Il twist della tv italiana

Pubblicato: 27 settembre 2014 in La materia dei segni
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Overland, il primo format di branded content della tv italiana

Overland, il primo format di branded content della tv italiana

Si chiama “turning point” o “twist”. Momento di svolta. Come per la tv italiana. Siamo al momento della svolta e i broadcaster italiani dovranno adeguarsi. Per non morire. Dal contesto internazionale arrivano segnali inequivocabili. Qualcosa si muove perfino in Italia, è vero, ma è ancora troppo poco. Il mercato televisivo globale sta modificando profondamente i modelli di business. La diffusione del branded entertainment, l’interazione sul web con il mondo dei social, il successo delle serie tv o dei factual, la presenza sempre più ingombrante dei nuovi mercati (Cina, India, Europa dell’Est): sono i fattori di una rivoluzione internazionale senza precedenti. Perfino Tony Hall della Bbc si è adeguato e questa estate ha inaugurato la «Competition Revolution». In Italia i segnali sono più timidi anche se non banali. Il bilancio positivo della gestione Cairo a La7, per esempio (una case history già da studiare, nonostante le difficoltà di Floris e Gruber), o i cambiamenti nella proprietà di Telecom, oppure l’inedita maturità multimediale raggiunta da Mediaset e il nuovo network panaeuropeo di Murdoch (un duetto o un duello che comunque finirà per stravolgere il pacchetto dei diritti del calcio). Le cose cambiano, insomma. L’ingresso degli operatori mobili nel settore strategico delle frequenze, la concorrenza dei brodcaster di seconda generazione come Netflix e il posizionamento dei nuovi format nella competizione internazionale, hanno fatto nascere una inedita consapevolezza anche negli executive della tv italiana. C’è poi, sullo sfondo, il tema del rinnovo della licenza di servizio pubblico della Rai prevista per il 2016. Si tratta di un appuntamento che ha accesso la fantasia degli operatori privati. Cresce infatti l’insofferenza del mondo produttivo italiano per l’ipertrofia del numero dei canali di Rai e Mediaset. Sono troppi e dovrebbero essere ridotti o, comunque, rimessi sul mercato, dicono in molti. Ci sono veramente tutte le premesse per un “turning point”, un “twist”, un momento di svolta. Il nostro sistema tv però sembra “appesantito” da alcuni vizi antichi. Il conformismo, tanto per dirne uno, che spinge i produttori tv a scegliere un politico e non un tecnico per guidare la loro associazione. L’autolesionismo della “damnatio memoriae”, per dirne un altro. In Rai si spaccano la testa sul “branded content”, dice una producer italiana. Strano. Si sono scordati di essere stati loro a inventare il format del “branded” quasi venti anni fa, con “Overland” da un’idea di Beppe Tenti con Iveco. Infine l’avidità. La filiera della pubblicità italiana è lunghissima. La nuova tv, invece, avrebbe bisogno di un rapporto diretto fra cliente/inserzionista e producer/broadcaster. Un sogno, purtroppo. Il dialogo senza intermediari, al momento, è praticamente impossibile. Anche in questo caso siamo all’anno zero. Ci rimane la scelta, però. Svoltare e cambiare. Oppure morire.

Pubblicato su “Tivù” ottobre 2014

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