Chiesa e comunicazione. Il messaggio di Papa Francesco che i mass media non hanno (ancora) capito

Pubblicato: 11 febbraio 2015 in media
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Pope Francis leads  Palm Sunday Mass“La famiglia è il primo luogo dove impariamo a comunicare. Tornare a questo momento originario ci può aiutare sia a rendere la comunicazione più autentica e umana, sia a guardare la famiglia da un nuovo punto di vista”. Lo ha detto Papa Francesco in occasione della XLIX Giornata Mondiale delle Comunicazioni sociali dedicata al tema “Comunicare la famiglia: ambiente privilegiato dell’incontro nella gratuità dell’amore”. Si tratta di una novità che i mass media, però, non hanno (ancora) capito. Nel rumore quotidiano dell’informazione gridata e disordinata dei nuovi mezzi di comunicazione, il messaggio del Santo Padre è stato praticamente ignorato. E’ un peccato. Sono passati 48 anni dalle celebrazioni per la prima giornata mondiale delle comunicazioni sociali. Nel 1967 Paolo VI disse: “Con quest’iniziativa, proposta dal Concilio Ecumenico Vaticano II, la Chiesa, che ‘si sente intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia’, intende richiamare l’attenzione dei suoi figli e di tutti gli uomini di buona volontà sul vasto e complesso fenomeno dei moderni strumenti di comunicazione sociale, quali la stampa, il cinema, la radio e la televisione, che costituiscono una delle note più caratteristiche della civiltà odierna”, (I  Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali: “I mezzi di comunicazione sociale”, Città del Vaticano, 7 maggio 1967).

Dopo 50 anni dal primo messaggio pontificio per le comunicazioni sociali, il salto di qualità di Papa Francesco

A distanza di quasi mezzo secolo, Papa Francesco ha voluto far fare un salto di qualità alla riflessione della Chiesa Cattolica sui temi della comunicazione. Per 50 anni, nei messaggi dei Pontefici si è respirata soprattutto un’attitudine missionaria. Il settore dei media è stato descritto molte volte come lo spazio per una nuova evangelizzazione. “Nel mondo attuale i tetti sono quasi sempre caratterizzati da una foresta di trasmettitori e di antenne che inviano e ricevono messaggi di ogni tipo verso e da i quattro angoli della terra. E’ di importanza vitale garantire che fra questi numerosi messaggi vi sia la Parola di Dio. Oggi proclamare la fede dai tetti significa proclamare la Parola di Gesù nel mondo dinamico delle comunicazioni sociali e attraverso di esso”, disse San Giovanni Paolo II nel 2001 (XXXV Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, “Predicatelo dai tetti: il Vangelo nell’era della comunicazione globale”, Città del Vaticano, 27 maggio 2001). Oggi, invece, Papa Francesco è andato oltre. Non si tratta soltanto, ha spiegato, di “proclamare la Parola nei mass media”.

La famiglia è una risorsa della comunicazione globale

La nuova sfida è di proporre la vera e propria testimonianza di cristiani nel mondo della comunicazione, solo così anche questo settore potrà essere trasformato nella Fede. La famiglia, secondo Papa Francesco, “non è un oggetto sul quale si comunicano delle opinioni o un terreno sul quale combattere battaglie ideologiche, ma un ambiente in cui si impara a comunicare nella prossimità e un soggetto che comunica, una ‘comunità comunicante’. Una comunità che sa accompagnare, festeggiare e fruttificare. In questo senso è possibile ripristinare uno sguardo capace di riconoscere che la famiglia continua ad essere una grande risorsa, e non solo un problema o un’istituzione in crisi”. La famiglia quindi, dice Papa Francesco, è una risorsa della comunicazione globale. E’ un’affermazione importante che sarebbe in grado, se compresa e accolta, di rinovare l’atteggiamento degli operatori cattolici impegnati nell’informazione e nell’intrattenimento. Papa Francesco sposta infatti la riflessione cattolica sulla comunicazione da una teologia della gloria a una teologia della croce. Anche senza arrivare a scomodare Lutero (di ben altra disputa teologica si trattò allora) sembra però che in un qualche modo i cattolici operanti nel mondo della comunicazione abbiano voluto ricordare inconsapevolmente una divisione simile a quella di cinquecento anni fa.

Una nuova autenticità nella testimonianza dei cristiani impegnati nei mass media

Papa Francesco, invece, attualizza quel dualismo e propone uno slancio di nuova “autenticità” nella testimonianza dei cattolici impegnati nell’areopago dei mass media. Il Papa apre il suo messaggio con il bellissimo episodio della visita di Maria ad Elisabetta. “La prima risposta al saluto di Maria la dà infatti il bambino, sussultando gioiosamente nel grembo di Elisabetta. Esultare per la gioia dell’incontro è in un certo senso l’archetipo e il simbolo di ogni altra comunicazione, che impariamo ancora prima di venire al mondo. Il grembo che ci ospita è la prima ‘scuola’ di comunicazione, fatta di ascolto e di contatto corporeo, dove cominciamo a familiarizzare col mondo esterno in un ambiente protetto e al suono rassicurante del battito del cuore della mamma. Questo incontro tra due esseri insieme così intimi e ancora così estranei l’uno all’altra, un incontro pieno di promesse, è la nostra prima esperienza di comunicazione. Ed è un’esperienza che ci accomuna tutti, perché ciascuno di noi è nato da una madre”. Dalla metafora del grembo materno, Papa Francesco passa all’immagine del “grembo famigliare” dove la nostra capacità di comunicare si sviluppa e cresce in relazione con l’ambiente e con le persone che ci circondano.

Una riflessione che però non è buonista

La riflessione del Papa, però, non è “buonista”. “Non esiste la famiglia perfetta, ma non bisogna avere paura dell’imperfezione, della fragilità, nemmeno dei conflitti; bisogna imparare ad affrontarli in maniera costruttiva”, ha detto Papa Francesco. Dalle difficoltà e dalle incomprensioni, ha spiegato, nasce l’esigenza insopprimibile del perdono. “Il perdono è una dinamica di comunicazione, una comunicazione che si logora, che si spezza e che, attraverso il pentimento espresso e accolto, si può riannodare e far crescere. Un bambino che in famiglia impara ad ascoltare gli altri, a parlare in modo rispettoso, esprimendo il proprio punto di vista senza negare quello altrui, sarà nella società un costruttore di dialogo e di riconciliazione”. Sono parole pacate ma hanno una carica concettuale esplosiva in un mondo della comunicazione che è dilaniato dall’odio (basterebbe pensare alla strage nella redazione di “Charlie Hebdo”) e dagli strepiti di coloro che lottano per conquistare cinque effimeri minuti di celebrità. Si tratta di un salto di qualità nella strategia pastorale della Chiesa Cattolica nel comparto della comunicazione sociale che dovrà essere studiato a lungo e in profondità.

Per una rivoluzione della comunicazione, all’ombra della Croce

Per anni, infatti, i cattolici hanno cercato la “gloria” di un posto al sole nell’industria della comunicazione accettando, però, in questo modo anche il peso innaturale dei compromessi di un settore caratterizzato dalle spietate regole degli affari. Papa Francesco sposta il punto di vista. Non è la competizione con il sistema della comunicazione l’obiettivo pastorale da perseguire, suggerisce. La strada è invece la formazione delle coscienze attraverso una vita di amore cristiano vissuta all’interno della famiglia. Sarà la testimonianza dei cristiani, all’ombra della croce, ad illuminare anche il mondo dei media e non le posizioni di potere conquistate nella competizione globale. Si tratta di di un percorso di evangelizzazione al quale nessuno, parlando di comunicazione sociale, aveva mai fatto un riferimento così esplicito prima di ora. Alla luce di questo messaggio, appare più chiara anche la pastorale sulla “bioetica”. “Non esiste la famiglia perfetta”. Perseguire una “perfezione” innaturale a prezzo di pesanti contraddizioni morali e biologiche, non solo è sbagliato ma è anche inutile. “Il deficit motorio, sensoriale o intellettivo è sempre una tentazione a chiudersi; ma può diventare, grazie all’amore dei genitori, dei fratelli e di altre persone amiche, uno stimolo ad aprirsi, a condividere, a comunicare in modo inclusivo <…> Nella famiglia è soprattutto la capacità di abbracciarsi, sostenersi, accompagnarsi, decifrare gli sguardi e i silenzi, ridere e piangere insieme, tra persone che non si sono scelte e tuttavia sono così importanti l’una per l’altra, a farci capire che cosa è veramente la comunicazione come scoperta e costruzione di prossimità”, ha detto.

Pubblicato sulla Newsletter di Scienza e Vita il 10 febbraio 2015

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