La democrazia e l’idea stessa del popolo sovrano sono state colpite a morte dal duro presidenzialismo di Napolitano. Lo dicono anche i suoi sostenitori.

Pubblicato: 15 dicembre 2011 in politica
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Giorgio Napolitano negli anni Ottanta. Le sue decisioni hanno esautorato il Parlamento e hanno fatto scattare un campanello di allarme. “Ma, quando tutto questo sarà finito, che cosa sarà della politica e delle sue istituzioni?”, si domanda Gustavo Zagrebelsky su “La Repubblica”.

La democrazia e l’idea stessa del popolo sovrano sono state colpite a morte dal duro presidenzialismo di Napolitano. La nomina del governo Monti, adesso che la sua manovra arriva in Parlamento, comincia a suscitare più di una perplessità anche nei giornali che più di altri si sono spesi per la “soluzione tecnica”. Ernesto Galli della Loggia, sul “Corriere della Sera”, parla di “Stato d’eccezione”. Gustavo Zagrebelsky, su “La repubblica” si preoccupa di una “Democrazia senza partiti”. Nel giorno in cui molti quotidiani non sono in edicola, si aggiunge un ulteriore elemento di preoccupazione: la partecipazione attiva dei cittadini alla dialettica democratica risulterebbe monca infatti senza la collaborazione di un giornalismo consapevole e indipendente. Ma era proprio il governo dei tecnici guidato da Monti che stava per varare una norma che di fatto avrebbe fatto chiudere più di un centinaio di piccole testate giornalistiche. Si tratta di una norma contro la quale in molti si sono battuti e che alla fine è stata cassata. C’è infine da considerare il vasto attacco cosiddetto “anti casta” che da mesi, complice l’interventismo di Napolitano e il qualunquismo dei movimenti come quello di Beppe Grillo, sta di fatto depotenziando la casa stessa della democrazia, il Parlamento. Sono molti i deputati che ormai, al contrario dell’Onorevole Trombetta nella famosa scenetta del compianto Totò, si vergognano del loro incarico e preferiscono raccontare che fanno i pianisti in un bordello piuttosto che ammettere pubblicamente di essere stati eletti per rappresentare gli interessi del popolo. Basterebbe uno solo di questi elementi per correre in piazza a protestare. “All’ordine del giorno nelle vicende della Repubblica è oggi uno dei temi chiave della grande riflessione politologica del Novecento: lo «stato d’eccezione». Cioè quella condizione di straordinarietà nella vita di una Costituzione in cui, per la necessità di fronteggiare una situazione di emergenza, le sue regole sono sospese, a cominciare da quelle riguardanti la formazione del governo e l’ambito dei suoi poteri”, ha scritto Galli della Loggia. “Sta nascendo nel Paese, sull’onda degli ultimi rivolgimenti, una grande voglia di novità. Che investono, come io personalmente credo sia giusto e ormai improrogabile, anche parti decisive dell’assetto costituzionale dei poteri pubblici. Ma questa voglia di novità deve manifestarsi all’insegna della chiarezza, attraverso una grande discussione pubblica che veda in prima fila, innanzitutto, gli studiosi di diritto costituzionale. In un Paese democratico non può esserci posto per modifiche della Carta costituzionale attraverso vie surrettiziamente interpretative e forzando a piacere il testo della medesima”, ha spiegato, con una preoccupazione evidente, Galli della Loggia. Sarebbe difficile però gestire una “discussione pubblica” sulle riforme senza il supporto informativo dei giornali e con i parlamentari costretti a rifugiarsi negli androni dei palazzi per sfuggire alla folla inferocita.  Le decisioni di Napolitano hanno esautorato il Parlamento (contribuendo ad alimentare un clima di caccia alle streghe) e hanno fatto scattare un campanello di allarme che non possiamo più ignorare. “Ma, quando tutto questo sarà finito, che cosa sarà della politica e delle sue istituzioni?”, si domanda Gustavo Zagrebelsky su “La Repubblica”. Appunto. Cosa sarà?

Andrea Piersanti

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