L’ultimo pastore e i pascoli perduti della tv

Pubblicato: 13 giugno 2013 in La materia dei segni
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L'ultimo Pastore

L’ultimo Pastore

I pascoli perduti de “L’ultimo pastore” sono l’ultima chance di riscatto della televisione italiana. Dopo i  clamorosi flop di portaerei considerate “a botta sicura” come Benigni e Saviano, nel momento del massimo affanno della pubblicità televisiva (mai così in crisi, anche di creatività, come adesso) e di fronte alla moltiplicazione sterile dei canali (uno zapping frenetico da un vuoto cosmico all’altro), verrebbe veramente la voglia di urlare dentro le orecchie dei programmatori e dei direttori di rete: andatevi a prendere i documentari italiani e programmateli giorno e notte! Costano poco, raccontano il paese come nessun telegiornale o nessun talk show è più in grado di fare e rappresentano una pluralità di voci così vasta, eterogenea e interessante, che anche lo stanco dibattito politico nazionale ne trarrebbe giovamento. Sarebbe bello sperare che in prima serata venissero programmati, per esempio, documentari come “L’ultimo pastore” di Marco Bonfanti, la storia “magica” di Renato Zucchelli, allevatore di pecore e cavalli sospeso a metà strada fra i pascoli assolati  e primordiali delle Alpi e le strade affumicate dei grattacieli di Porta Garibaldi a  Milano. Renato, 46 anni, uomo imponente e timido come solo i pastori sanno essere, con un camion porta alcune pecore, un bue e un asinello per la rappresentazione di Natale di una scolaresca di Milano. «Devo andare, perché i bambini vogliono vedere le pecore e il pastore. Devo andare, non mi fermerà nessuno!» dice con un sorriso impacciato. Nessuno lo fermerà, anche quando con il suo gregge di settecento pecore blocca la circolazione frenetica dei milanesi in automobile. Il documentario che ne racconta la storia (come molti altri, tutti bellissimi) invece potrebbe fermarsi davanti alle porte sbarrate di Rai, Mediaset e Timedia («Siamo in trattativa» dice la giovanissima produttrice Anna Godano). In primavera sono stati assegnati i due premi più importanti della categoria: i Nastri d’Argento del Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici presieduto da un’instancabile Laura Delli Colli e i David di Donatello dell’Accademia del Cinema Italiano guidata da Gian Luigi Rondi. I premi sono andati a due film mozzafiato: “Terramatta” di Costanza Quatriglio, un documentario “impossibile” su Vincenzo Rabito, scrittore e poeta analfabeta, ed “Anija – La nave” sullo sbarco degli albanesi in Italia raccontato in prima persona da Roland Sejko e da molti dei suoi amici. Nelle cinquine ci sono altri otto documentari da leccarsi i baffi. Il genere non conosce crisi. I film diminuiscono e i documentari invece no. Ma la tv italiana li ignora. Vanno in onda ancora i talk con i politici che dicono le parolacce e che urlano. Anche se, è vero, non c’è più Miss Italia. E’ già qualcosa. Ma continuiamo ad aspettare la carica delle pecore di Renato.

Pubblicato su Tivù, maggio 2013

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