Del festival di Venezia 70, ovvero dello scopritore di talenti. Il programma della prossima mostra del cinema.

Pubblicato: 12 agosto 2013 in cinema, la giusta distanza
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Così si è arrivati alla 70ma edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Nato nel 1932 (un anno prima del festival di Cannes) per rivitalizzare il turismo del Lido, è il festival più antico della storia del cinema. A guardare il programma presentato dal direttore artistico Alberto Barbera per l’edizione 2013, la numero 70 appunto, sembra però anche il più fresco, il più capace di innovazione e il più coraggioso nell’intercettare i cambiamenti. «Nel compilare la playlist dei titoli proposti quest’anno – ha detto Barbera -, si è cercato di tener conto della crescente frammentazione e schizofrenia che sembra caratterizzare l’universo delle immagini in movimento, sempre più contrapposte per modalità produttive, incoerenza dei modelli spettacolari di riferimento, esplorazioni delle nuove potenzialità offerte dalle tecnologie digitali, aperte alla sperimentazione delle inedite piattaforme distributive e promozionali». Così, per la prima volta nella storia dei più importanti festival cinematografici del mondo, in concorso ci saranno anche due documentari. Le sezioni ufficiali del festival sono piene anche di opere prime e di film «che si possono vedere solo in un festival», ha detto Barbera. A differenza dei due concorrenti di Cannes e di Toronto (due macchine mostruose per numero di sale e capacità di accoglienza), la piccola Venezia con l’intelligente e discreta direzione di Barbera riscopre la sua vocazione più autentica di “trend setter”, di scopritore di talenti e di tendenze culturali del mondo intero. La Venezia 70 di Barbera è una scialuppa veloce e ben equipaggiata pronta a navigare nei mari più sconosciuti ed inesplorati del cinema e della cultura internazionale. Dal 27 agosto al 7 settembre, nelle sale del Lido,  oltre ai tre film italiani di Gianni Amelio, Emma Dante e Gianfranco Rosi, ci saranno così altre 17 opere d’autore: “Kaze Tachinu” del maestro dell’animazione e premio Oscar Hayao Miyazaki, “The Police Officer’s Wife” del tedesco Philip Groning («Attenzione, è molto duro ma vale la pena”, ha sottolineato Barbera), “The Zero Theorem” di Terry Gilliam, “Philomena” di Stephen Frears, “Stray Dogs” di Tsai Ming-Liang («Un film testamento imperdibile»), “Parkland” di Peter Landesman, ambientato nell’ospedale dove fu ricoverato John F. Kennedy dopo l’attentato nel 1963. «Venezia sulla carta si prende dei rischi in più – ha spiegato Barbera -, ad esempio mettendo in concorso, ed è la prima volta in un festival, due documentari e programmando un cinema d’autore recuperando così una funzione di sostegno e promozione. Ci sono tanti motivi per cui i film non vengono presi. Il primo è che non sono pronti; il secondo è che li abbiamo visti, ma non ci sono piaciuti; il terzo è che la produzione del film non è disposta a portare il proprio lavoro senza il supporto marketing della star di turno che sta lavorando su un altro set. Ma noi non facciamo il lavoro di portare gli attori sul tappeto rosso – sottolinea Barbera – perché i motivi più importanti sono quelli di carattere economico: oggi costa tantissimi soldi portare le star con il loro ricco staff al Lido e bisogna fare i conti con questa situazione». Sobrio, composto e ottimista sul proprio mestiere. Barbera non guarda alle polemiche tutte interne alla sinistra piemontese che gli contesta il doppio ruolo di direttore del Museo del Cinema e di Direttore di Venezia. Si occupa solo del cinema.  «Il passato e il futuro del cinema si danno idealmente la mano, in un’edizione della Mostra che guarda in avanti, con la certezza che la sua funzione è tutt’altro che esaurita», ha detto durante la conferenza stampa.

Pubblicato su L’intraprendente il 29 luglio 2013

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