Kurosawa, il cinema e la fragilità della verità umana

Pubblicato: 10 aprile 2020 in la giusta distanza

Akira KurosawaLa verità non appartiene a questo mondo. Lo sapeva bene Akira Kurosawa, l’”imperatore” del cinema nato 110 anni fa (anche se lui preferiva l’appellativo di “schiavo della settima arte”). Il titolo “imperiale” se lo era conquistato a duro prezzo.

Alla vigilia dei suoi primi spettacolari riconoscimenti internazionali, produttori e burocrati giapponesi mal sopportavano il regista che era destinato a diventare il più grande ambasciatore del cinema del Sol Levante di tutti i tempi. Quando, nel 1951, il suo film Rashômon vince a sorpresa il Leone d’oro alla Mostra d’arte cinematografica di Venezia, il regista sta vivendo un momento di disperazione: i produttori gli hanno appena distrutto il suo nuovo film, L’idiota, con tagli di montaggio per più di un’ora buttati nella spazzatura insieme con i negativi. La notorietà che gli arriva improvvisa (e imprevista) dal premio veneziano (e dal Premio speciale agli Academy Awards 1951: l’Oscar per il miglior film straniero fu istituito solo nel 1956) gli permette di tornare a lavorare con maggiore serenità anche se gli procura altri problemi. La sua fama cresce, è vero, ma in Oriente continuano a considerarlo “troppo giapponese per i gusti degli occidentali”; nel resto del mondo, d’altra parte, non sono pochi quelli che invece considerano il suo cinema poco meno di un’abile operazione di marketing fin troppo compiacente e condiscendente con il linguaggio del cinema europeo e americano. Tutte sciocchezze. Kurosawa, infatti, non è solo il regista dei film sui samurai, come alcuni critici dell’epoca volevano etichettarlo. Nel 1986 in Italia, grazie a una retrospettiva dedicata a Kurosawa dalla Rai (proposta e curata dal più importante studioso del regista, Aldo Tassone, e prontamente accettata e programmata da Paolo Valmarana, un critico cinematografico di prima grandezza) il pubblico scopre capolavori come L’angelo ubriaco, Cane randagio, Vivere, I cattivi dormono in pace. “Ma come, esisteva anche un Kurosawa neorealista?” si chiedono molti critici italiani in quell’occasione. “Artista rinascimentale aperto a tutto, abituato fin dall’adolescenza a leggere (e vedere) indifferentemente classici giapponesi e occidentali – teatro “nô” e William Shakespeare, pittori come Kuniyoshi e Van Gogh, registi come Ozu e Ford -, ammiratore dell’etica dei samurai ma anche convinto difensore dell’individualismo all’europea, uomo dei ponti tra le culture, Kurosawa ha avuto il merito innegabile di realizzare una delle più originali sintesi tra oriente e occidente”, scrive Aldo Tassone. “Il lavoro svolto da Kurosawa sui codici occidentali è quello di una sensibilità squisitamente giapponese”, dice un grande esperto di cinema come Noël Burch. Ad Hollywood lo hanno amato incondizionatamente: stravedevano per lui, fra gli altri, Welles, Penn, Altman, Cimino, Coppola, Lucas, Spielberg, Scorsese. “La maggior parte dei maestri riesce a realizzare sì e no due o tre capolavori. Nella sua carriera Kurosawa ne ha girati tre volte tanto”, disse Coppola al tempo in cui girava Apocalypse now e la sera vedeva e rivedeva I sette samurai. I registi occidentali hanno saccheggiato (e copiato) il cinema di Kurosawa. Rashômon, I sette samurai, Yojimbo hanno avuto molti remake in occidente. Sergio Leone si scontra addirittura con un’accusa di plagio (e perde) per il suo Per un pugno di dollari (un vero e proprio film gemello di Yojimbo). Anche l’acerbo capolavoro di Konchalovski, A tre secondi dalla fine, fu fortissimamente ispirato a un copione kurosawiano (The runaway train). Negli anni Sessanta Kurosawa emigra in URSS e gira Dersu Uzala (1975), il suo secondo Oscar. Coppola, Lucas, Spielberg e Scorsese lo sostengono come non mai e lo aiutano a realizzare subito dopo Kagemusha (Palma d’Oro a Cannes) e Ran. “Le ragioni della fama più che mai meritata dell’imperatore vanno ricercate nella sua complessa personalità d’autore enciclopedico: eccezionale versatilità, gran varietà di temi – di toni, di generi – , calorosa umanità dei personaggi, un talento spettacolare incomparabile sorretto da una capacità d’introspezione rara nel cinema contemporaneo”, scrive Tassone. Anche Fellini è stato un convinto ammiratore del cinema di Kurosawa e una volta disse: “si sente in Kurosawa il cinema usato in ogni suo modulo espressivo, si sente l’entusiasmo, la salute del vero artista”. Lo stesso Kurosawa diceva di sé: “Ho fatto dei film realisti ma non penso di essere un vero realista. Ho un carattere troppo emotivo, non riesco a guardare la realtà con un occhio freddo. Inoltre sono profondamente legato alle arti plastiche, ho un culto spiccato per la bellezza. Penso che un bel film deve avere questa qualità misteriosa che è la bellezza cinematografica, un misto di perfezione e di emozione profonda che spinge la gente ad andare al cinema e la tiene inchiodata alla sedia”. Fra i capolavori del suo cinema, un posto a parte merita Rashômon, l’opera che lo fece scoprire in occidente: è un apologo potente sulla fragilità della verità umana. “Scandito dal ritmo ossessivo di un bolero, è un film in cui le diverse componenti letterarie, psicologiche (persino psicanalitiche) e drammatiche si fondono in una superiore unità filmica che rimanda al cinema muto e, insieme, anticipa la tecnica televisiva con un linguaggio febbrilmente barocco nel suo virtuosistico dinamismo”, scrive Morando Morandini nel suo dizionario. L’incrociarsi delle versioni contraddittorie serve “meno a sottolineare la vanità o la debolezza umana… che a far sentire l’abisso che separa le parole e le cose, la soggettività e la realtà… A questo proposito Rashomon è più vicino a Faulkner che a Pirandello”, commenta lo storico del cinema Jacques Lourcelles. Le diverse versioni di un cruento fatto di cronaca raccontate dai protagonisti con lo sguardo fisso in camera davanti ad una giuria che non si vede mai (il pubblico cinematografico?) sono le diverse facce della fragilità umana di fronte al mistero della verità. Sono però anche un’analisi niente affatto banale del potere ingannatore del cinema. Ma questo è un altro tema. Ci torneremo.

Andrea Piersanti

Pubblicato su L’Osservatore Romano del 22 marzo 2020

Akira Kurosawa Articolo Osservatore Romano

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