L’isola perduta del cinema italiano

Pubblicato: 9 luglio 2014 in cinema
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37°4 S di Adriano Valerio

37°4 S di Adriano Valerio

Tristan da Cunha è un gruppo di isolette perdute nell’Atlantico a tremila chilometri di distanza dalla costa più vicina, a metà strada tra Africa e Sud America. Qualche roccia che litiga con le massicce onde del mare, un vulcano che di inverno si copre di neve, i prati verdi che sembrano rasati e che fanno da contrasto al cielo grigio, un paio di strade senza macchine in mezzo al nulla. Solo una di queste isolette è abitata. Ci vivono 270 persone. Una terra aspra, piena di vento e di un oceano infinito. Adriano Valerio, un giovane filmaker italiano, già allievo di Bellocchio, ha scelto questa location insolita, ma dal sapore fortemente simbolico, per raccontare la storia dell’amore impossibile di due adolescenti. Il suo cortometraggio si chiama “37°4 S”, ha vinto il David di Donatello (ne abbiamo già parlato su Il Giornale Off) e ha avuto la menzione speciale della giuria del 66° Festival di Cannes presieduta da Jane Campion insieme con la menzione dei Nastri d’Argento. «È difficile descrivere lo stato di straniamento che ho vissuto dopo lo sbarco, dopo aver navigato per oltre una settimana in un peschereccio che partiva da Cape Town – racconta il regista -. La prima sensazione che ho provato è stata di grande libertà». Dopo aver ritirato il David, Valerio si è messo a preparare la versione lunga del film. Il suo corto, molto bello, racconta la storia di Nick e Anne, due ragazzi che si conoscono da sempre (e come potrebbe essere diversamente in una comunità così piccola?) e da sempre sono innamorati. Ma Anne sconvolge la loro piccola routine di innamorati: vuole andare a studiare in Inghilterra, a 6152 miglia da Tristan. Non è un addio, ripete. Nick però guarda il mare enorme e grigio sull’orizzonte. E sospira. La regia di Valerio è matura, naturalistica ma senza spocchia. La sua macchina da presa si mette al servizio della storia senza rinunciare al fascino del panorama mozzafiato dell’isola. Nel montaggio privilegia la sintesi ed evita la retorica. Veramente un talento di grande interesse. Questo corto e la sua insolita location sono però anche una metafora del cinema italiano. Per trovare ispirazione e “libertà” è dovuto andare fino alla “fine del mondo”. In Italia, come dice Depardieu, i registi sono tutti comunisti ma «hanno case dappertutto». Meglio l’atmosfera rarefatta anche se scorbutica di un’isola nell’oceano.

Pubblicato su Ilgiornaleoff il 6 luglio 2014

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