Un David di nome Piera (e viceversa), daje!

Pubblicato: 26 febbraio 2018 in la giusta distanza

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Alla fine, come detto, Piera Detassis è stata indirizzata al vertice della nascente fondazione del David di Donatello. L’Anica (Rutelli, in parte, ma soprattutto Occhipinti) hanno individuato in Piera la persona giusta per traghettare il vecchio David verso i nuovi orizzonti del terzo millennio. Si tratta di una buona notizia. Il cinema italiano, il David e, quindi, anche Piera nei prossimi anni dovranno affrontare sfide mica da ridere. Ecco un breve elenco dei principali macrotemi.

Marketing. Stiamo attraversando una delle più gravi crisi di comunicazione strategica della nostra storia. I giovani e i vecchi hanno perso fiducia nel prodotto domestico e la disaffezione degli italiani per una delle cinematografie più autorevoli e studiate nel mondo è ormai anche un dramma industriale e non solo culturale. Come faremo mai a difendere i nostri registi se siamo i primi a non credere nelle loro potenzialità? Scrittura. Il cinema italiano, non me ne vogliano gli autori, ha perso la strada indicata da Zavattini (saliamo sugli autobus, diceva fino a sgolarsi). Con la lodevole eccezione di qualche documentarista di talento, la gran parte del cinema italiano è abbarbicata sulle terrazze, neanche fossimo diventati i protagonisti inconsapevoli di un film di Scola. Sulla (necessaria) professionalità di un mestiere così complesso, poi, ci sarebbe da scrivere un romanzo. C’è ancora troppa improvvisazione e troppo narcisismo. Il mestiere, quello vero, è un’altra cosa. Documentari. Sono la grande novità (ancora misconosciuta) del nostro cinema. I talenti più interessanti vanno cercati (scovati, aiutati, promossi) proprio lì, nel ghetto (si fa per dire) del documentario d’autore. Il genere, però, sconta un serio problema di visibilità
presso il mondo degli addetti ai lavori. Il cinema togato guarda al documentario ancora con una certa aria di sufficienza. Si tratta di una questione che merita un  approfondimento serio. Le novità più interessanti nella ricerca del linguaggio vengono dal documentario. Al cinema togato restano la responsabilità e l’umiltà di rimettersi a studiare. Il mercato internazionale. Se avessimo ancora dei dubbi, le recenti involuzioni (di scrittura, regia e creatività) di Hollywood, stanno lì a dimostrarlo: il potente mercato cinese sta uccidendo il futuro stesso dell’idea di cinema. Rumori fracassoni, pochi dialoghi, nessun senso della storia, moltissimo marketing (leggi sequel) di basso profilo. Noi non dobbiamo andare per quella strada (ovvio) e, al contrario, dobbiamo invece capire che per una cinematografia come la nostra, grazie proprio al vuoto crescente di Hollywood, si apre un mondo (mercato estero) di opportunità. E allora? La sfida che aspetta Piera è così. Le auguriamo di riuscire a donare tutta sé stessa al rinnovamento del David per aiutare il cinema italiano a trovare (e inventare) un nuovo domani. Un David di nome Piera è una buona notizia. Diventerà ottima quando avremo anche una Piera di nome David. Daje!

di Andrea Piersanti

Pubblicato su BoxOffice di febbraio 2018

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