Il fiato sospeso dei precari della ricerca

Pubblicato: 3 febbraio 2014 in media
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Alba Rohrwacher

Alba Rohrwacher

La vicenda non è ancora conclusa. A metà gennaio, il sostituto procuratore di Catania Giuseppe Sturiale ha chiesto pene che vanno dai 4 anni ai 3 anni e due mesi di reclusione. Alla sbarra ci sono le persone accusate di aver provocato alcuni casi di inquinamento ambientale nella Facoltà di Farmacia di Catania. Secondo l’imputazione i composti chimici utilizzati per la sperimentazione sarebbero stati sversati direttamente nei lavandini. I capi di accusa sono, tra gli altri, disastro ambientale e omissione di atti d’ufficio. Si tratta di un piccolo fatto di cronaca del novembre del 2008. Seguita con distrazione dai media locali e ignorata da quelli nazionali, la notizia aveva trovato però spazio sul sito di informazione www.ctzen.it. Tutto era iniziato con un diario. «Con la presente descrivo un caso dannoso e ignobile di smaltimento di rifiuti tossici e l’utilizzo di sostanze e reattivi chimici potenzialmente tossici e nocivi in un edificio non idoneo a tale scopo e sprovvisto dei minimi requisiti di sicurezza». Lo aveva scritto tra  il 21 e il 27 ottobre 2003 Emanuele Patanè, dottorando dell’ateneo di Catania, morto di cancro al polmone poche settimane dopo aver redatto un memoriale di accuse su quanto accadeva nei laboratori del dipartimento di Scienze Farmaceutiche. Grazie alla sua testimonianza postuma e a un esposto anonimo presentato alla procura di Catania, nel novembre 2008 gli inquirenti decisero di mettere i sigilli ai laboratori della facoltà. Le prime indagini tecniche della Procura accertarono «l’esistenza nel sottosuolo di pericolose sostanze inquinanti in valori superiori di decine ed, in alcuni casi, centinaia di volte ai limiti fissati per i siti industriali». Sostanze con un potenziale tossico e cancerogeno che, una volta nella rete di scarico, sarebbero risalite con il conseguente pericolo di essere inalate. All’interno dello stabile si trovano quattro dipartimenti, ma ad interessare gli inquirenti in particolar modo fu proprio quello frequentato dal giovane Patanè. Nel suo diario aveva  raccontato di «smaltimento di liquidi pericolosi senza alcuna misura di sicurezza, cappe di aspirazione mal funzionanti, odori tossici». Aveva stilato anche un elenco di colleghi, personale amministrativo e docenti, vittime di tumori, ictus e, in un caso, anche di un aborto spontaneo al sesto mese. Le indagini andarono avanti negli anni compresi fra il 2009 e il 2011. Undici mesi dopo il sequestro, l’intero edificio venne riconsegnato all’università e vennero così inopinatamente sospesi i sopralluoghi tecnici. Il processo per disastro e discarica non autorizzata portò al rinvio a giudizio di nove persone: l’ex Rettore Ferdinando Latteri (oggi deputato Mpa), l’ex direttore amministrativo dell’università Antonino Domina, il direttore del dipartimento di Scienze farmaceutiche Vittorio Franco (all’epoca dei fatti a capo della commissione permanente per la sicurezza), Lucio Mannino (dirigente dell’ufficio tecnico) e cinque componenti della commissione permanente sulla sicurezza: Marcello Bellia, Giuseppe Ronsisvalle, Francesco Paolo Bonina, Giovanni Puglisi e Fulvio La Pergola. Secondo le stime di uno dei legali delle parti civili per un secondo processo sul “laboratorio dei veleni”, quello per omicidio colposo plurimo, sono circa una decina i morti, circa 20 i malati e 38 i casi di patologie gravi. Tra le presunte vittime, studenti giovanissimi e lavoratori che non avevano mai manifestato alcun segno che potesse allarmarli sul proprio stato di salute. Intanto si attende la conclusione del processo in corso per disastro e gestione di discarica non autorizzata, giunto ormai alle battute finali. Questo fatto di cronaca ha spinto la regista siciliana Costanza Quatriglio (pluripremiata per un suo precedente lavoro intitolato “Terramatta”) a girare un film. «La vicenda dei laboratori dei veleni è sufficiente per domandarci quanto ciò che è successo a Catania sia un caso isolato oppure la punta di un iceberg», ha detto Costanza Quatriglio. Il suo film si chiama “Con il fiato sospeso”, venne presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2013 ed è stato trasmesso da Rai Tre lo scorso 7 gennaio. «Proprio a Catania – ha detto la regista – durante una delle serate di presentazione del film, una professoressa del Dipartimento di Scienze Farmaceutiche si è avvicinata commossa. Aveva capito che il film non è un attacco alla dignità professionale ma che, al contrario, è un omaggio alla dignità professionale perché la ricerca della verità non è altro che l’assunzione di responsabilità di fronte al proprio ruolo, in questo caso all’interno del mondo accademico. La ricerca della verità ha a che fare con la necessità, qualcosa che trascende la verità stessa perché è legata all’urgenza e alla passione che anima chi vuole far bene il proprio lavoro». Il tema delle difficoltà che incontra la ricerca scientifica in Italia si lega a doppio filo con quello delle vane speranze dei giovani che intraprendono, con sacrifici e scarse prospettive, la carriera universitaria. «E’ assurdo che si debba pagare il costo dei propri sogni con la vita», ha scritto un ricercatore sulle pagine del  sito della Quatriglio www.conilfiatosospeso.it che ospitano le altre mille storie vere delle università italiane. Andrea Vianello, direttore di Rai Tre, ha detto che “Con il fiato sospeso” è «Un film che abbiamo convintamente acquisito perché è un gioiello drammatico di 35 minuti che, raccontando quanto avvenuto nel laboratorio di chimica di Catania, unisce il dramma della ricerca in Italia e del precariato alla mancanza di sicurezza». Il film dura solo 35 minuti: troppi ostacoli produttivi hanno impedito alla regista di sviluppare compiutamente la storia. Peccato. Resta però un film da vedere. L’attrice Alba Rohrwacherinterpreta la parte di Stella, una studentessa del laboratorio di farmacia dell’università di Catania. Sul contrappunto degli appunti del ricercatore morto di cancro ai polmoni (letti da Michele Riondino), si snoda un’intervista di finzione con Stella. Primi piani schiacciati, vicinissimi al viso dell’attrice e, in montaggio incrociato, le immagini del laboratorio fatiscente, come in un surreale videoclip. La macchina da presa della Quatriglio preferisce il lavoro di sottrazione alla didascalia. Una regia non usuale nel cinema italiano. Molto interessante. Come la sintassi imperfetta ma così realistica delle risposte di Stella, la giovane laureanda  innamorata della chimica ma costretta a fuggire dall’università e, soprattutto, dalla visione del proprio futuro. «Quindi adesso cosa farai?», domanda, alla fine, la voce fuori campo della stessa Quatriglio. Pausa. Stella – Alba per un attimo alza lo sguardo. Poi abbassa di nuovo gli occhi. Si tocca i capelli. «Eh?». «Cosa farai?», insiste con dolcezza la regista. «Non lo so». In sala, durante la proiezione a Venezia, molti avevano gli occhi lucidi.

Pubblicato sulla Newsletter di Scienza & Vita di gennaio 2014

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