Vacanze romane. La Roma strappona di Sorrentino che dice molto anche di noi

Pubblicato: 27 maggio 2013 in cinema
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Toni Servillo interpreta Jap Gambardella ne La Grande Bellezza di Sorrentino

Toni Servillo interpreta Jap Gambardella ne La Grande Bellezza di Sorrentino

Difficile trovare un romano vero ne “La Grande Bellezza”, il film di Sorrentino presentato in concorso al Festival di Cannes e nelle sale italiane da qualche giorno.  Il protagonista, Jap Gambardella, giornalista cinico e ricco, è un napoletano d.o.c. (nei modi e nella voce, con la mimica di Toni Servillo) che, in trent’anni nella capitale, non è stato toccato neanche dall’ombra dell’inflessione del romanesco.  Carlo Verdone, il più romano degli attori nostrani, è costretto nella parte di un “burino”, uno della provincia, arrivato a Roma in cerca di una fortuna che non trova. E via così. Si tratta forse della migliore intuizione del film di Sorrentino (anche lui nato a Napoli 43 anni fa): Roma, amata e odiata dagli italiani, simbolo del potere e della corruzione, il centro del “paese dei balocchi” come la definisce un giovane prete del centro storico, “Roma godona e ladrona”, la Roma dei Cafonal di Dagospia, insomma, non sembra abitata dai romani. Questo “sottotesto” del film di Sorrentino può sorprendere ma fotografa bene la realtà della capitale. «A me Roma piace moltissimo: una specie di giungla, tiepida, tranquilla, dove ci si può nascondere bene», sospira con la sua voce inconfondibile Marcello Rubini (Marcello Mastroianni) ne “La dolce vita”, il film migliore del romagnolo Federico Fellini, anche lui, come tanti, trapiantato a Roma nel dopoguerra. «In questi giorni di città ne ho visitate tante…ma la mia preferita è di sicuro stata Roma», dice la principessa Anya Smith (Audrey Hepburn) dopo essersi innamorata nella romantica penombra di Via Margutta di un giornalista yankee, Joe Bradley (Gregory Peck), nel film da Oscar “Vacanze Romane” diretto da William Wyler. Roma è la città delle vacanze, come avevano capito gli americani già nel 1953, in pieno boom economico (ancora oggi il film di Wyler è tra le principali motivazioni dei viaggi in Italia di molti statunitensi). «È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura… Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile», dice Jap Gambardella. Fra gli «sparuti incostanti sprazzi di bellezza» c’è lo «squallore disgraziato» dell’italiano in gita, che ha chiuso gli occhi, magari solo per qualche ora, sugli impegni della famiglia e del lavoro. Imprenditori in cerca di scorciatoie, politici da quattrosoldi, faccendieri ambigui, donne in affanno, tutti in corsa nelle tiepide notte romane per giustificare la propria mancanza di qualità e di virtù.  Fra i ristoranti sempre affollati del centro, gli alberghi dove è impossibile trovare un letto in ogni periodo dell’anno (alla faccia della crisi) e le terrazze delle feste e dei festini si agita la moltitudine colorata e svagata degli italiani del disimpegno. Lontani da affetti e doveri, quando sbarcano a Fiumicino o alla Stazione Termini, fanno subito volare gli occhi intorno con la speranza di intercettare quel momento di “relax” a cui pensano di avere finalmente diritto. «Sull’orlo della disperazione, non ci resta che farci compagnia, prenderci un po’ in giro!», dice Gambardella neanche fosse il primo violino sulla tolda inclinata del Titanic. Anche se non ha la forza morale del suo illustre predecessore felliniano (“La dolce vita“ rimane un capolavoro imbattuto), “La grande bellezza” ha però un valore pedagogico indiscutibile. Ad incorniciare la “lezione” di Sorrentino c’è infatti lo sguardo intelligente e un po’ perplesso dell’unica romana autentica del film (la matura spogliarellista Ramona, interpretata da Sabrina Ferilli, vale da sola il prezzo del biglietto) che osserva in silenzio quegli italiani in preda ad un’ansia di divertimento da fine del mondo. Sotto lo sguardo di Ramona si cela, a chi sa vederla, una diffidenza scanzonata e un po’ volgare che è tipica, quella sì, dei romani. In modo particolare di quei romani che sono sopravvissuti alle stravaganze degli anni sessanta e che oggi, con un sorriso pieno di antica e svogliata saggezza, sono ancora lì ad accogliere i nuovi arrivati. Perché, in fondo, conoscono fin troppo bene il loro ruolo. «Sei la madre, la sorella, l’amante, l’amica, l’angelo, il diavolo, la terra, la casa…Ecco che cosa sei: la casa!», dice Marcello davanti alla maestà notturna della Fontana di Trevi.

Pubblicato su L’intraprendente il 27 maggio 2013

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