#Venezia70, il fiato sospeso del cinema, l’ultimo volo di Miyazaki, le lacrime dei servizi segreti USA, il vibratore del Lido,

Pubblicato: 1 settembre 2013 in cinema
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Alba Rohrwacher in "Con il fiato sospeso" di Costanza Quatriglio

Alba Rohrwacher in “Con il fiato sospeso” di Costanza Quatriglio

La frase del giorno: “Quindi adesso cosa farai?”. Pausa. “Eh?”. “Cosa farai?”. “Non lo so”. Alba Rohrwacher in “Con il fiato sospeso” di Costanza Quatriglio.

CON IL FIATO SOSPESO, italiano, fuori concorso, proiezione speciale. Solo 35 minuti, di Costanza Quatriglio. Liberamente ispirato ad un fatto di cronaca. Il secondo film a Venezia che mischia realtà e finzione. Alba Rohrwacher interpreta la parte di Stella, una studentessa del laboratorio di farmacia dell’università di Catania. “Alla fine del 2008 – dice la regista – ho saputo che era stata chiusa la facoltà di farmacia di Catania. Trentasei persone si erano ammalate, molte di cancro, per la insalubrità degli ambienti. Ho scoperto che cinque anni prima Emanuele, un ricercatore morto di tumore ai polmoni, aveva lasciato un memoriale in cui aveva annotato le condizioni dei laboratori, a partire dal malfunzionamento delle cappe aspiranti”. Sul contrappunto con gli appunti del ricercatore morto di cancro ai polmoni (letti da Michele Riondino), si snoda l’intervista di finzione con Stella. Primi piani schiacciati, vicinissimi al viso dell’attrice e, in montaggio incrociato, le immagini del laboratorio, come in un surreale videoclip. La macchina da presa della Quatriglio preferisce il lavoro di sottrazione alla didascalia. Una regia non usuale nel cinema italiano. Molto interessante. Come la sintassi imperfetta ma così realistica delle risposte di Stella, la giovane laureanda  innamorata della chimica ma costretta a fuggire dall’università e, soprattutto, dalla visione del proprio futuro. “Quindi adesso cosa farai?”, domanda, alla fine, la voce fuori campo della stessa Quatriglio. Pausa. Stella – Alba per un attimo alza lo sguardo. Poi abbassa di nuovo gli occhi. Si tocca i capelli. “Eh?”. “Cosa farai?”, insiste con dolcezza la regista. “Non lo so”. In sala, molti avevano gli occhi lucidi.

KAZE TACHINU (Si alza il vento), giapponese, cartone animato, concorso. Del maestro del cinema di animazione Miyazaki Hayao. E’ il suo ultimo film. Lo ha annunciato lo stesso regista oggi al Lido, durante l’incontro con i giornalisti. Non ha voluto spiegare i motivi. Lo farà fra una settimana a Tokio. Come altri titoli della sua cinematografia, anche “Si alza il vento” è dedicato alla magia del volo. Una fissazione del regista che è diventata, con gli anni, anche la sua cifra stilistica. Il tema della guerra questa volta però prende il sopravvento. Il suo film racconta la storia di Jirō Horikoshi, l’ingegnere che progettò gli aerei militari giapponesi, gli stessi che vennero usati nella seconda guerra mondiale nell’attacco a Pearl Harbor. Per Miyazaki, però, Jirō non amava la violenza ed era fortemente preoccupato per le conseguenze nefaste della guerra. La giovane moglie dell’ingegnere, malata di tubercolosi, morì dopo pochi mesi di matrimonio. Nel film ci sono molte scene oniriche, come a cercare una spiegazione lirica all’impegno ingegneristico del protagonista. L’opera è tratta dal manga omonimo scritto e disegnato dallo stesso Miyazaki e pubblicato sulla rivista Model Graphix Hobby a partire dal 2009. Bellissimo e ricco di dettagli il disegno. Commovente la storia del suo matrimonio. Applausi  inevitabili nelle sale del Lido. Favorito per il Leone d’Oro.

MISS VIOLENCE, greco, in concorso. Di Alexandros Avranas. Storia di violenze in famiglia. Il nonno, per sbarcare il lunario, costringe figlie e nipotine minorenni a prostituirsi. Conseguenza della crisi economica di Atene. Lo stile della regia è freddo, geometrico, chirurgico. Anaffettivo, hanno detto i critici. Noioso, hanno bofonchiato gli altri. Nonostante l’orrore descritto, il film non riesce ad agganciare l’attenzione dello spettatore.

PARKLAND, americano, in concorso. Di Peter Landesman. Con Zac Efron, Paul Giamatti, Billy Bob Thornton. Dallas, 22 novembre del 1963, ospedale Parkland. Abbiamo un codice 601, dice la centralinista. Che significa, domanda un’altra. Un personaggio importante. Preparati, dicono a Charles J Carrico, giovane avventizio di chirurgia di guardia al pronto soccorso, arriva il Presidente. Avrà l’influenza, dice lui alzando le spalle. Il film si ispira al libro “Reclaiming History: The Assassination of President John F. Kennedy” dello scrittore Vincent Bugliosi, e racconta gli eventi che si sono verificati al Parkland Hospital di Dallas, il giorno in cui fu assassinato il presidente John F. Kennedy. Tre giorni di caos e di disperazione. Nei primi venti minuti si vedono molti uomini piangere e singhiozzare. Agenti federali, dirigenti della sicurezza, poliziotti, eccetera. Fa impressione. Quante persone adulte piangerebbero oggi in Italia per la morte di un politico?

FUORI DALLA SALA. NOTE A MARGINE. Una conversazione fra giornaliste di colore sul gadget più richiesto al Lido, il vibratore “Soraya”. Lo scrivo o non lo scrivo un pezzo, si domandano. E, soprattutto, che caspita è il modello “Soraya”? Sono questi i dilemmi che non ti aspetti alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica più antica del mondo.

Pubblicato su L’intraprendente il 1 settembre 2013

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