa), player assoluto del cinema italiano. Dovrebbe fare di più, dicono in coro i cinematografari. «I 600 milioni di evasione del canone tolgono circa 100 milioni di investimento “automatico” all’industria dell’audiovisivo», ha pacatamente twittato Paolo Del Brocco, amministratore delegato di Rai Cinema, indirizzandosi direttamente a Bray.

Pubblicato su L’intraprendente il 2 settembre 2013

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