Il film di Sorrentino con Sean Penn: this should have been the place. Un peccato di gola.

Pubblicato: 7 ottobre 2011 in cinema
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Sean Penn, sofferto e sbiascicone nei panni della rockstar glam/gothic decaduta, è la cosa migliore del nuovo film di Sorrentino, This must be the place

Abbiamo a disposizione un meraviglioso robot da cucina multifunzione. E il patto è buttarci dentro tutto ciò che più ci piace. Io inizierei dalle patatine fritte, e continuerei con la cheesecake e le

albicocche, il tartufo e il cioccolato, la bistecca di pecora e l’uva. Tutti cibi, a seconda dei gusti, davvero deliziosi. Ora, sorprendentemente, il risultato di questo mescolamento delle meraviglie potrebbe non essere altrettanto squisito. Ogni cucchiaio potrebbe farci intuire la potenziale bontà di un singolo ingrediente, senza permetterci di godere appieno dell’insieme. E sarebbe un gran peccato, non trovate? Ci troveremmo a pensare che sarebbe stato decisamente meglio scegliere un solo ingrediente, o al massimo due.

Paolo Sorrentino ha peccato di gola e di entusiasmo, e non ha scelto. “This must be the place” è un’indigestione di bellezza mal gestita. E pluriapplaudita al Festival di Cannes.

Chiunque ami il cinema (e la musica), in qualsiasi modo, troverà nel vederlo qualcosa che lo stuzzicherà. L’intera visione del film sarà una un susseguirsi di piccoli delicati brividi di piacere. Senonchè ad un certo punto il film, senza che quasi ce ne rendiamo conto, finirà. E noi ci guarderemo in faccia l’un l’altro con solidarietà da spettatori, senza poter fare a meno di chiederci: “E quindi?”.

L’elenco di ingredienti da amare è maledettamente nutrito. Cito la mia personale lista: Sean Penn sofferto e sbiascicone nei panni della rockstar glam/gothic decaduta; Frances Mc Dormand; Dublino che ci regala degli angoli sorprendentemente affascinanti; il road movie; lo spirito dei Talking Heads; un bambino ciccione adorabile; colonna sonora pefetta; ironia; cuore; la figlia di Bono Vox; il sole e la neve; ho già nominato Sean Penn?

Fin qui tutto bene. Il problema è che aggiungendo alla lista: olocausto, nazisti, scomparse misteriose, rapporti uomo- donna complicati, ambiguità tra noia e depressione, ricerca di se stessi, giovani rockband emergenti, dialoghi con David Byrne, adolescenti svantaggiati, motel sperduti nei deserti americani, neve, navi e madri addolorate, la ricetta si guasta, secondo me. Giusto un po’.

Ed ecco l’indigestione, e l’impossibilità di godersi il succo della storia.

Da aspirante cineasta, vorrei ringraziare personalmente Paolo Sorrentino per avermi insegnato attraverso la testimonianza come sia possibile NON riuscire a fare un buon film pur avendo a disposizione il cilindro magico. Davvero.

Stamattina ho impiegato la mia pausa del tè per chiacchierare a vanvera con un mio collega. Lui era a Cannes lo scorso maggio, alla proiezione dell’opera di Sorrentino, seduto in mezzo all’esplosione di applausi e commozione innescata alla fine del film. Cito più o meno liberamente: “Io amo i festival, è tutta la vita che ci vado. Quello di Venezia, poi, meraviglioso… Sai quel film di Wenders, “Lo stato delle cose”? Ecco, io ci ero andato, lo volevo proprio vedere! Tutti ne parlavano benissimo… Beh, mi sono addormentato poco dopo l’inizio, e ho dormito veramente bene, fino alla fine! Poi, pochi giorni dopo, gli hanno assegnato il Leone d’oro. Ma insomma… non è che ho smesso di andarci! Ai festival, intendo…”.

Vale

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